Numerose erano le Chiese nell’antico quartiere agrigentino del Rabato, ma per diverse ragioni alcune sono scomparse da diversi secoli e per la devastante frana del 1966
Il Convento dei Carmelitani
Fin dal 1315 i Carmelitani avevano avuto il loro Convento nel Rabato mercè la munificenza dei Chiaramonte — lo riedificarono nel 1616 nel sito dove è oggi la Piazza del Carmine,
ed ivi stiedero fino al 1863» anno in cui ad Agrigento tute le Corporazioni Religiose ebbero l’ordine di sgombrare i loro Conventi.
Dall’ex Convento del Carmine – abbattuto dopo il 1922 in seguito alle lesioni riportate per la costruzione della galleria
– provengono i belli tre vasi di ceramica stemmi di famiglie feudali agrigentine,
interessantissimi esempi di ceramica trecentesca prodotti dai fìguli di Agrigento, nella Città dei templi che fino alla scoperta da me fatta dei forni normanni nel Rabato, non era compresa nella mappa maiolicare d’Italia.
Questi tre vasi, molto preziosi per la storia della ceramica maiolicata agrigentina, si trovano oggi al Museo Civico, mercè l’opera vigilatrice
ed altamente encomiabile del suo infaticabile direttore Comm, Prof. Giovanni Zirretta,
appartenente a quella ormai sparuta schiera dì benemeriti agrigentini amanti e conservatori del patrimonio artistico cittadino.

Nella Chiesa dell’Ex Convento del Carmine non erano opere d’arte degne di rilievo.
Quelle poche in essa esistenti, vennero. trasferite in altre Chiese, ad eccezione della pala di altare raffigurante «S. Angelo Carmelitano moribondo»
opera pregevole del pittore agrigentino Can. Nunzio Magro,
che venne affidata al Museo Civico, ed ivi ancora si trova ma purtroppo in condizioni pietosissime, che ritengo non ne consentano più il restauro.
La bella statua lignea di Maria del Carmelo stente nell’ex Chiesa del Carmine, venne trasportata nella Chiesa di S. Caterina, piccola Chiesa settecentesca che sorgeva di fronte,
dove ancora oggi si vede sull’altare maggiore, oggetto di grande venerazione del popolo.
Questa statua è opera pregevole del Bagnasco. notissimo e valoroso scultore le
cui statue di Santi si trovano in moltissime chiese della Sicilia.
I Bagnasco
Quella dei Bagnasco fu rinomata famiglia il cui capostipite era oriundo di Torino.
Ad essa appartennero due pittori: Giuseppe e Rosario junior, e quattro valenti scultori: Girolamo Nicolò suo figlio, altro Rosario suo nipote e Salvatore pronipote.
Il più rinomato fra tutti gli scultori fu Girolamo, nato nel 1759 da Rosario e morto in Palermo nel dicembre 1832 ad anni 73.
La Chiesa di Santa Caterina
La Chiesa di S. Caterina prospetta sulla Via Garibaldi con il lato destro, dove si
trova la porta d’ingresso. È dotata di un grazioso campanile, unica opera architettonica da notare.
L’interno ha sei cappelle, ora prive di altare, dove si vedono le seguenti statue:
(lato Vangelo) 1) S. Calogero, 2) Ecce Homo, 3) S. Gaetano, tutte opere moderne;
(lato epistola) 1) S. Rocco, 2) S. Caterina d’Alessandria, titolare della Chiesa, 3) S. Agata. Tutte e tre queste statue sono antiche e di pregevole fattura.
Nella parete di fondo della Chiesa, di fronte all’altare maggiore, stanno collocate, su appositi piedistalli, tre antiche statue lignee e precisamente: S. Elia, profeta,
S. Spiridione, Vescovo Greco e nel mezzo La Madonna del Carmelo, altra statua già esistente nella Chiesa, prima che venisse trasferita quella della Chiesa del Carmine.

