La villa romana scoperta a Realmonte, a pochi chilometri da Agrigento, è una villa rustica risalente al I secolo d.C, formata da due ambienti in opus sectile (decorati con lastre di marmo) e tre ambienti in opus tessellatum (decorati con pavimenti a mosaico), con un colonnato del peristilio, che delimitava un giardino in cui era posto l’impluvium, una grande vasca per la raccolta dell’acqua piovana e infine all’esterno è rintracciabile sono riconoscibili il muro della recinzione e il terrazzamento che consentiva l’approdo verso il mare, poco distante dalla villa stessa.
Ma come era organizzata l’attività economica e quale era la struttura aziendale della villa romana sorta presso la Valle dei Templi ?
La ricerca storica ci fornisce molte risposte.
Erano essenziali un fattore, una fattoressa, almeno una decina di braccianti, un aratore, un asinaio, guardiano per gli animali, secondo il De re rustica, il manuale di agricoltura scritto da Catone nel secondo secolo a.C., manodopera di schiavi per un’unità economica orientata verso il mercato: vino e olio erano i prodotti più redditizi della zona in cui è insediata la villa di Realmonte.
Se era al centro di un vasto territorio, il proprietario poteva affittare a coloni dei lotti annessi alla villa in cambio di un canone in denaro, dando loro anche la possibilità di utilizzare alcune strutture presenti sulla villa, come il forno e il mulino, si potevano rendere disponibili nei periodi dell’anno in cui era necessario l’impiego di manodopera supplementare, per esempio nella stagione della vendemmia.
Precise norme giuridiche stabilivano che i territori annessi dai Romani in seguito alle conquista venivano ridotti alla condizione di ager publicus, cioè diventavano proprietà dello stato e una buona parte veniva concessa dal Senato ai patrizi sotto forma di possesso. Riteniamo che ciò sia accaduto anche a Realmonte per un’ azienda di media grandezza dove si praticavano colture specializzate, il cui successo era favorito dalla fertilità del suolo e la mitezza del clima, ma anche la vicinanza a vie di comunicazione e dal vicinissimo mare rendeva facile il trasporto dei
Dal trattato di Catone si apprende anche che il complesso di edifici — la villa vera e propria — era diviso in due parti: la villa rustica e la villa urbana. La prima comprendeva gli alloggi degli schiavi, i locali per i torchi, i magazzini per gli attrezzi da lavoro e gli altri servizi connessi all’attività produttiva. La seconda era la residenza padronale, che secondo Catone doveva esser molto accogliente, in modo che il proprietario fosse invogliato a soggiornarvi, per poter svolgere sul posto le sue funzioni «manageriali»: vigilare sul bilanciamento delle entrate e delle uscite, sulla distribuzione delle colture e via dicendo.
«Vendere molto e comprare poco» è il motto di Catone, Nel De re rustica si danno persino indicazioni sullo sfruttamento degli schiavi: ridurre le razioni alimentari nei periodi di malattia, aggirare i divieti di lavoro nei giorni di festività religiosa e così via.
Lo sviluppo economico e la maggior diffusione dell’uso della moneta diedero impulso alla tendenza dei proprietari a procurarsi una rendita sotto forma di canoni in denaro.
In genere per visitare i confini di una villa del I secolo d.C., come questa di Realmonte, poteva non bastare una sola giornata a cavallo, mentre gli schiavi che vi lavoravano non erano più poche unità, ma erano ormai organizzati in squadre di decine, le decurie. Invalse in questo periodo l’uso di affittare ai coloni lotti di terra adiacenti alla villa e ciò permetteva di superare l’inconveniente di reperire manodopera stagionale, alleggerendo i costi della manodopera fissa. In questo periodo sorse anche la figura del servus quasi colonus, uno schiavo promosso alla dignità di colono su lotti indipendenti collocati all’interno della villa e nasce anche una complessa diversificazione di figure con vari ruoli che è preludio alla struttura agraria altomedievale, caratterizzata da una articolazione tra la pars dominica e i mansi servili.
Elio Di Bella


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