
VIAGGIO IN SICILIA DELLA PRINCIPESSA Maria Wolkonsky (1914)
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L’albergo dei Templi essendo chiuso, scendiamo all’Hotel Agragas, una
struttura abbastanza pulita e ben situata, fuori dalla città, per godere di
un ampio panorama sul mare e sui Templi. Gli stranieri che vengono a
Girgenti si fermano appena. Fu quindi, una buona occasione per
l’albergatore che rimanemmo una settimana che pagammo; il conto ci
dimostrò che avevamo pagato per tutti coloro che passavano solamente. La
Girgenti moderna è una città di minatori che non è così piacevole come
Taormina o Siracusa. Ha un carattere più aspro. Gli uomini sono rapaci e
abituati alla luna. Il clima è duro. Il paese battuto dal vento è malsano.
Quando soffia lo “Scirocco” o la “Tramontana”, i nervi si tendono e tutto il
corpo è colpito da un malessere indefinibile. Questo clima non è
certamente adatto ai nervosi. Indubbiamente abbiamo sentito questa
impressione più intensamente per aver dipinto per due giorni sotto un
vento tempestoso. In estate, deve fare un calore torrido in questa valle.
I Templi di Girgenti meritano, non solo le visite dei turisti, ma il culto e
lo studio degli ammiratori dei capolavori dell’Arte. Il primo di questi
templi fu eretto sopra un precipizio, all’estremità orientale dell’antica città.
Era dedicato a Giunone. Quasi tutte le colonne sono conservate;
sfortunatamente mancano i frontoni. Visto da Nord e in controluce, la sua
massa è molto imponente. Alcuni olivi stenti e un’erba grigiastra lo
circondano. Il frontone sud offre uno spettacolo ben diverso. Il precipizio
che si trova a una trentina di metri, la mancanza di spazio impedisce allo
spettatore di godere dell’insieme maestoso della costruzione, come è
possibile per il frontone nord. Da questo lato le colonne sono
violentemente illuminate dal sole; le ombre sono luminose, e chi si ferma
qualche tempo a contemplarle, finisce per subire l’abbagliamento di tutta
questa luce. Le pietre di un tono ocra vivo sono evidenziate in alcuni
punti da macchie rosso-mattone viranti al viola. Queste macchie sono
state apparentemente prodotte dagli incendi accesi dai Cartaginesi. Alla
base della roccia, bestie e contadini hanno dimensioni di pigmei. Dall’alto
dove ci troviamo, vediamo colline grigie e secche estendersi in lontananza
in ondulazioni graziose, che si confondono con il panno azzurro del mare,
dove come una nuvola di uccelli, sotto i raggi obliqui del sole, scivolano
le barche a vela bianche dei pescatori. Rimanemmo tutto un giorno a
dipingere in questo luogo magnifico e grandioso.
Il tempio della Concordia, che segue quello di Giunone, si distingue per la
sua conservazione e il suo stile, simili a quelli di Pestum. Tutte le colonne
sono in piedi, le metope e i frontoni al loro posto; solo il tetto manca. La
scelta del sito, fatta con tanta arte dai fondatori di questo tempio, aggiunge
ancora più maestosità alle sue colonne doriche, semplici e un po’ massicce.
Il terreno circostante è perforato da una quantità di cisterne scavate dai
Greci per approvvigionare la città che era alimentata solo da una fonte
insufficiente, che esiste ancora e porta il nome di fonte dei «Greci». Al
tempo delle persecuzioni, i cristiani trovarono rifugio in queste cisterne e
le trasformarono in catacombe. Sulla stessa altura si trovava il tempio di
Ercole che fu distrutto da un violento terremoto. Le sue enormi colonne
sono ora scoscese da Nord a Sud. Sarebbe molto facile rimetterle in posto
perché sono disposte in un ordine quasi perfetto. Si possono ancora vedere,
su alcune, lo stucco bianco che le rivestiva. Scendendo dalla collina,
arriviamo al più grande di tutti i templi. È quello di Giove Olimpico le cui
proporzioni sono così grandi perché conteneva i tre santuari precedenti.
Purtroppo quasi nulla ne rimane: sembra che nel secolo scorso vi si
prendessero blocchi per costruire il «Molo» di Porto Empedocle. Al centro
dell’esplanade centrale c’è un’enorme cariatide, simbolo struggente di questa
distruzione generale. Le proporzioni del tempio di Giove erano così vaste
che è giusto che gli Agrigentini ne fossero orgogliosi di questo monumento
che, peraltro, non fu mai completato. Nella pianura, alcune colonne del
tempio di Esculapio sono appoggiate a una fattoria. Questo tempio fu eretto
per combattere i devasti delle febbri maligne che ancora affliggono le parti
basse della campagna di Girgenti. In un vicino frutteto, piantato di mandorli
e peschi, si ergono, fiere e pimpanti, le cinque colonne del piccolo tempio
dedicato a Castore e Polluce, colonne graziose, in parte rivestite di stucco
bianco con una cornice policroma dove la severità dello stile dorico è
lievemente mitigata da bassorilievi ionici. Quanto doveva essere grazioso
questo tempio bianco adornato di decorazioni blu e rosse!
