Le antichità raffadalesi: mura antiche, monete puniche e sarcofagi unici. Scopri la storia e il fascino di Terra Vecchia, Poggio dell’Oro e Grotticelle.
Storie Dimenticate di Terra Vecchia e Modaccamo
Della grandezza delle fabbriche, che in varie ed antichissime epiche sorgevano nelle campagne prossime al luogo dove oggi sorge Raffadali, non restano che scarsissimi avanzi; e la mano del tempo non è stata ivi meno crudele delle guerre e dette atrocità delle varie dominazioni che l’hanno desolata.
Un’antica e costante tradizione insegna che nel punto che tuttora si chiama Terra Vecchia già feudo di Modaccamo e nei terreni circostanti, e sul colle detto Giammaritaro e sulle pianure di Grotticelle, sorgesse città, ricca e popolosa.
Quivi però non sorge più alcun edifizio, ma solo si osservano due avanzi di grosse mura di ciottoli e pietre connesse dà sì solido cemento delle fabbriche calcareo, ch’è divenuto ciascuno un masso unico e solidissimo.
Resti Archeologici a Poggio dell’Oro e Grotticelle
Un’immensa quantità di pietre, delle quali non pochi quadrangolari, ingombrano gran tratto di terreno. Altra straordinaria copia di frantumi, di terrecotte, di acquedotti, di tegole e di lastre sono sparse dappertutto.
Nel colle detto Giammaritaro, che dal nome s’è creduto esservene maggiore quantità, scarseggia, forse perché le acque, favorite dal ripido declivio, le hanno dissipate.
Le Monete del Passato: Puniche, Siracusane e Bizantine
Si sono poi rinvenute molte monete di rame e d’argento e non poche anche, d’oro delle quali la maggior parte è stata venduta in lontani paesi da sospettosi contadini.
Non si è rinvenuta, a dir vero, almeno per quanto è a mia conoscenza, alcuna moneta particolare e propria del luogo, ma alcune puniche, moltissime siracusane ed agrigentine e romane di tutti gli Imperatori, bizantine e di tempi posteriori.
Non è dunque esatto il dire che nulla di antico s’è rinvenuto a Terra vecchia, se non di tempi romani molto bassi, come p. e. un sarcofago ed una moneta d’oro portante l’effigie dell’imperatore Eraclio, (giusta l’affermazione del Caruselli).
Segno chiarissimo é questo che in quel sito vi è stata in ogni tempo una popolazione la quale è sempre ritornata ad abitare quei luoghi il ferro ed il fuoco, spinto dalle vicende della guerra e degli imperi, avevano raso più volte le abitazioni e tagliato a pezzi o incatenata in ischiavitù la più gran parte dei cittadini.
Più durevoli però ed in maggior numero sono le memorie lasciate dal culto che gli antichi prestavano agli estinti; ed intagliati nei duri massi restano ancora molte stanze sepolcrali in tutte le parti circostanti alla citta scomparsa.
Le più vicine a Terravecchia sono i sepolcri incavati nel colle di calce e solfata detto Poggio dell’oro e prossime colline.
Le Stanze Sepolcrali di Grotticelle: Un Patrimonio da Valorizzare
Ma più maestoso è il tutto dei monumenti sepolcrali, che nella facciata meridionale della montagna Grotticelle, così denominata per le tante grotte che vi si ammirano, offre una veduta veramente incantevole.
Questa parte meridionale del monte è tagliata perpendicolarmente e presenta una superficie uguale e piana a forma di un triangolo.
Quivi sono incavate una sessantina di stanze sepolcrali elevate dal suolo, circa quattro metri ciascuna, e disposte quasi in linea orizzontale.
Di queste stanze alcune hanno il tetto concavo, la maggior parte però l’hanno a superficie piana.
Ve ne sono piccole della grandezza di metri cubi 0, 170, altre sono grandi per due e tre volte tanto; talune sono ad unico piano altre di due o tre piani, mentre nel suolo e nei lati vi sono incavate casse mortuarie di varie grandezze e in una di quelle stanze se ne contengono più di quaranta, in altra ventidue e molte altre in varie, stanze.
Nel mezzo di quell’angusta facciata, molto più elevata sulla riga di tutte quelle stanze funebri, si osserva una ristretta apertura di circa m. 0. 50 di larghezza e il doppio di altezza e questa introduce in una profonda galleria che si addentra nel centro della montagna, dove non si può penetrare per la copia di acque stagnanti, della quale è occupata in gran parte.
uchianu d’i Grutticeddi
Davanti questa facciata del monte si estende un’ampia pianura (’uchianu d’i Grutticeddi) tutta ingombra di rottami di vasi, di tegole e casse di terracotta, di un lavoro e di una sostanza molto differente dell’uso dei giorni nostri.
