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Il Viaggio di Dominique-Vivant Denon a Girgenti

30 Novembre 2016 //  by Elio Di Bella

Dominique-Vivant Denon (prima della Rivoluzione de Non) nasce a Chalon-sur-Saône nel 1747 da ricchi proprietari di vigneti. Compie gli studi di diritto a Parigi dove si esercita anche nel disegno e nell’incisione; frequenta la corte di Versailles e nel 1768 ottiene la carica di Gentiluomo ordinario del Re. Nel 1771 è nominato Gentiluomo d’Ambasciata e compie missioni in Russia (1773-74) e in Svizzera (1775) dove incontra Voltaire. Come scrittore, nel 1777, pubblica Point de lendemain, un racconto tra i più belli della letteratura libertina del XVIII secolo.

Nel 1778 Denon compie il Grand Tour in Italia visitando le regioni meridionali e la Sicilia per collaborare alla redazione del Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile curato ed edito da J.C. Richard de Saint-Non. Dopo il viaggio, nominato consigliere d’ambasciata a Napoli, rimarrà nella città partenopea fino al 1785. Si fermerà poi cinque anni a Venezia e rientrerà in Francia nel 1793, dopo la Rivoluzione. Tra il 1798-99 partecipa alla spedizione d’Egitto condotta dal generale Bonaparte. Gli studi ivi compiuti confluiranno in Voyage dans la Basse et la Haute Egypte. Nel 1802 viene nominato direttore generale del Musée central des Arts, detto Musée Napoléon, poi Musée du Louvre. In tale funzione effettua varie missioni in Italia e negli altri Stati conquistati da Napoleone, dove esercita il suo raffinato gusto nel selezionare le opere d’arte da trasferire in Francia. Denon muore a 78 anni, a Parigi, il 28 aprile 1825.

L’itinerario effettuato da Dominique-Vivant Denon e dagli artisti che l’accompagnano era stato progettato per conoscere le antichità classiche e i fenomeni naturali della Sicilia. Da Messina, dove sono sbarcati il 2 giugno 1778, i viaggiatori francesi raggiungono Taormina e Catania e intraprendono la scalata dell’Etna. Si dirigono poi verso i centri dell’entroterra quali Adrano, Enna, Leonforte, Termini e giungono a Palermo il successivo 2 luglio. Vi sosteranno un mese e assisteranno ai festeggiamenti di Santa Rosalia. Dalla capitale si portano a Segesta, Erice, Trapani, Selinunte ed Agrigento. Da Gela, il 4 settembre e su una speronara, salpano per Malta, sede dell’Ordine dei Cavalieri. Nelle isole maltesi si fermano fino al 17 dello stesso mese e rientrano in Sicilia approdando a Siracusa. Ma le autorità locali, temendo il contagio della peste, diffuso nei porti del Mediterraneo, obbligheranno Denon e i suoi compagni a sottostare alla “quarantena”. Visitata poi Siracusa e raggiunta Cava d’Ispica attraverso Avola, Noto e Rosolini, il viaggio si avvia al termine. Ritornati a Messina, dopo sei mesi di frenetica osservazione dei luoghi e dei monumenti dell’isola, il 29 novembre 1778 si imbarcano per Tropea da dove, proseguendo per Paestum e Sorrento, raggiungeranno Napoli.

Ecco il testo che riguarda Girgenti

Arrivammo al molo di Girgenti a notte fonda. Vi si sale per una strada abbastanza bella, che passa tra il monte Tauro, a sinistra, dove erano accampati i Cartagine all’epoca del secondo assedio di Agrigento, ed il campo dei Romani, a destra, che ha conservato il nome dal campo dei Romani, durante lo stesso assedio. Attraversammo il fiume Agragas su di un grande ponte ed arrivammo a Girgenti per la medesima strada scoscesa e totuosa che Dedalo aveva costruito così artisticamente per rendere inespugnabile la cittadella di Cocalos, potendo due soli soldati impedirne l’accesso ad una armata intera. Questa strada e la porta sono state allargate da soli venticinque anni. S

