La scena
Il fotografo si è fermato qualche scalino più in alto e ha lasciato che la scena gli salisse incontro. La luce è bassa e radente — primo mattino o tardo pomeriggio — e taglia il vicolo in diagonale: accende l’acciottolato, scava i muri, allunga sulla pietra ombre più nitide dei corpi che le generano. Il fondo stradale è quello dei quartieri alti: ciottoli di fiume disposti a fasce, serrati fra lastre piatte che fanno da pedata e da alzata. Niente asfalto, niente automobili, nessuna insegna.
Al centro, di spalle, un uomo in camicia chiara e calzoni scuri accompagna il gregge: sette o otto capi, pecore dal vello pesante e qualche capra — se ne indovinano le corna — che scendono compatte, senza fretta, sfiorando i muri. Sulla destra un ragazzino con la coppola cammina sul bordo rialzato, la mano a un palmo dalla parete, con la sicurezza di chi conosce il percorso a memoria. In fondo, nell’ombra, due o tre bambini si sono fermati a guardare; una massa scura lascia intuire una bestia da soma. Le facciate completano il racconto: intonaci scrostati fino alla pietra viva, cantonali squadrati, una finestra con le persiane al primo piano, un arco al piano terra, muri a pietrame.
Una città che teneva dentro la campagna
Negli anni Cinquanta tutto questo non era folklore: era economia. Il centro storico — il Rabato soprattutto, ma non solo — ospitava braccianti, carrettieri, allevatori, e le loro bestie stavano nei bassi, a pochi metri dalle stanze in cui si dormiva. Le greggi uscivano all’alba verso i pascoli oltre l’abitato e rientravano al tramonto per gli stessi vicoli; il latte si vendeva sull’uscio, munto davanti al cliente, perché in case senza frigorifero e spesso senz’acqua corrente era l’unica garanzia di freschezza possibile. La città dei templi e dei viaggiatori del Grand Tour conviveva, a poche centinaia di metri, con una civiltà pastorale che ne occupava le scale, i cortili, le soglie.
L’ultima stagione
La scalinata dice anche la fragilità di quel mondo. I quartieri alti invecchiavano mentre la città nuova si allungava verso est; di lì a poco l’emigrazione li avrebbe svuotati, la frana del 1966 avrebbe imposto un’altra Agrigento, e le norme igienico-sanitarie avrebbero chiuso definitivamente la porta agli animali in città. Questa fotografia sta esattamente sul crinale: registra un gesto quotidiano, ripetuto per secoli, pochi anni prima che diventasse irripetibile. È il suo valore — ed è la sua malinconia.


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