Fra Felice da Sambuca
Nel cappellone, nelle pareti laterali, si vedono due quadri su tela, opera di Fra Felice da Sambuca (al secolo Gioacchino Viscosi), valoroso e fecondo pittore
nato il 13 agosto 1734 a Sambuca Zabut (ora Sambuca di Sicilia)
da Antonino Viscosi e Laura Goletta. Vestì il saio nel Convento di Sambuca il 17 settembre 1754, professandosi nel 1755.
Studiò pittura con Francesco Sozzi, figlio di Olivio e cognato dì Vito D’Anna, autore — fra l’altro —della bellissima pala di altare dei «Sette Santi Vescovi di Agrigento», già nella Cattedrale ed ora nel palazzo Vescovile.
Episodi della vita
Fra i tanti episodi della sua vita di artista, cito solo quello avvenuto nel 1768. anno in cui venne chiamato in Roma dal Papa Clemente XIII che gli conferì l’incarico di dipingere i miracoli
ed il ritratto di Fra Bernardo da Corleone, in occasiono della sua beatificazione, pitture che vennero esposte al pubblico il 15 maggio 1768 nella Basilica dì S. Pietro in Vaticano
riscuotendo il plauso del pubblico e dello stesso Pontefice che in segno di gradimento si tolse dal capo lo zucchetto bianco,
ponendolo su quello di Fra Felice da Sambuca. intendendo con tale atto nominarlo Cardinale. Ma il nostro pittore Cappuccino, che tanto si distinse per la sua umiltà,
al punto che quando veniva troppo lodato per le sue pitture lo «imbruttiva e deturpava», rinunziò al grandissimo onore concessogli dal Papa, trattenendo soltanto per ricordo lo zucchetto
bianco che per tanto tempo si conservò come reliquia nel Convento dei Cappuccini di Sambuca, dove si vede il suo ritratto. Dipinse una grande quantità di quadri ben fatti,
per tutti i Conventi dei Cappuccini della Sicilia e per morissime Chiese; rinomati sono rimasti i suoi due quadri raffiguranti «La morte» e «La cattiva morte», dei quali due esemplari
—provenienti dall’ex Convento di Agrigento — si vedono nel nostro Museo Civico.
Di Fra Felice da Sambuca, che morì nel Convento di Palermo nella cui Chiesa è sepolto, il 14 dicembre 1805, nella Chiesa di S. Caterina esistono i due sopracitati quadri nel cappellone, raffiguranti episodi della vita di S. Agostino.
Nel soffitto della Chiesa di S. Caterina si vedono tre antiche pitture su tela raffiguranti: 1) S. Caterina d’Alessandria, 2) M. SS. Immacolata, 3) Gesù che ascende al Cielo.
La Chiesa di Santo Stefano fuori le mura
Mi auguro che queste mie brevi note storico-artistiche possano dare ai lettori una chiara visione della storia del Rabato e delle Chiese adiacenti nella tristemente nota «Zona A» della Città,
interessata dalla gigantesca frana che ha fatto passare ore drammatiche ai cittadini abitanti nel popolare quartiere dell’Addolorata,
il più duramente colpito dal disastro, zona evacuata in parte perché disastrata, ed in parte per misura precauzionale.
Ma a proposito di questo disastro cittadino, è venuto fuori — tristemente famoso — il nome di «S. Stefano», portato dalla strada esterna del quartiere Addolorata,
che ha sofferto maggiori danni, con il crollo di palazzi.
Da dove ha preso nome quella via? Probabilmente dall’antica Chiesa di S. Stefano fuori le mura, ora non più esistente, annessa al Convento dei PP. Mercerdari, della quale Chiesa,
pertanto, ritengo utile per i lettori fornire qualche cenno storico a chiusura di queste mio primo articolo.
I Padri mercedari e la Chiesa della Mercede
L’ordine di Santa Maria della Mercede o della Misericordia, per la redenzione degli schiavi, venne, come è noto, fondayo nel 1218 da San Pietro Nolasco e da San Raimondo Pennafort.
In Agrigento i padri Mercedari vennero nel 1584, durante il vescovado di Mons. Antonio Lombardo e vennero accolti nella Chiesa di s. Maria della Misericordia fuori le mura, “celeberrima da gran tempo per prodigi e per la venerazione dei fedeli”.
Nel 1602, essendo sia la Chiesa che l’annesso Convento cadenti, vennero rifabbricati a spese del Mons. Giovanni Orosco Covarruvìas da Leyva.
Questa ricostruzione è legata al fatto che questo Prelato venne accusato dal Montaperto, Principe di Raffadali, d’avere «disseminato in certi suoi libri stampati a Girgenti
diverse maldicenze contro la sua famiglia», per cui il Vescovo venne chiamato in Roma dal Papa Clemente VIII, per discolparsi.
Assolto dall’accusa, volle per ringraziamento riedificare la Chiesa ed il Convento
da S. Maria della Misericordia, come risulta dalla lapide fatta apporre nel prospetto
della stessa Chiesa: «Beatae Virgini Mariae Misericordia –
— Et veritatis Sanctissimae Matri — Ob singulare patrocinium adversus — Iniqua calumniatorum insidia — Templum cum cenobio jam diu collapsum — Et domo restauratum — D. Io. Hororius Covaruvias de Leyva Eps. Agrigentinus — Animo
devotissimo dedicavit A. D. MDCII».
La Chiesa. di S. Maria della Misericordia, ricostruita nel 1602, venne in seguito chiamata Chiesa di S. Stefano, fuori le mura.
Ma la ricostruzione, ben presto ebbe di nuovo a rovinare; appena un secolo e mezzo dopo dovette essere abbandonata.
Con Bolla dell’8 novembre 1757, il Vescovo Andrea Lucchesi Palli, unì al Seminario il beneficio semplice della Chiesa di Santo Stefano fuori le mura, che venne demolita nel 1836.
Alessandro Giuliana Alaimo, Chiese di Agrigento sulla frana, L’amico del Popolo, 14 agosto 1966


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