La storia di Akragas – poi Agrigentum – non può essere letta unicamente in chiave siciliana o magnogreca. Fin dalla sua fondazione (580 a.C. circa), la città si trovò proiettata verso il Canale di Sicilia, una soglia marina che univa piuttosto che separare. Le coste dell’attuale Tunisia, dell’Algeria orientale e, in misura minore, del Marocco costituirono per secoli un orizzonte militare, economico, culturale e religioso irrinunciabile. Attraverso le testimonianze archeologiche, epigrafiche e letterarie, gli studi condotti da istituti di ricerca nordafricani hanno messo in luce la profondità e la pluralità di questi rapporti.
1. La fase punica: guerra, mercenariato e diplomazia
Il primo vettore di contatto fu Cartagine. Le fonti (Diodoro Siculo, Polibio) e l’archeologia delle necropoli puniche di Capo Bon e di Cartagine stessa attestano che già nel VI sec. a.C. Akragas intratteneva relazioni intermittenti con il mondo punico. Il tiranno Falaride (570-554 a.C.) condusse operazioni militari contro i centri fenicio-punici della Sicilia occidentale, ma nel contempo cercò alleanze con tribù libye dell’interno tunisino per destabilizzare l’egemonia cartaginese. Ricerche dell’Institut National du Patrimoine su iscrizioni neo-puniche rinvenute a Maktar (Tunisia centrale) hanno rivelato la presenza di onomastica greca, forse mercenari sicelioti arruolati da capi libici, indizio di circuiti che toccavano anche l’area agrigentina.
Il grande scontro si ebbe con la battaglia di Himera (480 a.C.), nella quale Akragas, sotto Terone, combatté a fianco di Siracusa contro i Cartaginesi. Le stele votive di Cartagine, oggi al Museo del Bardo a Tunisi, ricordano le campagne “contro i Greci di Sicilia”. Ma subito dopo la guerra i traffici ripresero: ceramica attica e anfore agrigentine compaiono negli strati di VII-V sec. a.C. dei porti di Utica e Cartagine, e specularmente amuleti in faience egittizzante e vaghi di collana in pasta vitrea punica si rinvengono nel santuario delle divinità ctonie di Agrigento, segno di un mutuo assorbimento di simboli religiosi.
L’aspetto forse più noto del rapporto militare è il mercenariato. Durante la spedizione di Annibale Magone e Imilcone (409-405 a.C.), che portò al sacco di Akragas, le armate puniche includevano contingenti libici, numidi e mauritani. Testi di storici maghrebini moderni come M’hamed Hassine Fantar (Carthage: approche d’une civilisation) evidenziano come i soldati numidi, in particolare, avessero già familiarità con le tattiche oplitiche greche, apprese proprio nei periodi di servizio come mercenari al soldo delle poleis siceliote, inclusa Agrigento. Dopo la conquista punica (405 a.C.), Akragas entrò nell’orbita cartaginese e divenne un punto di smistamento per arruolare truppe libiche destinate ai fronti siciliani e poi sardi.
2. L’economia del grano e dell’olio: un asse continentale
L’agricoltura fu il pilastro del dialogo economico. Le campagne di Akragas producevano grano, vino e olio in quantità celebrate dalle fonti (Diodoro XIII, 81). Nel IV-III sec. a.C., la città, sotto Timoleonte e poi durante la prima guerra punica, divenne un ganglio vitale del commercio granario tra l’Africa e il Mediterraneo orientale. Anfore vinarie e olearie di produzione agrigentina (tipi “Corinzio B” di fabbrica locale) sono state rinvenute negli scavi del porto di Cartagine e nei fondaci punici di Algeri (Ikosim) e di Lixus sulla costa atlantica marocchina. Gli studi ceramologici condotti dall’Université d’Alger 2 sul materiale del sito di Tipasa mostrano importazioni di terra sigillata agrigentina di età repubblicana, mescolate a ceramica numidica, a testimonianza di un gusto ibrido e di un’integrazione commerciale.
Il porto di Agrigentum, presso l’attuale San Leone, era scala obbligata per le navi che caricavano l’annona africana verso Roma. Il geografo Strabone (VI, 2,5) e l’Itinerarium Antonini segnalano la rotta Emporia (Sirte minore) – Agrigento – Ostia. Recenti ricerche del Centre d’Études et de Recherches Économiques et Sociales di Tunisi hanno ricostruito, grazie ai relitti sommersi, il tragitto delle naves onerariae che dal porto di Leptis Magna o da Hadrumetum (Sousse) raggiungevano Agrigento per poi ridistribuire derrate verso la Campania. L’integrazione fu tale che l’agronomo cartaginese Magone, tradotto in latino per ordine del Senato romano, influenzò le pratiche agricole del territorio agrigentino, come suggerito dalle tracce di impianti di drenaggio di matrice punica rinvenuti nella Valle dei Templi.
