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esercito macedone
esercito macedone

Il re che si credeva un dio: tra apoteosi e condanna eterna

22 Maggio 2025 //  by Elio Di Bella

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Divinizzato, condottiero, politico e stratega, Alessandro Magno è una delle figure più emblematiche e affascinanti della storia antica, la cui vita e le cui conquiste continuano ad influenzare il nostro immaginario collettivo.

Questo testo esplora la sua vita, le sue campagne militari e l’eredità duratura che ha lasciato, attingendo sia a fonti storiche consolidate che a quelle più leggendarie che ne hanno plasmato il mito.

L’Ascesa al Trono: Tra Intrighi e Destino

Alessandro nacque nel luglio del 356 a.C., figlio di Filippo II di Macedonia e Olimpiade. La sua stirpe vantava una doppia discendenza eroica: da Eracle per parte di padre e da Achille per via materna. Quest’ultima in particolare, più cara ad Alessandro stesso, avrebbe profondamente influenzato la sua vita e le sue scelte.

L’infanzia di Alessandro fu segnata da una formazione d’eccellenza. Nel 343-342 a.C., Filippo chiamò Aristotele a Pella per educare il giovane principe. Da Aristotele, Alessandro acquisì un profondo interesse per le scienze e la geografia, oltre a un amore duraturo per Omero.

L’insegnamento aristotelico, basato sull’opposizione tra grecità e barbarie, influenzò la sua etica politica, almeno nella prima fase delle sue imprese.

Il rapporto con il padre, Filippo II, era spesso teso, come dimostra un celebre aneddoto avvenuto durante il settimo matrimonio di Filippo nel 337 a.C..

Durante il banchetto nuziale, Alessandro, diciannovenne, si scontrò violentemente con Filippo e suo zio Attalo, irritato per la potenziale minaccia alla sua legittimità come erede. Questo episodio evidenzia anche un’altra fonte di dissenso: la spedizione in Asia.

Alessandro, che aveva già dimostrato il suo valore nella battaglia di Cheronea nel 338 a.C., ambiva al ruolo di Achille nella futura campagna, un ruolo che sentiva messo a rischio dopo il matrimonio di Filippo con Cleopatra (o Euridice).

Nel luglio del 336 a.C., Filippo II fu assassinato a Ege. L’omicidio, attribuito a un certo Pausania per vendetta privata, fu in realtà probabilmente il risultato di una congiura.

Sebbene la corte persiana fosse accusata di aver istigato il delitto, forti sospetti ricaddero anche su Olimpiade e lo stesso Alessandro, che seppe sfruttare la situazione per eliminare avversari e potenziali concorrenti al trono, come Aminta e Attalo. Così, a soli vent’anni, Alessandro si ritrovò a capo di un regno potente.

Le Campagne in Europa: La Dimostrazione di Forza

La notizia della morte di Filippo riaccese focolai di rivolta in tutta la Grecia e nella penisola balcanica. Tuttavia, Alessandro dimostrò subito le sue straordinarie capacità decisionali e la sua rapidità d’azione. Nell’autunno del 336 a.C., si mosse fulmineamente in Tessaglia, dove fu nominato “tagòs” della Lega tessala, e poi alle Termopili, dove l’Anfizionia delfica gli confermò la carica di “egemone” dei Greci. Intimidì Tebe e Atene, ottenendo onori e la carica di “stratega con pieni poteri” per la guerra contro i Persiani dalla Lega di Corinto, con l’unica eccezione di Sparta.

Nella primavera del 335 a.C., Alessandro si dedicò al consolidamento dei confini settentrionali del regno, affrontando i Triballi e gli Illiri. Durante la campagna illirica, le voci di nuove sommosse in Grecia, alimentate anche dall’oro persiano a favore del partito antimacedone ad Atene, lo costrinsero a un rapido ritorno.

Con una marcia forzata, giunse a Tebe in soli tredici giorni e, di fronte alla provocatoria resistenza della città, lanciò un attacco che portò alla sua conquista e distruzione.

La sorte di Tebe, con oltre sessantamila morti e la vendita degli abitanti come schiavi, pesò sulla reputazione di Alessandro, sebbene la storiografia di corte cercasse di attenuarne le responsabilità.

