Caro 1965, Tu che sei appena nato e che non conosci ancora uomini e cose, usi e costumi della nostra città, sappi che noi, qui, siamo tribolati da tante contrarietà e tanti malanni.
La più grande disgrazia che abbiamo è quella relativa alla mancanza della acqua.
A proposito di acqua, debbo narrarti il nervosismo che ho avuto e le gravi invettive che ho lanciato contro coloro che ne hanno la colpa nel giorno della tua nascita: era ora di pranzo. Tu sai che in quell’ora, in una giornata di festa, c’è sempre, in famiglia, una certa solennità ed un certo impegno. Ebbene, proprio all’inizio del pranzo, una buona vicina suonò il campanello di casa mia per annunziare a mia moglie (ogni volta è sempre così), che era arrivata l’acqua.
A questo annunzio: sospiri, imprecazioni, maledizioni, scatti di nervi e di collera.
Tu, caro 1965, che non sai il retroscena, potresti chiederti meravigliato : Ma come? Arriva l’acqua e succede il finimondo? Che significa, questo?
Adesso ti spiego, mio caro 1965.
Tu devi sapere l’acqua, nella nostra città (non tutta la città, intendiamoci; in certe zone, specie dove abitano i pezzi grossi, l’acqua arriva tutti i giorni |e con abbondanza) viene due volte la settimana e dura mezz’ora la volta.
Nella casa dove abito io, in un primo piano di via S. Michele, l’acqua non monta mai, cosicché il rubinetto resta sempre asciutto ed i recipienti rimangono sempre vuoti.
Basti sapere che è da tre anni, ormai, che non apro più il rubinetto del mio lavandino e non tiro più la catinella del mio cesso e che mi lavo la faccia sempre nella bacinella.
Allora come rimedia?
Si rimedia cosi: ai piedi del portone d’ingresso, a livello di strada, ho dovuto impiantare un rubinetto e da lì riempio l’acqua, trasportandola su, a mezzo di bidoni e altri recipienti di fortuna.
Ora immagini tu, caro 1965, tutto questo traffico nell’ora di pranzo, senza poter rimandare neanche di un minuto, perché l’acqua si sarebbe ritirata e, una volta ritiratasi, sarebbe significato restare senz’acqua una settimana?
Avendo, quindi, fatto, nel giorno della tua nascita, mio caro 1965, come si suol dire, «u malu mangiari», dirami se le mie imprecazioni, le mie invettive ed i miei scatti di nervi e di collera non erano più che giustificatissimi.
Non è solo questo il male che ci affligge, caro 1965.
Oltre a questo, abbiamo montagne di immondizia, chiamati depositi, dentro la città (ti invito a passare dal Piano Bibbirria per accorgetene) e che il Comune, dicono, non può provvedere a trasportare altrove, perchè non ha i carri adatti e quei pochi che possiede sono sfasciati e che, anche a volerli aggiustare, non ha, poi, il denaro per comprare la nafta necessaria al loro funzionamento.
Inoltre abbiamo le strade malandate, abbiamo i tuguri e tante bellissime altre cose, come la C.R.E.A., l’area dell’ex Caserma Crispi, il mercato ortofrutticolo in piazza Ravanusella ecc. ecc. ecc.
Infine, «dulcis in fundo», abbiamo i nuovi amministratori comunali, eletti il 22 novembre scorso, i quali non sanno decidersi che pesci pigliare, perchè, poveretti, sono nuovi e disorientati.
Mi aspello, dunque a te caro 1965, affinché durante la tua vita possa riuscire a far risolvere almeno una parte dei nostri problemi e possa infondere ai nuovi amministratori quel coraggio, quell’audacia e quella decisa volontà di operare autonomamente che sembra che non abbiamo.
Ti ringrazio, mio caro 1965, e ti faccio tanti auguri di buon lavoro.
Gerlando


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