Con piacere si risale a piedi, la sera, la strada dei templi verso Girgenti. Il
sole tramonta, i pini parasol della chiesa di San Nicola risplendono di toni
verdi brillanti. La porta ad arco del monumento si colora di rosso. Accanto a
queste splendidezze della natura, le figure pallide dei piccoli operai delle
mini… miniere, che tornano dal lavoro, sono tristi da vedere. I loro occhi sono
incavati e un’infinita tristezza si legge sul loro volto. Poveri bambini la cui
vita certamente non sarà lunga! Il cuore si stringe nel vederli passare mattina e
sera, gli uni a piedi, gli altri a due su un asino.
Il fratello dell’albergatore ci propone una passeggiata in città per visitare le
chiese. Noi accettiamo con entusiasmo. San Nicola ci trattiene per primo. La chiesa
si trova vicino a una grande fattoria circondata da un incantevole giardino. La
contadina che ci porta all’interno è madre di due bei giovani che hanno sposato le
due sorelle. Parenti e figli vivono in comunità nella più perfetta armonia. La chiesa
San Nicola, con il suo portale massiccio, risale alla conquista normanna; è circondata
da un giardino piantato di verbene. Questa cappella cristiana nasconde resti antichi.
Un’ampia cisterna, con solidi muri di sostegno, è prossima alla chiesa e serve al
contadino. Nel giardino di verbene, l’oratorio dei Phalaris è un altro residuo greco,
che ha subito molte trasformazioni e di cui resta solo un edificio quadrato invaso da
fiori selvatici. Vista dal giardino, Girgenti non manca di pittoresco. La città moderna
si sviluppa sul pendio con le sue case bianche o rosa fino all’azzurro del cielo. In
primo piano, e facendo da cornice, i frutteti di ulivi e aranci ricoprono le dolci
pendici. Capre semi-bianche, semi-rosse, con il pelo setoso, pascolano qua e là, e
fanno pensare a fauni antichi con volti spiritosi e un po’ beffardi.
L’interno di San Nicola è semplice e antico. Curiose pitture del XV secolo adornano
le pareti. Sono un po’ deteriorate, ma hanno l’originalità delle opere primitive di quel
tempo. Oltre a San Nicola visitiamo con vivo interesse la cattedrale situata in cima
alla città in uno dei quartieri più tranquilli. La storia racconta che fu costruita sul
sito del tempio di Giove Polieo. Durante la costruzione del tempio, Phalaris, che
dirigeva i lavori, si impadronì del potere con l’aiuto dei suoi operai. Di una crudeltà
senza pari, sacrificava i suoi nemici a Giove, facendoli subire le più spaventose
torture; si racconta che li bruciava vivi in un toro di ferro arroventato.
Fortunatamente per la povera Agragas, questo mostro fu deposto e sostituito da
Telemaco che regnò intorno all’anno 549 a.C. Terone, discendente di Telemaco e
genero di Gelone, tiranno di Siracusa, si alleò con il suo potente suocero per
combattere i Cartaginesi; e, sotto il regno di Empedocle, la città, ricca e lussuosa,
raggiunse il suo apice. Come tutte le cose, ogni città ha il suo tempo. Così accadde ad
Agragas. I Cartaginesi la presero, la bruciarono nel 406 a.C. e portarono a Cartagine
le sue più belle opere d’arte. Si riprese, ma non recuperò mai più il suo potere di un
tempo, nonostante il rinnovamento di giovinezza che dimostrò sotto Timoleone.
