Nel Neolitico Recente europeo, il sito di San Juan ante Portam Latinam (SJAPL), situato in un riparo sotto roccia nella valle del fiume Ebro (Rioja Alavesa, Paesi Baschi, Spagna settentrionale), offre una prospettiva diversa sulla violenza preistorica.
Datato tra 3.380 e 3.000 a.C. circa (5.400-5.000 anni fa), durante la transizione al Calcolitico, il sito fu scoperto accidentalmente nel 1985 durante lavori di costruzione di una strada e scavato negli anni ’90.
Gli scavi hanno rivelato un imponente deposito funerario collettivo contenente i resti scheletrici di un numero minimo di 338 individui di entrambi i sessi e di tutte le età, sebbene con una predominanza di maschi adulti.
I corpi erano deposti in modo apparentemente disorganizzato, spesso intrecciati tra loro, suggerendo un accumulo nel tempo piuttosto che una singola sepoltura rituale.
Associati ai resti umani sono stati trovati numerosi manufatti, tra cui spiccano 61 punte di freccia in selce, 64 lame litiche, asce levigate, strumenti in osso e oggetti di ornamento personale (pendagli, conchiglie marine forate, Dentalium).
Prove di Violenza e Conflitto Ricorrente
Una caratteristica saliente di SJAPL è l’elevatissima prevalenza di traumi scheletrici legati alla violenza.
Una rianalisi sistematica recente ha identificato 65 traumi non guariti (perimortem) e 89 traumi guariti (antemortem) compatibili con aggressioni, interessando complessivamente il 23,1% dei 338 individui rappresentati.
I tipi di trauma includono numerose lesioni craniche da corpo contundente (probabilmente da mazze o pietre) e almeno 11 casi certi di ferite da punta di freccia, oltre a fratture degli arti.
La presenza significativa di lesioni guarite, specialmente sul cranio, accanto a quelle letali non guarite, è un elemento chiave.
Questo indica che molti individui erano sopravvissuti a precedenti scontri violenti, suggerendo che il conflitto non fosse un evento isolato ma piuttosto una condizione ricorrente o endemica, protrattasi forse per mesi o anni.
L’analisi demografica dei traumi rivela un pattern distintivo: i maschi adolescenti e adulti sono colpiti in modo sproporzionato.
Essi rappresentano il 97,6% dei casi con trauma letale non guarito e l’81,7% dei casi con trauma guarito tra gli individui di cui è stato possibile stimare il sesso.
Anche le ferite da freccia sono associate prevalentemente agli scheletri maschili.
Questo pattern contrasta con l’indiscriminata distribuzione della violenza osservata a Jebel Sahaba e suggerisce fortemente che i maschi fossero i principali partecipanti attivi nei combattimenti.
Queste osservazioni hanno portato a rivedere l’interpretazione iniziale del sito come risultato di un singolo massacro.
L’ipotesi attuale è che SJAPL rappresenti un accumulo di vittime cadute in molteplici episodi di conflitto – battaglie o incursioni – avvenuti nel corso del tempo.
Il sito potrebbe quindi essere interpretato come una sorta di “cimitero di guerrieri” o contenere uno o più “strati di guerra”.
Prove di Cura e Complessità Sociale
Nonostante la brutalità evidente, SJAPL offre anche testimonianze di pratiche sociali complesse, inclusa la cura dei feriti.
La stessa alta frequenza di lesioni craniche guarite implica che gli individui non solo sopravvivevano a traumi gravi, ma ricevevano probabilmente cure che ne permettevano il recupero.
Ancora più notevole è la scoperta di quattro casi di trapanazione cranica – la pratica chirurgica di perforare il cranio.
In tre di questi casi, l’osso mostra segni di rimarginazione, indicando che i pazienti sopravvissero all’intervento per un certo periodo.
Questa è una delle più antiche forme di chirurgia attestate e suggerisce un livello considerevole di conoscenze mediche e di investimento sociale nella cura di individui specifici.
Contesto e Motivazioni Potenziali
Le cause specifiche del conflitto prolungato testimoniato a SJAPL rimangono speculative.
Tra i fattori proposti vi sono tensioni tra diversi gruppi culturali presenti nella regione durante il Neolitico Recente, possibile pressione demografica, competizione per risorse limitate, forse acuite da condizioni di salute precarie indicate da alcuni marcatori scheletrici.
L’insieme delle prove suggerisce una forma di guerra più formalizzata, sofisticata e forse su scala più ampia di quanto spesso attribuito al Neolitico europeo, rappresentando uno dei più grandi eventi legati alla violenza conosciuti per questo periodo.
La netta differenziazione demografica della violenza a SJAPL – con maschi adulti che subiscono la stragrande maggioranza dei traumi, sia letali che guariti – unita alle prove di cure mediche avanzate come la trepanazione riuscita, suggerisce fortemente l’emergere di un ruolo sociale specializzato assimilabile a quello di “guerriero”.
Questo scenario implica un’organizzazione sociale in cui specifici individui (principalmente maschi) erano regolarmente impegnati in conflitti, acquisivano esperienza (sopravvivendo a scontri precedenti), venivano curati per le ferite riportate e forse godevano di uno status particolare all’interno della loro comunità.
Tale quadro indica un passo verso una maggiore formalizzazione e organizzazione della guerra già nel tardo Neolitico, superando l’idea di semplici scontri sporadici e suggerendo la cristallizzazione di identità e ruoli legati specificamente all’attività bellica.


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