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cattura di un ribelle
cattura di un ribelle

Gas, massacri e silenzi: l’altra faccia del colonialismo italiano

21 Maggio 2025 //  by Elio Di Bella

La storia coloniale italiana, spesso idealizzata o sottovalutata nella memoria collettiva, racchiude episodi di grande complessità e brutalità, tra cui spicca la conquista dell’Etiopia.

Questa campagna militare, che ebbe luogo tra il 1935 e il 1936, fu un punto di svolta per il fascismo italiano e un drammatico preludio alla Seconda Guerra Mondiale.

Per comprendere appieno questa fase della nostra storia, è fondamentale analizzare le motivazioni, gli eventi chiave, le atrocità commesse e le durature conseguenze di questo conflitto.

Le Radici dell’Ambizione Coloniale Italiana

L’Italia, giunta tardi alla corsa coloniale rispetto ad altre potenze europee, nutriva forti ambizioni di espansione in Africa.

Già alla fine del XIX secolo, il Regno d’Italia aveva tentato di affermare il proprio dominio sull’Etiopia (allora Abissinia), subendo però una clamorosa e umiliante sconfitta nella battaglia di Adua nel 1896.

Questo smacco rimase a lungo una ferita aperta nell’orgoglio nazionale, alimentando il desiderio di “vendicare” Adua e affermare la propria statura di grande potenza.

Con l’avvento al potere di Benito Mussolini e del regime fascista nel 1922, le aspirazioni coloniali italiane si intensificarono.

Mussolini vedeva nella conquista dell’Etiopia un’opportunità non solo per espandere i possedimenti territoriali italiani in Africa orientale, collegando l’Eritrea e la Somalia italiana, ma anche per accrescere il prestigio internazionale dell’Italia e consolidare il consenso interno al regime.

Le motivazioni economiche erano altrettanto rilevanti: l’Etiopia era percepita come una terra ricca di risorse naturali, tra cui terre fertili, oro e caffè, che l’Italia intendeva sfruttare a proprio beneficio.

A ciò si aggiungeva una visione razziale fascista che considerava gli italiani superiori ad altre razze, in particolare quelle africane, e vedeva nella conquista un mezzo per dimostrare tale superiorità.

Il Casus Belli e l’Invasione

Il pretesto per l’invasione fu l’incidente di Walwal (Ual Ual) nel dicembre 1934, un’oasi contesa al confine tra l’Etiopia e la Somalia italiana, dove le forze italiane avevano costruito un forte in territorio etiope.

Lo scontro tra truppe etiopi e italiane causò numerose vittime da entrambe le parti.

Nonostante i tentativi di arbitrato da parte della Società delle Nazioni e le offerte di concessioni significative da parte di Gran Bretagna e Francia nel tentativo di placare Mussolini, il duce rifiutò ogni compromesso, determinato a procedere con l’invasione su larga scala.

Alle 5:00 del mattino del 3 ottobre 1935, le truppe italiane, sotto il comando del generale Emilio De Bono, attraversarono il fiume Mareb dall’Eritrea e invasero l’Etiopia senza una formale dichiarazione di guerra.

L’obiettivo era la conquista dell’Impero etiopico, uno dei pochi stati africani indipendenti rimasti.

La Disparità delle Forze e l’Uso di Armi Proibite

La guerra vide una netta disparità tra le forze in campo.

L’esercito italiano, moderno e ben equipaggiato, impiegò mezzi all’avanguardia per l’epoca, tra cui aviazione d’assalto e da bombardamento, reparti autotrasportati e autoblindomitragliatrici. Fondamentale fu anche l’uso massiccio di armi chimiche, in particolare gas mostarda (iprite) e fosgene, vietati dalle convenzioni internazionali.

L’aviazione italiana svolse un ruolo cruciale, non solo per il bombardamento delle posizioni etiopi, ma anche per la pianificazione dell’avanzata attraverso la fotografia aerea e per la diffusione di gas velenosi, spesso contro civili indifesi.

L’uso del gas mostarda fu particolarmente efficace nel demoralizzare le truppe etiopi e nel creare scompiglio, causando migliaia di vittime con ferite dolorose e durature.

Oltre al gas, furono bombardati ospedali della Croce Rossa e ambulanze, e prigionieri di guerra furono giustiziati senza processo.

Sotto la guida dei generali Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani, le forze italiane avanzarono costantemente.

Dopo vittorie significative, come quella presso il Lago Ashangi (Ascianghi) e la Battaglia del Maychew, la resistenza etiope fu definitivamente spezzata.

Il 5 maggio 1936, le truppe di Badoglio entrarono nella capitale Addis Abeba, e l’Imperatore Haile Selassie fu costretto all’esilio.

Pochi giorni dopo, l’Italia annunciò l’annessione dell’Etiopia, e il Re Vittorio Emanuele III fu proclamato Imperatore d’Etiopia.

Le Atrocità e la “Leggenda” degli Italiani Brava Gente

Al di là della brutalità intrinseca a ogni conflitto, la guerra d’Etiopia e la successiva occupazione furono segnate da numerose atrocità e crimini di guerra.

Il PDF menziona esplicitamente come la trasmissione della BBC “A fascist legacy” abbia denunciato il comportamento “criminale” dei soldati italiani in Nord Africa, Grecia e Jugoslavia, sottolineando come l’immagine degli “italiani brava gente” sia stata coltivata con sforzi, ma sempre più difficile da difendere con l’emergere di nuovi documenti.