i notano tutt’ora le tracce della vecchia strada e la rupe così com’era. Erano le undici di sera.  e non trovammo più gli emissari di Gellias (ricco Signore agrigentino che inviava il suo personale ad attendere i viaggiatori presso le porte, per condurli ed ospitarli alla propria casa) per condurci al palazzo del loro padrone. Facemmo quel giorno una triste esperienza dell’ospitalità agrigentina: dopo aver passeggiato i nostri cavalli, ormai sfiancati, per le pericolose strade della città, dopo aver subito il rifiuto del personale del nostro console, che non vollero venire a parlarci attraverso la porta, fummo obbligati a tornare nei sobborghi dove, dopo aver bussato a tutte le taverne che non ne volevano sapere di noi, trovammo infine riparo in un granaio e non potemmo procurarci che un mellone d’acqua per cena e del grano per coricarci. Percorremmo la montuosa città di Girgenti, senza trovare nulla che valesse la pena di essere citato. La sua posizione attuale su di una montagna ne rende quasi impraticabili le strade non solo per le carrozze, ma anche per muli. La città moderna occupa solamente il terreno della cittadella dell’antica Agrigento. Non resta più niente di questa cittadella, costruita prima da Dedalo per sistemarvi i tesori di Cocalos, re dei Sicani, uno dei primi popoli conosciuti in Sicilia.

A mezzogiorno di questa cittadella, sul pendio del monte Camico, sorse anticamente la più importante città di Cacolos che, in seguito, divenne un quartiere di quella di Agrigento, fu congiunta alle mura della grande città da un ponte sul fiume Acragas, e divenne un rione che serviva da comunicazione coperta per andare dalla cittadella alla quale era unita da un altro percorso coperto. Proprio di fronte a quest’angolo, a ponente, era situato il Campo Romano, chiamato tutt’ora così, tra il Monte Tauro e la città, sull’antica strada di Eraclea. In questa parte ponente, le mura assumevano una forma irregolare e seguivano le sinuosità del fiume. Se ne vedono ancora chiaramente le rovine. Erano, alternativamente, opera d’arte ed opera della natura. All’interno di questa parte della muraglia, si innalzava un monticello chiamato la Meta, nome che si crede gli sia stato conservato dal suo antico uso, perché si presume che questo luogo fosse quello di alcuni giochi ginnici, quali la corsa dei cavalli e dei carri. Dietro questo monticello c’era un profondo burrone, chiuso da una grande muraglia, di cui esiste la base. Più lontano c’è un altro angolo dove il muro volge ad oriente, seguendo il burrone, denominato oggi il vallone di S. Leonardo. In questo angolo c’era un gran ponte di cui si vedono ancora le prime assise dei contraffattori della volta, o dei pilastri che sostenevano le parti in legno, se il ponte era di legno o le assise della nascita della volta, se era in pietra. Questo ponte metteva in comunicazione la grande Città Agrigentina che era anch’essa chiusa da mura e comunicava essa stessa con la cittadella. Seguendo le mura, lungo il burrone di S. Leonardo, arrivammo ad una delle antiche porte, dove si segue ancora per un buon tratto la strada antica intagliata nel tufo, che è la pietra naturale di tutto il paese; concrezione marina, mista a conchiglie di ogni superficie conservate nella loro incrostazione.

La strada era molto stretta, perché non superava i sette o otto piedi di larghezza. Qui lasciammo l’antica città e ci trovammo evidentemente fuori delle mura per la quantità di sepolture che notammo nei pressi della strada, tagliate nel tufo raso terra e sistemate, come a Solunto, a quattro pollice le une dalle altre. L’indomani ci rimetteremmo in cammino per finire di vedere la circonvallazione della città, osservare il corso dei suoi fiumi e la posizione degli antichi sobborghi. Ritornammo ai piedi della montagna dei Francescani dove le mura, dopo aver seguito l’Acragas, attraversavano la valle di S. Leonardo e si estendevano fino al monte Agrigentino, al posto dove terminava la “Rupe Ahtenea”[Rupe Atenea] che chiudevano nella loro circonvallazione. Questa roccia, tagliata a picco nella sua parte nord, formava per la città, da questa parte, un baluardo inattaccabile; c’è da supporre che questa fu che la fece includere nel suo recinto, la parte meno scoscesa che guardava la città lo era tuttavia troppo per essere mai stata abitata. Queste cave offrono di particolare e d’interessante solo la loro grandezza; il loro fondo è coltivato e forma, adesso, un vasto recinto, come la piscina. Accanto alla fattoria ci sono due locali tagliati nella roccia che possono benissimo essere usati due serbatoi d’acqua. Di là una strada a mezza costa, tagliata nella roccia conduceva al tempio di Cerere e Proserpina (in nota a pag. 289 leggiamo: “Ancora oggi si accede, per una via antica solcata di carraie, a una terrazza sulla parte meridionale della Rupe Atenea ove sorge la piccola chiesa di S. Biagio…). Si può credere che questa strada sia antica, poiché, non è potuta essere di alcun uso dopo la distruzione di questo edificio.

