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Microcosmo agrigentino nelle opere di Pirandello

27 Febbraio 2016 //  by Elio Di Bella

girgenti 1891
girgenti 1891

di Angelo Buscaglia

« È da tanti anni al servizio della mia arte (ma come fosse da ieri) una servetta sveltissima e non per tanto nuova sempre del mestiere. Si chiama Fantasia…

Si diverte a portarmi in casa, perché io ne tragga novelle e romanzi e commedie, la gente più scontenta del mondo, uomini, donne, ragazzi, avvolti in casi strani da cui non trovan modo di uscire; contrariati nei loro disegni; frodati nelle loro speranze; e coi quali insomma è spesso un gran pena trattare ».

« È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle. Cinque ore, dalle otto alle tredici ».

Con queste frasi, tratte dalla prefazione ai Sei personaggi che introduce le Maschere Nude nella edizione Mondadoriana, il grande drammaturgo agrigentino Luigi Pirandello spiega in un certo senso la genesi dei suoi personaggi: « lo ascolto tutti con sopportazione; l’interrogo con buona grazia; prendo nota dei nomi e delle condizioni di ciascuno ».

Con simili considerazioni Pirandello spiega tutto quanto sta a monte della sua creazione artistica e della sua produzione teatrale. In particolare risulta interessante la scelta dei nomi che, di volta in volta, vengono dati ai vari personaggi dei romanzi, dei drammi e delle novelle.

Luigi Sedita, intellettuale agrigentino, ormai da tanti anni trapiantato a Roma, al problema della onomastica pirandelliana ha addirittura dedicato un libro che comprende tre saggi di altissimo valore scientifico-letterario ed esegetico. La preziosa opera che si intitola « La maschera del nome »ed è stata pubblicata dall’Istituto Enciclopedia Italiana di Roma nella collana « Biblioteca Biographica », comprende tre saggi (Il personaggio risorto, Il gioco dei nomi, Anonimi e numeri) e rappresenta, come afferma lo stesso Sedita, il suo « debito culturale » verso la città di origine.

Che Pirandello traesse costanti riferimenti di ispirazione poetica dalla sua Girgenti, non lo stiamo scoprendo ora; basti pensare ai suoi romanzi, alle sue commedie ed a tutte le sue novelle in grandissima parte ambientate e collocate nella città natia, o nella campagna circostante. Mentre Porto Empedocle viene adottata spesso come azione scenica e narrativa della « Nuova Colonia », nel « Lazzaro » e nei « Giganti della montagna ». Pertanto anche i tre miti richiamano la memoria dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza.

Infatti la lettura delle novelle, dei romanzi e delle opere di teatro rappresenta un vero e proprio godimento, soprattutto per i lettori meno giovani, per i continui riscontri ambientali e locali che permettono addirittura di riconoscere i personaggi, i fatti, i luoghi e le contrade agrigentine.

Tutto ciò si spiega facilmente con l’amore che Pirandello nutrì per tutta la vita per la sua città natale e con gli intensi e frequenti incontri con un gruppo di intellettuali agrigentini (i fratelli De Gubernatis, il prof. Francesco Sinatra, il prof. Giovanni Zirretta) con i quali aveva modo di incontrarsi tutte le volte che ritornava nella città dei templi. In quelle occasioni gli amici lo informavano sui fatti più curiosi e sui casi particolari della gente di Girgenti. Pirandello ascoltava sempre con grande interesse ed annotava scrupolosamente tutto quanto riteneva utile alle sue trasposizioni letterarie e teatrali: il microcosmo siciliano assumeva connotazioni universali attraverso la genialità del grande drammaturgo. Sono nate proprio così le opere forse più belle: i romanzi « I vecchi e i giovani », « Il turno », « Uno, nessuno e centomila », tantissime delle « Novelle per un anno » ed alcune opere teatrali di altissimo contenuto drammatico co-me per esempio « Tutto per bene » in cui molti hanno ravvisato nella perfida figura del Senatore Manfroni addirittura un notissimo uomo politico agrigentino, e precisamente il Ministro Nicolò Gallo.

Lo stesso politico ricompare in un’altra opera, « L’esclusa ». Ed in tutte e due le volte l’onorevole ne esce malconcio.

È chiaro che i due non si dovevano stimare molto, e dire che anche il Gallo era un uomo di cultura in quanto autore di due tragedie (« Cola di Rienzo » e « Flore »), entrambe ispirate a modelli manieristici e tardo romantici, ed In quanto anche Professore di Estetica presso la Facoltà di Lettere dello stesso ateneo romano dove, come è noto, Pirandello insegnava Letteratura Italiana presso la Facoltà di Magistero.

Ma nella Roma umbertina di « fin de siecle », i due illustri agrigentini forse qualche volta avranno avuto modo di incontrarsi in quanto entrambi operavano nell’ambito accademico e della cultura, ma non divennero mai grandi amici, questo è certo: profonde divergenze ideologiche e morali li separavano.