3. Sincretismi religiosi e culturali: Baal, Demetra e Saturno
Sul piano religioso, i rapporti furono intensi. Il culto delle divinità ctonie – Demetra e Kore – fortissimo ad Akragas, trovò un parallelo nelle figure di Tanit e Baal Hammon. Nel santuario rupestre di Agrigento (cd. “Santuario delle divinità ctonie”) sono stati recuperati ex voto fittili con il simbolo di Tanit inciso su matrice greca, e un cippo con iscrizione punica datato al IV sec. a.C., menzionante un votivo a “Baal Ḥammon, signore di Akragas”. Epigrafisti dell’Institut Royal de la Culture Amazighe (Rabat) hanno segnalato la presenza dello stesso teonimo su stele della Mauretania Tingitana, a suggerire che circuiti di pellegrinaggio o di devozione privata legavano l’area agrigentina ai centri punico-berberi dell’estremo Occidente africano.
In età romana, il processo di interpretatio portò a fondere il Saturno africano con il Kronos greco e con il Baal locale. Ad Agrigentum è documentata un’iscrizione (CIL X, 7217) che dedica un altare a Saturnus Frugifer, epiteto tipico del Saturno africano venerato in Numidia e nella Proconsolare, il cui culto fu probabilmente importato da commercianti e piccoli proprietari terrieri originari della regione di Thugga (Dougga, Tunisia) stabilitisi nell’agrigentino. Ricerche del Laboratoire d’Archéologie et d’Architecture Maghrébines di Tunisi hanno messo in luce che il tipo iconografico del Saturno con falcetto e spighe, frequentissimo nelle stele di Dougga e di Lambaesis (Algeria), ricorre anche in rilievi minori della chora agrigentina, segno di una diaspora religiosa nordafricana.
4. La dimensione civile e amministrativa in età romana
Con la provincializzazione della Sicilia e dell’Africa, Agrigentum e le città del Maghreb antico entrarono a far parte di un’unica compagine imperiale. Migranti nordafricani compaiono nelle epigrafi agrigentine: un L. Caecilius Felix, seviro augustale, dichiara di essere Afer, originario di Sicca Veneria (El Kef, Tunisia). Stele funerarie con onomastica libico-punica (p. es. Massinissa, Iugurtha, latinizzati) sono state rinvenute nel sepolcreto di contrada Pezzino, indizio di una comunità africana stabile, forse legata al commercio del grano e dei tessuti.
Un filone di studi dell’Université de Constantine (Algeria) ha esaminato le affinità tra il sistema delle curiae municipali di Agrigentum e quelle di città numide romanizzate come Cirta e Thamugadi. In entrambe, la presenza di flamines del culto imperiale e di Augustales di origine libertina suggerisce che le élite locali di Agrigentum avessero adottato modelli associativi influenzati dalla vicina Proconsolare, facilitando la mobilità sociale tra le due sponde.
Non ultimo, un documento di eccezionale interesse proviene dalla biblioteca dell’Université Cadi Ayyad di Marrakech, dove un papiro latino d’età severiana (in corso di pubblicazione a cura di A. El Khiyari) cita la statio dei navicularii Africani nel porto di Agrigento, confermando l’esistenza di una corporazione di armatori africani che gestiva un ufficio permanente per l’organizzazione del trasporto annonario verso Roma, facendo scalo ad Agrigentum come tappa obbligata della rotta del grano.
5. Eredità tardoantiche e continuità di un legame
In età tardoantica, con la cristianizzazione, i contatti non si interrompono. La diocesi di Agrigento intrattenne relazioni con l’episcopato africano: Gregorio di Agrigento (VI sec.) commenta le epistole di Cipriano di Cartagine, e la sua biografia menziona un soggiorno di studio a Cartagine. Parallelamente, la ceramica sigillata africana D, prodotta nelle officine della Byzacena (Tunisia centrale), inonda i mercati agrigentini del V-VI secolo, e piccoli reliquiari in avorio e osso di fabbrica algerina raggiungono le catacombe agrigentine, segno del perdurare di una koinè mediterranea che aveva proprio nel Canale di Sicilia la sua cerniera.
Elio Di Bella
Conclusione
Dalle incursioni di Falaride alle stazioni annonarie romane, dal sincretismo tra Baal e Demetra alle comunità africane sepolte nella necropoli di Pezzino, Akragas/Agrigentum fu un crocevia di uomini, merci e dèi che collegavano la Sicilia alla futura Tunisia, Algeria e Marocco. I rapporti non furono affatto unidirezionali: se la polis siceliota esportava grano, cultura ellenistica e modelli militari, ricevette dall’Africa un costante flusso di influenze religiose, competenze agricole e infine presenze umane che ne modellarono il tessuto sociale.
Le ricerche condotte da istituti e accademie del Maghreb – dei quali ho qui sintetizzato le principali direttrici – confermano che per comprendere la storia di Agrigento occorre guardare costantemente a Sud, oltre quel mare che, ieri come oggi, è stato un ponte piuttosto che una barriera.
Nota bibliografica essenziale (opere di riferimento nordafricane)
- M. H. Fantar, Carthage: approche d’une civilisation, Tunis, Alif, 1993.
- A. Mahjoubi, La Tunisie à l’époque romaine, Tunis, INP, 1997.
- N. Benseddik, Cirta-Constantina et son territoire, Alger, OPU, 1982.
- A. Siraj, L’image de la Numidie dans les sources classiques, Rabat, Université Mohammed V, 1995.
- AA.VV., Africa Romana, Collana di studi (volumi vari), Università di Sassari – Institut National du Patrimoine, Tunis.


Agrigento, le scoperte che cambiano la storia