Sopra le sorgenti del Capo del Safo vi sono altre stanze sepolcrali, ma quasi tutte distrutte da coloro che hanno per mestiere di provvedere di gesso gli abitanti di Raffadali; questi gessari minando quei macigni e calcinandone i massi, per vari secoli hanno rovinate e distrutte quelle cripte.
Non molto distante dal Safo, in contrada Beddia, nel duro masso di un colle, si possono ancora osservare delle stanze mortuarie alcune di forma quadrata; altre col tetto arcuato, per lo più lunghe m. 4, 15, larghe m. 2, 27, e altre m. 2, 30, ma moltissime altre si sono perdute per gli strati del monte che si sono distaccati e ne restano appena le vestigia.
Si osserva più di una grande grotta incavata nelle viscere di quel monticello, ma non vi si può penetrare per i grandi macigni rovinati lì dentro che ne ingombrano l’entrata.
E dapertutto poi si rinvengono sparse, parte conservate e parte distrutte da tempo, delle stanze sepolcrali incavate nei massi!
il sotterraneo di Modaccamo
A Modaccamo esiste, pure un sotterraneo di circa 30 metri di lunghezza e di varie larghezze, ma non si può entrare, o almeno è difficilissimo a percorrersi pei tanti massi distaccati dal tetto e dalle pareti che l’ingombrano.
Nello stesso abitato di Raffadali, nel luogo accanto alla chiesa di S. Antonio, fino al principio del secolo XIX si trovavano ampie stanze ed in gran numero;
ma sfortunatamente quelle così dette grotte offrivano asilo notturno ed opportunità di convegno non solo ad amori clandestini, ma altresì a congiure di vendette e a macchinazioni di furti.
Il Rev. Sac. Don Carlo Motta, uomo integro e morale, proprietario di quel tondo e di quelle grotte, ne permise la distruzione a chiunque avesse bisogno di pietre per farne edilizi o calce.
Il Monte Guastanella e le Tracce del Castello Normanno
Il monte Guastanella, tre Km, appena da Raffadali, il Gastaiel degli arabi, che ricorda tante memorie storiche dei tempi arabi e normanni, contiene pure non poche stanze, di cui difficile sarebbe precisarne l’origine.
Una di esse fu trasformata in chiesetta, quando il vescovo Ursone, relegato dagli arabi su quel monte, vi dimorò per lo spazio di 14 mesi.
Quivi si osserva pure una cisterna incavata nel masso, e sull’alto del monte i pochi avanzi che rimangono delle forti mura del castello che vi sorgeva.
Una lettera del Rev, Sac. Dottor Don Domenico d’Alessandro (1735 – 1799) informa che in due angoli della sala grande dei palazzo baronale, si conservavano infatti due grandi vasi, dell’altezza di sei spalmi e mezzo ( m. I 67) di un bel colore rosso, con finissima e lucida vernice senza figure, ma ornate di un bel contorno greco, nell’ orlo superiore, del diametro di palmi ( m. 0, 57 ) e di un rilievo imitante il Stralcio di una vite.
Questi due vasi giganteschi furono infranti e distrutti nel terremoto che scosse tutta la Sicilia il giorno 11 di gennaio del 1693.
Il Ratto di Proserpina: Il Sarcofago di Raffadali
Il sarcofago fu rinvenuto, a quanto dicesi nelle pianure di Grotticelle, e servì indubbiamente di sepoltura a qualche ricco e potente defunto.
Fu poi per lungo tempo dei Reverendi Padri Domenicani, i quali ne fecero dono alla Chiesa Madrice, dove fu collocato a destra di chi entra dalla porta maggiore e dove rimase lungamente fra la indifferenza dei cittadini e la trascuratezza dei Reverendi preti, che spesso, nel fare degli acconci o dei restauri in chiesa permettevano che i muratori se ne servissero per impastarvi la calce.
Durante la lunga arcipretura del Rev. Distefano mancò poco non fosse venduto ad un antiquario per la misera somma di un paio di migliaia di lire! Dovette la sua salvezza alla, opposizione del comm. Salvatore d’Alessandro, sindaco del tempo e cittadino ragguardevole.