Vi si notano le tracce delle ruote dei carri che, apparentemente, avevano trasportato i materiali con i quali fu costruito. La strada è molto stretta, ma non ha niente di straordinario. Attraversando Neapolis, dirigemmo i nostri passi verso il fiume Hypsas. Trovammo sul nostro cammino soltanto alcune pietre squadrate, qualche tratto di mura, dei piccoli edifici, e delle sepolture. Questo grande sobborgo, che occupa un’ampia vallata, aveva anche intorno una recinzione naturale; si tratta di una circonvallazione che si era ultimata con alzata di una debole muraglia di cui si vedono tutt’ora le vestigia quando, facendo il giro, ci si trovava dall’altra parte della valle. Questa parte e le rocce che si trovavano dirimpetto sono ricoperte di sepolture scavate in riquadri nella roccia medesima. Esse sono talmente numerose che la montagna stessa sembra essere un mucchio di sarcofagi e non vi è roccia che si sia staccata o che sia rotolata via, che non ne contenga due o tre. Attraversammo questa piccola dei monti, parallela a quella di Neapolis, ci avvicinammo alla città giungendo di fronte alla porta di Gela.

Era allora il quartiere di una parte dell’accampamento di Imilcome, all’epoca del primo assedio dei Cartaginesi, se parato dalla città dal Ruscello. Ritornai dopo al molo dove visitai i più bei depositi del Caricatoio, i più ricchi della Sicilia, formati da cantine o cisterne tagliate nella roccia, dove il grano si conserva in modo perfetto. Questa roccia è la stessa o quasi la stessa che ho descritto sotto la voce Sciacca; non è per niente soggetta ad umidità o a fermentazione. Le particelle saline e nitrose che contiene conservano il grano che esce da queste cisterne di una qualità superiore a quello che vi è stato messo   Questi magazzini appartengono al re ed assicurano la sussistenza dell’isola. I mercanti stranieri vengono a caricare l’eccedenza di cui è autorizzata l’esportazione, dopo che si è fatta la riserva di cinquantamila salme per la semina della regione e l’approvvigionamento dei magazzini della città. A giudicare dell’antica popolazione di Agrigento per l’estensione della sua cinta e dei suoi sobborghi, si può far fede al censimento riportato dal celebre Empedocle, cittadino di questa città, che la fa salire fino ad ottocentomila abitanti. Adesso calcolando la città propriamente detta che era costruita dall’antico castello, dal sobborgo Camico e da quello che hanno fatto costruire Enrico e Costanza nel dodicesimo secolo, essa è ridotta a quindicimila persone, per la maggior parte piuttosto povere, tristi ed alquanto scontrose. Cercavo con gli occhi alcune tracce della bellezza che rendeva le Agrigentine tanto famose, non vidi una sola bella donna e non potetti parlare a nessuna di loro: cosa che non mi era ancora mai accaduta in Sicilia, neanche nei luoghi dove mi ero fermato di meno; tuttavia, restai diciotto giorni ad Agrigento.

La razza dei cavalli si è altrettanto degenerata: niente cavalleria leggera, niente più stazioni di monta e, a dir il vero, non esistono più cavalli agrigentini. La nobiltà è particolarmente povera e vive in modo riservato. I commercianti, molto presi dai loro affari, non si incontrano che in piazza; senza vita di società, senza piaceri, la gente è cupa e devota e ne ha l’aspetto. Partimmo da Girgenti al mattino, il primo settembre; uscimmo dalle mura dell’antica città per la porta di Gela, lasciammo sulla nostra sinistra il sobborgo di Neapolis ed arrivammo sulle rive del fiume Hypsas, dove i Cartaginesi furono battuti dai soccorsi che Gela inviava agli Agrigentini all’epoca del primo assedio posto da Imilcone; combattimento cui poterono assistere gli Agrigentini sopra le loro mura, come lo narra la storia, e non, come molti pretendono, dalle rive dell’Himera che è situato a ventisei di là, e che non può essere scorto da Agrigento, malgrado la sua posizione elevata. Diversi geografi hanno situato Agrigento su questo fiume, ma questo errore è talmente sensibile ed evidente che non vale la pena di smentirlo.

Voyage Historique à Naples et dans les Deux Siciles (Viaggio Storico di Napoli e intorno alle Due Sicilie) dell’Abate Saint-Non (1788)

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Categoria: Agrigento RaccontaTag: Dominique-Vivant Denon, girgenti

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