La Spedizione in Asia: Dalla Vendetta alla Conquista

Nel maggio del 334 a.C., Alessandro partì per l’Asia, realizzando il progetto di vendetta contro i Persiani, come prospettato da Isocrate a suo padre Filippo.

Il suo pellegrinaggio ai luoghi omerici, con sacrifici sulla tomba di Achille a Ilio, fu un gesto simbolico per consolidare il suo carisma tra i soldati, presentandosi come un “novello Achille”.

L’esercito macedone era una formidabile macchina da guerra, composta da circa trentaduemila fanti e seimila cavalieri, con una falange ben organizzata e corpi scelti come gli “eteri” e gli “ipaspisti”.

Le strategie persiane iniziali, come la tattica di logoramento proposta da Memnone, furono rifiutate per la superbia dei satrapi, portando a uno scontro diretto sul fiume Granico.

La battaglia del Granico, combattuta nel primo pomeriggio, vide l’audace attacco di Alessandro, che, nonostante il consiglio di Parmenione di rimandare all’alba, guidò personalmente la carica della cavalleria. La sua “aristia” personale, in cui uccise diversi satrapi e fu salvato da Clito il Nero, portò a una schiacciante vittoria macedone con gravi perdite persiane.

Dopo il Granico, Alessandro liberò le città greche in Asia, sostituendo i regimi filopersiani con governi a lui favorevoli e trasformando il tributo in un contributo.

Ad Efeso, ristabilì la democrazia, e a Mileto, dopo un assedio, conquistò la città nonostante l’arrivo della flotta persiana.

La decisione di Alessandro di congedare la flotta degli alleati, per difficoltà economiche, si rivelò discutibile, come dimostrò la riconquista delle isole dell’Egeo da parte di Memnone.

Il suo viaggio verso Gordio, dove sciolse il famoso nodo che prometteva la sovranità sull’Asia, e poi attraverso le Porte Cilicie, fu un percorso di progressiva consolidazione del suo dominio.

A Tarso, una grave malattia lo colpì, ma fu curato dal medico Filippo di Acarnania. Le sue pause e lentezze indussero Dario III Codomanno a sottovalutare la situazione, portando alla decisiva battaglia di Isso.

Nella battaglia di Isso, l’esercito persiano, numericamente superiore, fu schierato in un terreno sfavorevole, condizionando l’azione della cavalleria persiana.

Alessandro, con un’azione fulminea, sfondò le linee persiane, e Dario fuggì, lasciando nelle mani di Alessandro la parte occidentale del suo impero e la sua famiglia come prigionieri.

Le successive proposte di pace di Dario, che offriva un riscatto per la sua famiglia e territori fino all’Eufrate, furono rifiutate da Alessandro, che si qualificava ormai come “re” e “signore dell’Asia”.

L’assedio di Tiro, durato sette mesi e capolavoro di ingegneria militare, e la resistenza ostinata di Gaza, furono gli ultimi ostacoli prima dell’ingresso in Egitto.

In Egitto, Alessandro fu accolto come un liberatore, incoronato faraone e fondò Alessandria, che sarebbe diventata uno dei centri più importanti della civiltà ellenistica. La sua visita all’oracolo di Ammone, avvolta nel mistero e nel favoloso, consolidò la sua immagine di “figlio di Zeus“.

Verso il Cuore dell’Impero Persiano e Oltre: La Battaglia di Gaugamela e l’Inseguimento di Dario

Nel 331 a.C., Alessandro ripartì per l’Asia, dirigendosi verso il cuore dell’impero persiano.

A Tapsaco, attraversò l’Eufrate e proseguì verso il Tigri, dove lo attendeva l’esercito di Dario. La battaglia di Gaugamela, avvenuta il 1° ottobre del 331 a.C., fu uno scontro epico.

Dario, con un esercito molto più numeroso, aveva preparato il campo di battaglia per agevolare l’uso dei suoi carri falcati. Tuttavia, Alessandro, con la sua audace strategia e la superiorità della sua cavalleria, sbaragliò l’esercito persiano.

Ancora una volta, Dario fuggì, lasciando ad Alessandro il controllo totale dell’impero.