Il libro di Sedita svolge un’analisi organica e sistematica del vastissimo repertorio onomastico riferibile ad almeno cinquemila personaggi e risponde alle sollecitazioni di taluni autorevoli critici tra cui il nostro compianto Leonardo Sciascia che nel 1 986 aveva pubblicato un utilissimo dizionarietto, « Pirandello dalla A alla Z ».

Osserva giustamente il Sedita che Pirandello non è tanto un creatore di voci cognominali, quanto un arguto rivitalizzatore del patrimonio antroponimico. Infatti quasi tutti i cognomi adottati fanno parte dell’onomastica ufficiale, e tuttavia subiscono opportuni adeguamenti ai caratteri fisici, psicologici e morali, e talvolta persino al destino stesso del personaggio.

Così, per esempio, lo stesso protagonista de « La patente » Chiàrchiaro, oltre ad essere discretamente diffuso nella onomastica siciliana, viene riferito da Leonardo Sciascia stesso al termine « chiàrchiaru » che nel nostro dialetto significa luogo sinistro, pietraia. Praticamente nella vastissima « comedie humaine » pirandelliana i girgentini ci stiamo fino al collo: non solo con i nostri piccoli e grandi drammi quotidiani, con le nostre angosce esistenziali, con la solitudine e con le nevrosi, ma a quanto pare, anche con I nostri cognomi e con le nostre vicende e le nostre storie.

Di contro gli agrigentini si sono quasi completamente dimenticati del loro conterraneo più illustre, dell’autore di teatro più rappresentato del nostro secolo. Invece sarebbe certo molto utile, da un punto di vista morale e culturale, se la Città, o meglio se i girgentini si impadronissero sul serio dell’Immagine e del ricordo del grande drammaturgo, sino a farne un simbolo, una « etichetta » quasi che potesse servire a dare alla città dei templi, già ricca di tradizioni culturali e storiche, un’ulteriore connotazione prestigiosa, quella del teatro di Pirandello, che in questo senso dovrebbe assumere le caratteristiche di una vera struttura stabile. Il teatro dovrebbe diventare un fatto quotidiano e dovrebbe servire, con la creazione di una scuola e con la istituzione di una lunga stagione teatrale, dovrebbe servire, altresì, a trasformare il tessuto morale, economico e sociale della comunità agrigentina.

Ed il libro di Luigi Sedita vorrebbe servire appunto a farci sentire più vicini al grande autore, a farcelo conoscere meglio, e forse, a farcelo amare un poco di più. In tal senso, i tre saggi che compongono il prezioso volume, rappresentano un contributo culturale non indifferente alla diffusione ed alla divulgazione degli studi pirandelliani.

Il primo saggio intitolato « Il personaggio risorto », già apparso sulla « Rivista di studi pirandelliani » nel 1985, analizza la vicenda del romanzo « Il fu Mattia Pascal », ed in particolare l’episodio del treno in cui il protagonista, dato per suicida, approfitta della situazione per cambiar vita, e si trova quindi nella necessità di procurarsi un altro nome. Una tipica situazione pirandelliana, quasi paradossale: il nome, Mattia Pascal, viene accidentalmente suggerito da due compagni di viaggio che discutono tra loro.

Secondo lo stesso Sciascia il nome Mattia Pascal deriverebbe da quello del filosofo mistico francese Biagio Pascal. Ma il Sedita segue più direttamente quello che lascia intendere lo stesso Pirandello: Mattia deriva da matto, e Pascal significa risorto, cioè resurrezione del personaggio. E da ciò Sedita mette in luce la profonda suggestione esercitata nella figura di Cristo su Pirandello.

Nel secondo saggio « Il gioco dei nomi », Sedita azzarda una ipotesi che potrebbe sembrare provocatoria e rivoluzionaria: quella che l’intera opera pirandelliana sia da inquadrare in una cornice come « Le mille e una notte », « I racconti di Canterbury » o il « Decameron ». Tale cornice potrebbe essere rappresentata da quei colloqui con i personaggi nello studio dell’autore cui accennavamo prima, e servirebbe a rendere Pirandello quale vero protagonista della sua opera e consentirebbe la restituzione della stessa al clima del decadentismo europeo incentrato sulla problematica della creazione artistica.

Il terzo saggio, diviso in due parti, « Anonimi e numeri », altro non è che la introduzione ad un dizionario ragionato di 1800 nomi reperiti dal Sedita nell’opera pirandelliana.

Tale repertorio, unitamente ad una introduzione sulla stratigrafia sociale dell’opera di Pirandello, è in corso di pubblicazione. Vale la pena, infine di sottolineare che il libro si conclude con l’affermazione, già espressa nel primo capitolo, di un Cristianesimo ancestrale di Pirandello, privo tuttavia dì ogni referente divino.

Nel panorama della saggistica rappresenta una novità in assoluto, una sorta di romanzo onomastico, il primo esempio di lavoro sistematico di onomastica letteraria, una disciplina quasi sconosciuta in Italia.

Categoria: Agrigento RaccontaTag: luigi pirandello

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