Il convento di San Vito, oggi noto come ex carcere di San Vito, fu costruito, a comune spese del senato agrigentino, per volontà del Beato Matteo Cimarra, nell’anno 1432.
Il B. Matteo, frate dotto e agrigentino di nascita, aveva già completato nel 1430 la costruzione del convento di S. Nicolò (oggi San Nicola) fuori dalle mura della città di Girgenti, ma il suo carisma, era tale che gli Agrigentini vollero fortemente avere la possibilità di avvicinare il Sant’uomo per riceverne i sacramenti ed il conforto della fede. Fu fatto edificare, quindi, a cinquanta passi dalle mura di Girgenti, il convento di San Vito, sulle prime pendici della Rupe Atenea, allora ricoperta di boschiva selva. La data della sua edificazione, 1432, è ricavata da una lastra marmorea, oggi perduta e di cui ci da notizia lo storico Picone.
Nel 1578 il monastero fu affidato da Gregorio XIII ai Riformati e vi trovarono asilo 5 sacerdoti, 5 novizi e 5 laici per un totale di 15 persone.
La fabbrica ha ospitato per ben quattro secoli i confratelli della regola dei Frati Francescani e grazie alla sua ubicazione è stata, per lungo tempo, luogo di preghiera e rifugio per i credenti che andavano in pellegrinaggio in osservanza di riti religiosi; vi regnò il silenzio e la contemplazione e solo nel novembre del 1864, dopo l’acquisizione da parte dello Stato, divenne luogo di sofferenza e asilo per assassini, briganti e ladri.
Nel 1863, infatti, essendo vescovo Mons. Lo Jacono, i frati minori riformati dovettero cedere il loro convento al Governo Italiano, che aveva necessità di usarlo come carcere giudiziario in sostituzione del vecchio reclusorio, allocato nel castello arabo sito nell’immediate vicinanze della via Duomo. I frati si trasferirono con gli arredi della loro chiesa nel convento di San Calogero dove ancora oggi è possibile ammirare la Madonna col Bambino di scuola gaginesca, e il Crocifisso ligneo, opera di fra’ Umile da Petraia.
Fu agevole ed economico trasformare le 20 celle allora esistenti, in celle reclusorie; bastò, infatti, munirle di robusti catenacci. Tale uso, sebbene ne abbia trasformato l’originaria struttura, ha però permesso di tramandare, pressoché integro, un monumento che, in caso contrario, sarebbe andato irrimediabilmente perduto.
“Carcere duro” , la cui fama si estendeva in tutta l’Italia tanto che, come si tramanda, i direttori delle carceri del Regno Italico, per calmare i detenuti più irrequieti, usavano minacciarli di trasferimento: “Al carcere di S. Vito di Girgenti, dove l’atrocità di quel reclusorio a breve termine vi farà cessare di vivere”(1). Non erano state proprio queste le intenzioni del B. Matteo Cimarra!
Nel novembre 1996 i detenuti furono trasferiti nella moderna e confortevole struttura della nuova casa circondariale della “Petrusa”. Da allora poche volte le porte dell’ex convento furono aperte, celando all’interno degli alti bastioni le bellezze architettoniche sconosciute alla maggior parte degli Agrigentini, una vera sorpresa per chi ha avuto la possibilità di farne oggetto di tesi.
Della struttura originaria non esistono piante o disegni e solo un attento studio dei restanti elementi architettonici, inglobati in più recenti murature, può consentire una sua ricostruzione ideale. A causa delle numerose manomissioni, dovute ad altra destinazione d’uso, il monastero ha perso molto della sua originaria struttura ed è difficile oggi poter distinguere i vari ambienti monacali.
Grazie agli archi e alle colonne che sporgono da alcuni muri perimetrali di postuma costruzione, ad una prima ricognizione, è possibile subito individuare il chiostro di forma rettangolare con il lato lungo addossato alla chiesa.
Oltre i muri che inglobano archi e colonne, per l’intero perimetro del chiostro, vi era il deambulatorio del quale sono ancora visibili buona parte delle volte a crociera che lo ricoprivano.