Durante le guerre puniche, Agragas servì da base di operazioni. Presa e ripresa dai
Romani, cadde definitivamente sotto il loro potere e cambiò il suo nome in quello
di Agrigentum. Che il lettore mi scusi per questa breve digressione storica. Era
necessaria, perché tutto è connesso in questo paese dove l’arte greca e l’architettura
normanna scompaiono a volte, come nella cattedrale, sotto un ammasso di ornamenti
barocchi. Il soffitto in legno dipinto di questa cattedrale, di un colore caldo e
profondo, è stato scoperto dall’arcivescovo di Girgenti. I pilastri normanni,
magnifici nella loro elevazione, sono stati parzialmente messi in luce. Per liberare
gli archi dalle linee semplici e le basi dell’antico edificio normanno, i lavori hanno
abbattuto gli angeli in gesso e le foglie d’acanto legate allo stile barocco. Tuttavia, da
un certo punto di vista, è deplorevole che tutta questa ornamentazione sia distrutta
dal piccone del demolitore. Personalmente non mi piace la scultura del XVII secolo,
ma rappresenta comunque un’epoca e un modo di essere dello spirito. Seguendo una
strada vicina, dove stoffe variamente colorate pendono dalle finestre aperte decorate
con fiori, arriviamo alla chiesa di Santa Maria dei Greci. Come la cattedrale, anche
essa è costruita su un tempio, quello di Minerva. Le sue rovine sono arricchite da
una serie di colonne. Vedemmo le fondamenta e le scale del tempio intelligentemente
trasformato in santuario dai primi cristiani. Grazie alla raccomandazione del
« cavaliere » Russo poi visitare a nostro agio le collezioni private del barone Del
Giudice e di suo figlio. Quella del padre comprende una grande quantità di vasi
greci e siculo-greci. Uno dei pezzi più importanti è una grande coppa di circa 40
centimetri di diametro, decorata all’interiormente e all’esterno di soggetti
mitologici. La collezione del giovane barone Del Giudice, composta da vasi greci,
cammei, bronzi, oggetti d’oro e d’argento comincia da un’epoca molto primitiva.
Questa prima parte della collezione fu confiscata, al momento del suo acquisto,
dal Governo in virtù di una legge speciale. Ne seguì un processo, ma il barone Del
Giudice ottenne vittoria; e, da allora, conserva, come curiosità, i sigilli governativi
apposti sugli oggetti. Tra un gran numero di statuette in bronzo, noto un Apollo e
una piccola testa di donna. L’Apollo è alto trenta centimetri. Il modellato del suo
corpo è irreprensibile. La capigliatura della piccola testa di donna è ornata da un
nastro d’oro, simile a quello che le eleganti portano oggi. Specchi, pezzi di armature
da gladiatore, un elmo da guerriero greco (inizialmente attribuito all’epoca romana),
e un’imbracatura greca da cavallo completano questo insieme. Il barone Del Giudice
possiede, inoltre, una meravigliosa collezione d’opere d’arte in oro, difficile da
trovare altrove e che comprende, notabilmente, una serie importante di bandelette
ammirevolmente lavorate a martello, risalenti al buon periodo greco. Due di queste
bandelette sono estremamente curiose; una, che apparteneva a una donna, è
impressa con arabeschi e figure; l’altra, destinata a un sacerdote di Nettuno, è
decorata con scene relative al culto di questo dio. I cammei del barone Del Giudice
sono in numero considerevole; e, cosa rara, la qualità non è inferiore alla quantità.
I metodi impiegati per l’incisione su pietra dura sono sfortunatamente scomparsi.
Poiché è certo che gli antichi non usavano strumenti meccanici, si suppone che
impiegassero acidi molto potenti. Tra tutti questi splendidi cammei, ammiro in
particolare un Apollo, un piccolo fauno, una Minerva, e una scena mitologica incisa
su pietra di dimensioni abbastanza grandi. Tutte queste collezioni sono disposte in
alte vetrine in mogano scuro, sistemate attorno a una grande stanza. Il vecchio
barone, di statura piccola, con occhi vivaci e capelli bianchi, ha un volto intelligente.
Si compiace tra i pezzi rari che ha raccolto e che rappresentano una vita di lavoro e
di studio. Suo figlio, che gli assomiglia sotto molti aspetti, possiede nello stesso
grado il gusto per l’archeologia. Le sue due figlie sono piccole, snelle e more; sono
sveglie e vivaci e parlano con entusiasmo della Sicilia e dei loro viaggi a Parigi. La
bella baronessa Del Giudice, moglie del giovane barone, ha occhi dolci e belli, un
viso sottile e pallido. Lei sembra pensare solo ai suoi due biondi bambini, Ci
avevano consigliato di non uscire la sera a piedi, fuori dalla città. Quel giorno,
tuttavia, tornammo a casa a buio completo senza che si verificasse alcun incidente.
Le uniche ombre che vedemmo furono quelle di pacifici operai che tornavano a casa.
La reputazione di insicurezza di queste regioni è fortemente esagerata, e i dintorni
delle grandi città sono incomparabilmente meno sicuri la sera che nel cuore stesso del
paese del zolfo. Le miniere di questa regione sono sfruttate con sistemi più o meno
perfezionati. Il metodo di lavoro è tuttavia ovunque lo stesso. Ogni operaio assume
un «picciotto» per trasportare i frammenti di zolfo in cima ai pozzi. Questi frammenti
sono caricati in cesti, man mano che vengono estratti. «Picciotti», che spesso hanno
meno di tredici anni, svolgono un lavoro molto faticoso. Salgono, fino a venti volte
al giorno, a un’altezza di centocinquanta metri, questi pesanti cesti pieni di minerali.