Tra gli episodi più efferati vi fu la rappresaglia successiva all’attentato a Rodolfo Graziani ad Addis Abeba nel febbraio 1937.

Per tre giorni, la città fu teatro di massacri indiscriminati, con squadre di “vendicatori” che percorsero le strade, e camion italiani che trasportavano cadaveri fuori dalla città, molti dei quali decapitati o squartati.

Le stime delle vittime variano, ma si parla di migliaia di morti, con alcune fonti etiopiche che denunciano fino a 30.000 uccisioni, mentre calcoli più “obiettivi” indicano circa 6.000 vittime.

Un altro tragico evento fu il massacro del monastero di Däbrä Libanos.

La documentazione storica rivela anche l’esistenza di campi di concentramento come quelli di Danane e Nocra, dove migliaia di etiopi morirono.

La Chiesa Ortodossa Tewahedo Etiope fu particolarmente colpita. Il regime fascista adottò anche leggi razziali nei territori occupati.

La Mancanza di un “Norimberga Italiano”

A differenza di altri paesi dell’Asse, l’Italia non ebbe un “Norimberga” per i crimini commessi in Etiopia o durante la Seconda Guerra Mondiale.

Storici come Michael Palumbo hanno sostenuto che centinaia di italiani, ritenuti responsabili di crimini di guerra dagli Alleati, non furono mai processati per motivi politici.

Gli Alleati, in particolare britannici e americani, preferirono non perseguire questi individui, vedendo negli ex-fascisti degli affidabili anti-comunisti nel contesto della Guerra Fredda.

Documenti dell’epoca, come quello del Public Record Office del Foreign Office inglese, mostrano come l’Alto Commissario inglese a Roma, Charles Noel, ritenesse che l’arresto dei criminali di guerra avrebbe potuto provocare uno “shock” per il governo italiano e l’opinione pubblica, nonostante molti di loro avessero reso “esemplari servizi agli Alleati”.

Anche Alcide De Gasperi, allora Presidente del Consiglio, scrisse all’Alto Commissario americano, ammiraglio Stone, paventando la nascita di una “pericolosa reazione del Paese” in caso di arresti.

Le richieste di estradizione da parte di paesi come Francia, Grecia e Jugoslavia furono sistematicamente soffocate. Solo nel 1996 l’Italia ammise ufficialmente l’uso di gas velenosi in Etiopia.

Le Difficoltà della Memoria e delle Riparazioni

Per anni, il governo italiano ha reso difficile l’accesso agli archivi di Stato, usando pretesti come la necessità di “riordinare” il materiale, in realtà per impedire a storici e ricercatori, anche africani, di trovare prove documentali sulla storia dei loro paesi.

Anche opere ufficiali, come “L’Italia in Africa” del Ministero degli Esteri, furono caratterizzate da una “dipendenza totale dalle tesi oltranziste dell’epoca fascista” e da una “rinuncia all’utilizzazione degli archivi” che il Comitato per la documentazione si arrogava in esclusiva.

Questa opera fu poi sospesa per mancanza di fondi, un chiaro esempio di censura, così come il divieto di distribuzione del film “Il Leone del Deserto” del 1979, ritenuto “lesivo dell’onore dell’esercito”.

Per quanto riguarda le riparazioni, l’Etiopia nel 1951 chiese un equo risarcimento per i danni subiti.

Dopo lunghe negoziazioni, l’Italia accettò di pagare all’Etiopia 6 milioni e 250 mila sterline nel 1956, ma questa somma venne ufficialmente erogata come “assistenza tecnica e finanziaria” e non come risarcimento per danni di guerra.

Similmente, con la Libia, l’Italia raggiunse un accordo molto modesto nel 1956, specificando che la somma era un “contributo alla ricostruzione economica” e non menzionava i danni di guerra o coloniali. Questo approccio, volto a “coprire i crimini dell’Italia fascista“, ha lasciato aperta la questione per decenni, con continue richieste di risarcimento da parte libica, nonostante l’Italia si sia dichiarata in regola sotto il profilo giuridico.

Un Precursore della Seconda Guerra Mondiale

La Seconda Guerra Italo-Etiopica è spesso considerata un importante precursore della Seconda Guerra Mondiale.

L’aggressione italiana dimostrò palesemente l’inefficacia della Società delle Nazioni nell’impedire atti di aggressione da parte di uno stato membro, poiché le sanzioni imposte furono deboli e inefficaci a causa della mancanza di supporto delle grandi potenze.

Questo conflitto mise in luce la politica espansionista dell’Italia fascista, che avrebbe poi caratterizzato le azioni della Germania nazista e degli altri paesi dell’Asse.

Conclusioni

La Guerra d’Etiopia rappresenta una fase cruciale e dolorosa della storia italiana, che ha avuto un impatto profondo non solo sull’Etiopia, ma anche sulla percezione internazionale del fascismo e sul fallimento delle istituzioni internazionali dell’epoca.

Riconoscere e analizzare queste pagine oscure del nostro passato è fondamentale per una piena comprensione della storia contemporanea, al di là delle narrazioni ufficiali e delle auto-assoluzioni.

L’eredità di quel conflitto, comprese le questioni irrisolte relative alle riparazioni e alla memoria delle atrocità, continua a interrogarci sul ruolo dell’Italia nel contesto coloniale e sui meccanismi di negazione storica che per decenni ne hanno caratterizzato la memoria collettiva.

È un dibattito necessario, che altre nazioni hanno già affrontato, per giungere a una verità storica completa e onesta.

Elio Di Bella

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia ItalianaTag: guerra etiopia

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