Dopo Gaugamela, Alessandro occupò Babilonia, Susa, Persepoli e Pasargade, capitali dell’impero persiano. A Babilonia, si presentò come un liberatore, ricostruendo i templi distrutti da Serse.

A Persepoli, simbolo del potere achemenide, la reggia fu incendiata, un atto che Alessandro interpretò come il saldo definitivo di un debito verso i Greci e l’inizio di una nuova fase della sua politica, quella di erede e continuatore della dinastia achemenide.

L’inseguimento di Dario si protrasse per mesi. Dario, tradito e ferito a morte da alcuni satrapi, morì prima che Alessandro potesse vederlo.

La morte di Dario segnò la fine della spedizione panellenica e l’inizio di una nuova fase, caratterizzata da un progressivo allontanamento di Alessandro dai generali legati a Filippo e alla politica macedone. La congiura di Filota, figlio di Parmenione, e il successivo assassinio di Parmenione stesso, rappresentarono episodi oscuri e controversi, che evidenziarono la crescente distanza tra Alessandro e la vecchia guardia macedone.

L’inseguimento di Besso, che aveva assunto il titolo di re, portò Alessandro attraverso regioni montuose e desertiche, culminando nella sua cattura.

Nelle regioni nordorientali dell’impero, Alessandro dovette affrontare tribù nomadi e fondò nuove città, come Alessandria-nel-Caucaso e Alessandria “ultima”.

Gli scontri con gli Sciti e con Spitamene, leader della rivolta sogdiana, furono duri, ma Alessandro riuscì a sconfiggerli, anche se a costo di perdite e ferite personali.

Un altro evento tragico di questo periodo fu l’uccisione di Clito il Nero, uno dei suoi più fedeli compagni, durante un banchetto, a causa di una discussione degenerata sulla nuova politica di Alessandro e sul suo rapporto con i “barbari”.

La congiura dei paggi, che coinvolse anche Callistene, nipote di Aristotele, fu un’altra manifestazione del crescente malcontento verso le nuove usanze e le pretese di onori divini da parte di Alessandro.

Verso l’India e il Ritorno: L’Ammutinamento e la Morte

Nella primavera del 327 a.C., Alessandro riprese la sua marcia verso est, verso l’India, l’attuale Punjab. Dopo aver valicato l’Hindu-Kush, ricevette la sottomissione di principi indiani come Tassile.

La sua avanzata incontrò resistenze tra le tribù montane, e Alessandro stesso fu ferito a una caviglia. L’incontro con i “gimnosofisti” e la vittoria contro Poro, il più potente dei capi indiani, furono tappe significative. La battaglia dell’Idaspe, dove Alessandro dimostrò ancora una volta la sua genialità strategica, vide la sua cavalleria prevalere contro gli elefanti di Poro.

In onore della vittoria e del suo amato cavallo Bucefalo, Alessandro fondò le città di Nicea e Bucefala.

Tuttavia, i progetti di Alessandro di raggiungere l’Oceano orientale furono ostacolati dall’ammutinamento del suo esercito al fiume Ifasi. I soldati, stremati dalle continue marce e dalle difficoltà del terreno, si rifiutarono di proseguire, costringendo Alessandro a cedere. Fece costruire dodici altari dedicati agli dei dell’Olimpo, e preparò il ritorno.

Il ritorno fu altrettanto arduo. La flotta, al comando di Nearco, e l’esercito, diviso in colonne guidate da Cratero ed Efestione, affrontarono pericoli lungo l’Idaspe e l’Acesine.

Nello scontro con i Malli, Alessandro fu gravemente ferito al torace, mettendo a rischio la sua vita. La sua guarigione, sebbene lunga, ristabilì il rapporto di affetto con i suoi soldati, incrinato dall’ammutinamento dell’Ifasi.

La traversata della Gedrosia, un deserto arido e inospitale, decimò ulteriormente le truppe a causa del caldo, della fame e della sete.

Alessandro stesso guidò la ricognizione per trovare l’acqua, dimostrando la sua leadership anche nelle condizioni più estreme.

Giunto a Susa, Alessandro affrontò disordini amministrativi e ribellioni militari. Fece impiccare un nobile iranico per saccheggi e profanazioni.