E’ probabile che nel piano inferiore fossero collocati gli ambienti di uso comune, mentre le celle, di n° 20, erano allocate nel piano superiore raggiungibile con una scala ad archi rampanti, tutt’oggi esistente.
Agli ambienti del piano terra si accedeva dal deambulatorio attraverso delle aperture ad arco che si innestavano nelle coperture a volta a tutto sesto o a padiglione.
La chiesa, demolita quasi totalmente per creare un altro chiostro che desse luce a nuove celle reclusorie, era di notevoli dimensioni e sembra sporgesse da entrambi i lati rispetto al convento. Possedeva 5 altari, di cui non si ha traccia, mentre rimane quasi integro, nella sua magnificenza, il sontuoso portale in pietra dura, modellato dalla luce che si raccoglie nei suoi fregi, angeli, foglie d’acanto, animali e frutti tipici della simbologia cristiana. Con le sue ghiere sviluppantesi su piani diversi, la fascia monumentale scolpita tra i piedritti nel motivo zooforo, il portale ricorda l’architettura normanna e lo stile chiaramontano. Antistante l’ingresso della chiesa era un loggiato, a doppia arcata, che sporgeva alcuni metri.
Al corpo centrale, negli anni, furono aggiunti diversi corpi di fabbrica in grado di ospitare tutte le attività necessarie allo svolgimento della vita carceraria (cucine, refettorio, parlatorio, infermeria, uffici amministrativi, celle di isolamento, caserma, etc.). Elementi di architettura carceraria ottocentesca convivono nella fabbrica del san Vito con elementi di architettura monacale medioevale dando vita a suggestive ambientazioni .
Oggi, totalmente abbandonato, l’ex convento di San Vito insiste su uno dei luoghi più nevralgici della città e si presenta abbandonato ma tutt’ora poderoso, degno di attenzione e di cure per un solerte ripristino. La proposta progettuale della tesi si propone di restituire al territorio e alla città l’imponente struttura come centro culturale e sociale. Agrigento, città famosa per i suoi templi, custode di indelebili tracce del suo luminoso passato medioevale, manca ancora di un’opera moderna che, innestandosi nel centro urbano, mostri l’evoluzione dell’architettura.
Gli interventi sono stati mirati e ben definibili e comunque rispettosi del preesistente convento, conservando anche alcune tracce del “luogo di pena”. Per riportare alla luce e rivalorizzare il bel portale si è voluto riproporre, come entrata principale alla struttura, quella di accesso alla chiesa, quella che guardava la città e ai cui piedi era il calvario.
A servizio di tutta la struttura, sottostante i campetti, viene realizzato un posteggio multipiano al quale si accede dal lato ovest, quello che dà su piazza Vittorio Emanuele. Il primo spazio fruibile dall’utenza, dopo aver varcato il portale, è adibito ad infobox a servizio di tutti i locali. A sinistra, sono collocati sale e aule per laboratori artistici, per docenza, direzione depositi, sale espositive, servizi igienici e sala relax. Li dove vi sono le celle di isolamento è inserito un box vetrato che ospita la sala conferenze. Il chiostro ha un suo ingresso principale, subito dopo l’infobox, e si presenta al visitatore nel suo primitivo splendore riportando alla luce gli archi e le colonne preesistenti, e ricostruendo alcune volte a crociera crollate nel tempo. Tutt’intorno al deambulatorio, sono collocati diversi vani adibiti a: direzione del centro culturale, servizi e biblioteca. Al primo piano, si trovano: una ludoteca per ragazzi, una ludoteca per bambini, aule studio, aule video o ascolto musica e il bar. L’ala est, che ospitava la caserma, la matricola e gli uffici del carcere, viene adibita a uffici per la gestione dell’intera struttura.
Con i suoi 2500 mq di superficie utile, la fabbrica si offre non solo come elemento di architettura medioevale e luogo di storia, ma anche come futuro perno attorno cui far orbitare le attività culturali della città.
Valeria proto
(1) La siciliana, riv. mensile, illustrata di storia archeologica e folkloristica – anno III n° 12 – Catania, Siracusa, Avola. – Dic. 1913 pag. 128