Il loro salario giornaliero varia da un franco e cinquanta a due franchi. L’operaio
minatore che ha un contratto a forfait cerca di estrarre il maggior quantità di zolfo
possibile per consegnarlo al più presto all’Amministrazione delle Miniere; ciò fa sì
che il povero «picciotto», sovraccaricato dal suo padrone, spesso soccomba per
l’eccesso di fatica. Verso le sei del mattino sono svegliata da canti pieni di malinconia.
Voci giovani e chiare intonano in coro una triste melodia, resa più angosciante da
ripetizioni di bassi profondi. Sono i lavoratori che vanno alla miniera. Le loro voci
risuonano lugubri nella notte come quelle di galeotti che ricordano la libertà perduta
ma hanno perso ogni volontà di riconquistarla. Nuvole sparse su un cielo ancora
pallido e una luce tenue precedono l’alba. Dalla strada che prendiamo all’inizio,
l’ultimo sguardo sulla serie dei templi è incantevole. Sotto la leggera bruma del
mattino, non hanno nulla di grandioso, ma qualcosa di carino e dolce. I boschi di
ulivi che li circondano si stagliano sullo sfondo delle colline azzurre che si perdono in
lontananza. Porto Empedocle è un borgo sporco; attraversiamo con difficoltà la sua
grande strada ripida e umida, che scende fino al mare. Proseguiamo poi lungo una
strada deserta stretta tra il mare blu indaco e delle rocce di un bianco abbagliante.
Quando giriamo sulla nostra destra, emergono colline di formazione vulcanica. Nulla
o quasi nulla vi cresce, tranne rare erbe o palme nane. Anche i cactus che spesso
bordano le strade sono scomparsi. Da lontano appare Siculiana, un villaggio morto
in questo paesaggio senza vita. Tutto contribuisce a questo effetto: donne mal
pettinate con abiti stracciati, bambini in cenci, strade piene di spazzatura e abitanti
miseri. Da dove potrebbero, del resto, trarre il sostentamento, tra queste rocce
sterili? Le coltivazioni, che riprendono un po’ più in là, fanno fortunatamente
dimenticare questo paesaggio di desolazione. All’avvicinarsi del fiume Platani appare
la massa dei monti San Giorgio e Sara, su uno sfondo di leggere nuvole. Tra questo
fiume e Ribera, la strada gira bruscamente; si sale e, dietro le montagne che ci
circondano, si erge la cima innevata della Sierra di Biondo. Il villaggio di
Caltabellotta, che si scorge in lontananza prima di arrivare a Ribera, è fieramente
posizionato su una montagna selvaggia. Sembra proteggere tutto il paese e avrebbe
dovuto sfidare gli attacchi dei signori del medioevo. Il suo proprietario, il Conte di
Caltabellotta deve raramente scalarne l’erta ruvida. La pulita Sciacca, che
attraversiamo in seguito, è situata sul bordo del mare. È una città vivace e allegra,
dotata di un bel giardino e di una magnifica terrazza sulla Mediterranea. L’America
recluta in tutta questa regione numerosi emigranti, ma i contadini, che lasciano il
loro paese per mancanza di lavoro remunerativo, vi tornano prima o poi con una
piccola fortuna che permette loro di acquistare un carretto, una mula, e talvolta
qualche terreno, realizzando così il massimo dei «desiderata» di un contadino
siciliano. Uno di loro, che incontrammo, ci disse che il carretto e la mula che
guidava erano di sua proprietà; ma, aggiunse, «che volete, la terra non è spesso
nostra e ci lavoriamo molto per guadagnare molto poco; appartiene ai ricchi! Anch’io,
per questo, ho l’intenzione di tornare in America per un po’ di tempo». Quasi tutti
gli uomini di condizione media sono armati di fucile, come nei dintorni di Catania;
quelli a cavallo lo portano trasversalmente sulla sella. Vestiti con un grosso cappuccio
nero, la testa avvolta in un fazzoletto sotto un cappello morbido, hanno un bell’aspetto
sulla loro montatura vivace. In queste zone, il servizio di sicurezza è particolarmente
importante. Si incontrano molti guardiacaccia e carabinieri armati. Queste misure sono
necessarie per la sicurezza dei viaggiatori in una regione di miniere in continuo
fermento, dove persino la posta deve essere scortata. Più di tutti, i residenti di Menfi
sono turbolenti.


Agrigento città risorgimentale.Video teleacras