A Pasargade, scoprì che la tomba di Ciro il Grande era stata saccheggiata. A Susa, nell’estate del 324 a.C., celebrò le nozze comuni tra gli ufficiali macedoni e le donne dell’aristocrazia iranica, un atto simbolico per cementare l’unione tra le diverse componenti del suo impero.

Qui emanò anche decreti importanti per il mondo greco, tra cui il richiamo degli esuli e l’invito a tributargli onori divini.

L’ultimo ammutinamento si verificò a Opi, dove i soldati, scontenti per l’infiltrazione persiana nell’esercito e per il congedo dei veterani, si ribellarono.

Alessandro reagì con ira, punendo i sobillatori, ma poi, dopo essersi ritirato per due giorni, perdonò i soldati umiliati, sigillando la pace con un banchetto e concedendo onori ai veterani congedati.

La morte di Efestione, il suo più caro amico, nell’autunno del 324 a.C. a Ecbatana, colpì Alessandro profondamente. Come Achille per Patroclo, si abbandonò a un dolore incontrollato, ordinando funerali sontuosi a Babilonia.

A Babilonia, Alessandro si preparava per nuove spedizioni di esplorazione del Mar Caspio e del Mar Rosso. La sua morte, avvenuta il 10 giugno del 323 a.C., all’età di soli trentadue anni, fu attribuita a una febbre malarica, aggravata dalle ferite e dagli eccessi.

Non mancarono, tuttavia, sospetti di avvelenamento. Gli ultimi giorni di Alessandro sono descritti nei Diari Reali, che testimoniano la sua progressiva debolezza fino alla perdita della voce.

L’Eredità di Alessandro: Tra Storia e Leggenda

La figura di Alessandro Magno, fin dall’antichità, è stata oggetto di una profonda mitizzazione, alimentata da una ricca tradizione letteraria e iconografica. Il “Romanzo di Alessandro“, erroneamente attribuito a Callistene, suo storico ufficiale, è un esempio emblematico di come la sua vita sia stata tramandata attraverso un’opera in continua evoluzione, arricchita da innumerevoli varianti e leggende.

Una delle leggende più diffuse è quella dell’ascensione di Alessandro al cielo su grifoni.

Questa avventura, narrata in diverse redazioni del “Romanzo”, ha un significato simbolico profondo, legata all’idea di apoteosi e alla conquista dell’ignoto.

Nel mondo bizantino, l’ascensione di Alessandro assunse un significato positivo, divenendo un simbolo di trionfo e un modello per gli imperatori, che si ricollegavano a lui come “cosmocrator”, padrone dell’universo, guidato da Dio.

Questa interpretazione si manifestò in opere d’arte preziose, come anelli, cofanetti d’avorio e diademi, che raffiguravano l’ascensione in modo trionfale.

In Occidente, invece, la leggenda dell’ascensione assunse spesso una connotazione negativa, simboleggiando la “colpevole superbia” e l’orgoglio umano di voler raggiungere il cielo.

Nelle interpretazioni ecclesiastiche, Alessandro fu associato alle profezie bibliche, divenendo un precursore dell’Anticristo e, in alcuni casi, l’incarnazione del diavolo.

Mosaici pavimentali di chiese pugliesi, come il Duomo di Trani e la Cattedrale di Otranto, raffigurano l’ascensione di Alessandro accanto al peccato di Adamo ed Eva e alla torre di Babele, evidenziando il tema della superbia e del male.

L’eccezione a questa interpretazione negativa si trova in Francia, dove una tradizione cortese generò romanzi in cui Alessandro era un protagonista positivo e cavalleresco. In queste opere, le sue avventure erano celebrate con ammirazione profana, come dimostrato dalle miniature in manoscritti costosi e dalle tappezzerie commissionate da Filippo il Buono, che vedeva in Alessandro un modello per sé e per suo figlio Carlo il Temerario.

La leggenda di Alessandro Magno, con le sue molteplici interpretazioni e adattamenti, testimonia il suo impatto duraturo sulla storia e sulla cultura. La sua figura, a metà tra il condottiero geniale e l’eroe leggendario, continua a ispirare e affascinare, rimanendo un pilastro della narrazione storica e del mito universale.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, storiaTag: alessandro magno

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