Queste sono in succinto le poche notizie storiche che si son potute raccogliere intorno al sarcofago di Raffadali. Si passerà ora alla descrizione.
Descrizione del sarcofago
È una cassa di marmò pario della lunghezza di metri due e 11 centimetri con una larghezza di 67 centimetri ed una altezza di centimetri 70. Manca il coperchio, di cui non si è mai avuta notizia.
Le figure che vi sono scolpite rappresentano il ratto di Proserpina, (la bellissima figlia di Giove e di Cerere, dea dell’agricoltura) che involata dall’innamorato Plutone, fu trasportata in un carro dalle deliziose valli di Enna verso Siracusa e indi nel regno delle ombre, dove per ordine di Giove, commosso dalle lacrime di Cerere, doveva rimanervi sei mesi all’anno.
Ora è naturale che, in una città dedita unicamente all’agricoltura ed al commerciò di grani, principale oggetto di culto religioso fosse Cerere e che si ricordassero e scolpissero le avventure di lei e tutto ciò che le riguardava.
La parte posteriore del sarcofago
La parte posteriore del sarcofago nulla offre di notevole.
Delle due facce laterali ognuna presenta rilevati in abbozzo due scudi, ciascuno sopra due giavellotti. La parte ai davanti presenta un gruppo di dodici figure di varia grandezza, unite tutte e connesse in unica azione che presenta a primo sguardo il ratto di cui sopra s’è detto.
Guardando detta scultura da sinistra a destra la prima figura che si presenti è una donna, coperta da una lunga tunica che sebbene trattenuta da doppia cintura, pure lascia scoperto il petto leggiadramente, sino a metà, indi si spiega sul tronco di lei e le scende sino ai piedi; sul capo intanto e sulle spalle le scende un velo come agitato dal vento.
Sostiene con la destra perpendicolarmente una fiaccola, mentre con la sinistra tesa ne sostiene un’altra in linea orizzontale.
Questa donna rappresenta Cerere portata da una biga, tratta da due cavali, atteggiati a corsa velocissima.
Guidali i cavalli un genio alato, coperto d’ampia tunica, fermata pure da doppia cintura al petto e al ventre, che la fa ripiegare con grazia sopra se stessa, mentre un altro genio alato sorvola in alto sui focosi destrieri.
A tutte e due i geni, manca il braccio destro!
Sotto i cavalli poi si stende una donna (l’ Abbondanza) che alza il capo e il tronco per guardare, mentre un velo le copre il braccio sinistro, i ginocchi e le gambe, rimanendo ignudo il resto del corpo. Con la mano sinistra regge un cornocopio con oggetti non riconoscibili.
Proserpina
Altra donna con tunica succinta, con un turcasso alle spalle e con un arco alla sinistra, sostiene con laminano destra una giovinetta (Proserpina) vestita di lunga tunica, stretta da unico cinto, che tiene la destra sopra un vaso di fiori, mentre con l’altro braccio pare che respinga la figura vicina, ch’è quella di un uomo robusto, dalla barba e dai capelli folti, cinta di un serto (Plutone).
Alla detta giovanetta manca il braccio sinistro, ma rimangono, le dita sull’ascella della immagine di quell’uomo, che ha il petto nudo e il braccio destro steso dietro la fanciulla, mentre con la mano sinistra regge uno scettro.
È sopra un carro tirato da quattro focosi cavalli nell’atto di correre, mentre un cupido armato di arco sorvola al suo lato.
Dietro i quattro cavalli sta in piedi una figura, vestita pure di lunga tunica, con la testa cinta forse di un nastro, che tiene un oggetto, che non è stato possibile definire e nella sinistra un altro oggetto simile ad una fiaccola (Aretusa).
Innanzi ai cavalli col volto al carro sta Mercurio col petaso e il caduceo e con la clamide succinta che gli pende dal collo.
Il lato destro: Minerva
Al lato destro sta una figura di donna (Minerva) vestita anch’essa di lunga tunica. Il suo braccio destro è nudo, ha l’elmo sul capo e la lancia, e lo scudo al braccio sinistro.
Dall’atteggiamento sembra pensierosa. Sotto i quattro cavalli, steso a terra si alza un vecchio con barba e capelli prolissi (Anapo). È accanto a un’urna con una canna in mano.
Povero vecchio! Anche a lui manca il braccio sinistro!
Gaetano D’Alessandro, Antichità Raffadalesi, Raffadali, 1922
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