Le tradizioni siciliane del Medioevo, influenzate da Arabi e Normanni, hanno plasmato la cultura, le feste e l’artigianato dell’isola.
L’Impronta della Grecia nell’Anima Siciliana
Così, coi suoi riti e le sue credenze, la Grecia ha lasciato la sua impronta nell’anima siciliana, la quale, sotto molli aspetti, è rimasta pagana, benché il Cristianesimo, penetrato con l’invasione romana e affermatosi durante i periodi dei Normanni e degli Svevi, abbia esercitato una forte influenza su di essa, senza tuttavia soffocarne gli elementi pagani più profondi.
Il Cristianesimo, piuttosto, si amalgamò con essi, e le feste, gli spettacoli e le cerimonie risentiranno di questa sorprendente sostituzione. la quale ha fatto nascere su un vecchio tronco nuove gemme d’arte e di vita.
L’Influenza Araba sulla Cultura e il Dialetto Siciliano
Fra la dominazione romana e il periodo normanno la Sicilia fu dominata dagli Arabi, i quali arricchirono notevolmente la letteratura orale popolare.
Tuttora si ritrovano nel dialetto siciliano parole tipicamente arabe; così, per esempio, surra, che indica la parte grassa del tonno, è araba, come è araba la parola raisi, che è il nome dato al capo dei pescatori di tonno.
Alla stessa guisa sono sopravvissute immagini che conferiscono ai canti popolari un tono essenzialmente erotico.
Gl’ Idilli di Teocrito ci mostrano che il popolo siciliano ha conosciuto, già dall’epoca dei Greci, i contrasti fra l’uomo della città e l’uomo della campagna, i lamenti delle fanciulle in cerca di marito, le serenate e le canzoni d’amore.
Ma le serenate e le canzoni del tempo dogli Arabi fanno della donna un essere sovrumano: essa diviene il Sole, la Luna, una Stella.
Le montagne si trasformano in valli, quando la donna compare; il sole si cela; la luna canta; la stella del mattino illumina il suo viso, e allora la donna sembra bella come una palma, mentre le sue labbra sono saporite come l’arancio.
La Fusione delle Tradizioni Spirituali di Oriente e Occidente
E’ in Sicilia che s’incontreranno le correnti spirituali di Oriente c di Occidente per amalgamarsi e diffondersi non soltanto in Italia ma anche in molle altre parli di Europa.
L’Introduzione delle Leggende Cavalleresche Normanne
Dopo gli Arabi, i Normanni introdussero nell’isola le leggende cavalleresche.
II terreno era già ben preparato perché, una volta gettatovi il seme, potesse produrre quella messe novella che canta ancora la sua bellezza nelle pitture di Palazzo Steri, attraverso i nomi delle dame e dei cavalieri che il popolo ha ornato con le sue leggende e immortalato nelle sue canzoni. Re Ruggero entra a Palermo.
Egli cavalca un cavallo bianco e squarta e massacra i Saraceni, mentre avanza verso i monumenti della città.
Così un affisso dipinto da un artigiano c conservato nel Museo Etnografico, fondato dal Pitrè a Palermo, rappresenta Ruggero; ma con Ruggero sono entrati in scena i cavalieri della Tavola Rotonda, i guerrieri dell’epoca carolingia, gli eroi del ciclo bretone.
Re Arturo passa dalla Cornovaglia all’Etna. E tuttii, amanti e guerrieri, tra duelli e avventure, con le loro corazze scintillanti e in uno sfoggio d’armi, passano nel teatro di marionette: l’ultimo resto di un’epopea nella quale il popolo siciliano ha ritrovato le sue aspirazioni religiose e i suoi slanci d’amore, sapendo essere al tempo stesso pagano e cristiano.
Il Trionfo della Fede Cristiana: Le Feste e le Celebrazioni Normanne
I Normanni sono venuti in Sicilia per ristabilirvi la fede di Cristo. Essi hanno vinto gli Arabi perchè la Vergine, San Giorgio, San Giacomo e San Giuliano, erano con loro, eroici come i paladini di Carlomagno, fedeli a Gesù.
La loro vittoria è il trionfo della Fede, e nuove chiese, ognuna legata a una leggenda, sono elevate per celebrarla. Le feste si moltiplicano e i corteggi ricordano gli episodi storici e le cavalcate militari.
L’Artigianato Siciliano: Un Patrimonio di Influenze Greche, Arabe e Normanne
Non dobbiamo dimenticare, poi, l’apporto che i Greci, gli Arabi e i Normanni hanno dato all’artigianato siciliano.
Si sa, ad esempio, che il tiraz della residenza reale normanna era un laboratorio dove si filava, tesseva e ricamava.
Questo però non significa che la filatura e la tessitura in Sicilia siano di origine normanna, poiché furono i Greci che dettero a quei mestieri una forma più raffinata, tanto che già al loro tempo parlare di una veste siciliana significava parlare di una veste ricca e sgargiante.
Non a torto, dunque, si potè dire — e fu detto così bene, — che «la nobiltà che rese così celebre il tiraz di Palermo è stata preceduta da una tradizione illustre e lontana».
Il Ricamo Siciliano: Un’Arte Tramandata nei Secoli
A questa tradizione è legata l’arte del ricamo, che ebbe una grandissima importanza nell’antichità greca. Le donne greche ricamavano come le nostre donne ricamano oggidì.
Un vaso greco ci mostra una ricamatrice seduta, coi suo telaio sulle ginocchia, che lavora a una tappezzeria, mentre un altro vaso rappresenta « alcune donne nell’atto di piegare un tessuto ricamato ».
Il Ricamo Siciliano: Un’Arte Tramandata nei Secoli
Questi antichi mestieri rifiorirono nel tiraz di Palermo, e Ugo Falcando, descrivendo la città nel 1189, non soltanto enumera le varie qualità di lino e di seta, i guanti e i lavori a maglia che vi si producevano, ma descrive anche le vesti delle Regine, tessute d’oro e di argento e ornate di perle.
Molti motivi di questi ornamenti sopravvivono nel costume popolare dell’isola; ma questo costume — che è la manifestazione più elevata dell’arte popolare — non rientra nella produzione artigianale e non giunge mai fino al mercato. In compenso, al mercato si trovano ancora i mirabili ricami siciliani.
Il tiraz di Palermo si è rifugiato nel quartiere più popolare della città, nella kalsa che in arabo significa l’« eletta » (un tempo la bolsa costituiva infatti la parte « eletta » della città, poiché vi risiedevano il Sultano e il suo seguito. E ancor oggi, centinaia di donne lavorano in questo quartiere che conobbe i fasti d’Oriente, Le loro piccole mani corrono sulla tela, che forano con precisissimi punti. Si direbbe che una fata vi lavori di notte per portare un po’ di gioia in quel luogo di miseria
fonte: Giuseppe Cocchiara, Il folklore siciliano


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