La storia e le meraviglie architettoniche del Castello dei Chiaramonte di Favara, dimora storica in Sicilia.
Origini e Costruzione del Castello dei Chiaramonte
Incerto è l’anno della fabbrica del Castello dei Chiaramonte di Favara, però si è quasi sicuri che sia stato fabbricato nell’ultimo trentennio del secolo XIII, e precisamente per ordine di Federico II dei Chiaramonte, signore allora della Terra.
Errore Storico: La Confusione tra Federico II e Manfredi III
Il Marchese di Villabianca, nella sua Sicilia nobile, piglia un granchio a secco nell’ asserire che la Rocca sia stata fabbricata per volere di Manfredi III Chiaramonte, conte di Modica, per quanto citi, ad appoggio della sua asserzione, gli storici Fazello e Pirro, i quali invece non attribuiscono affatto la fabbrica del Castello a Manfredi III, bensì a Federico II Chiaramonte.
Fonti Storiche sulla Reale Origine del Castello
Infatti Fazello, nel Vol. I della Storia della Sicilia, a pag. 615, dice: «il Castello di Favara, ove è la rocca opera di Federico Chiaramonte,» e Pirro nella Sicilia sacra— notizie agrigentine — foglio 750 cap. 2, così si esprime: “hic magni Federici Clararontani arsurgit”. »
Lo storico Inveges, posteriore a Fazello, è dell’opinione di questi, e ne cita le parole.
L’ abate Amico, nel Dizionario topografico della Sicilia, testualmente dice: «autore della Rocca fu Federico Chiaramonte verso il 1270.»
Queste le opinioni degli storici più autorevoli in quanto all’autore della Rocca e all’epoca della costruzione.
Che sia incerto l’anno della fabbrica è cosa dolorosamente ben nota, perché nessun documento ci resta che possa darci la precisione del tempo; ma che la fabbrica debba attribuirsi a Federico II Chiaramonte, non ci sarebbe bisogno di dimostrarlo, dato che tutti gli storici sono pienamente di accordo.
Infatti, dalla storia sappiamo che questo Chiaramontano fu signore di Siculiana, Racalmuto e Favara e, come dice Inveges, nella Cartagine siciliana, «in ognuna delle sue terre fabbricò fortissimi castelli, che adornò delle armi Chiaramontane, siccome il conferma Fazello, ecc.».
Il Significato Storico di Siculiana, Racalmuto e Favara
Ora è chiaro che se in Siculiana e in Racalmuto il detto Federico edificò i suoi castelli feudali, quale ragione avrebbe dovuto avere a non farlo fabbricare anche a Favara, che per la sua posizione strategica e anche per la vicinanza a Girgenti, residenza della sua famiglia, acquistava per lui una importanza superiore a quella di Racalmuto e di Siculiana stessa ?
Nel Castello dei Chiaramonte ben poco oggi c’è da ammirare, e ben si esprimeva Gioacchino di Marzo, nei suoi splendidi volumi Delle belle arti in Sicilia, quando esclamava:
«l’amatore delle belle arti a malincuore vede questi superbi edifici feudali parte abbandonati, parte crollanti o in ruina; e perdersi con essi gli esempi più splendidi dell’architettura civile di quell’epoca tanto a buon diritto famosa. Né si dà mezzo a riparar si grave danno.
Ahi che in ogni tempo è stata operosa nell’ architettura e in tutte le arti Sicilia nostra, ma par che alla sua gloria abbia congiurato di far guerra l’ignavia di una gente, cui non palpita in petto un sentimento di venerazione per la patria e per le sue più celebri ricordanze!»
Architettura Feudale e Influenze Artistiche
Ma anche da quel poco che ci resta possiamo benissimo arguire quanto splendido e superbo doveva essere questo edifizio, che pur dopo sei secoli e mezzo di vita, abbandonato sempre a sè stesso, ci dà magnificamente l’idea di quello che fu al tempo della dominazione chiaramontana.
Decadenza del Castello: Deterioramento nel Tempo
É un grandioso edificio quadrato, che guardato da lontano, dà l’idea di una inespugnabile fortezza capace come dice Di Marzo, a resistere a qualunque artiglieria.
Le sue mura altissime dello spessore non più usuale ai nostri giorni e le feritoie che da per tutto si vedono ci fanno ben comprendere quale importanza davano gli antichi feudatari a questa Terra, per edificarvi una rocca cosi resistente e nello stesso tempo così complessa.
Un portone a sesto acuto introduce in una corte ad archi; sopra il portone si vede ancora una pietra sporgente, nella quale era scolpito lo stemma dei Chiaramonte, che, come sappiamo da Inveges, nel campo aveva un monte in cinque colline e lo scudo bipartito; ma dello stemma oggi non resta più traccia.
Dal cortile interno del palazzo si vedono diverse feritoie, che servivano a dar luce alle immense stanze terrane, adibite esclusivamente a carcere o a nascondiglio a tutta la gentaglia che faceva codazzo ai potenti baroni dell’ epoca feudale.
Il Destino delle Stanze Terrane e dei Sotterranei
In queste stanze terrane comunicavano moltissimi sotterranei, dove i poveri prigionieri erano costretti passare all’umido e al freddo i loro duri giorni, e qui trabocchetti, laberinti e delle uscite scavate nella viva pietra, (Amico. Dizionario topografico della Sicilia – Voce Favara)
che potrebbero ammirarsi anche oggi giorno, se coloro che l’acquistarono dopo l’abolizione del feudalismo, avessero pensato a conservare l’antico castello come un monumento medioevale e non come stabile da servire, almeno per la parte terrana, a conservare legna, grano o altro.
É ben doloroso dover constatare questo, ma la necessità storica lo impone, perché gli attuali proprietari diano a questo avanzo di sublime architettura, l’importanza che merita.
Che dire poi che le immense stanze, che un giorno risonarono del fragore delle armi, le stanze che furono spettatrici delle prepotenze baronali, delle violenze inaudite e della magnificenza e splendore di quelle corti, dovevano un giorno servire a dar ricovero a timidi conigli e a centinaia di colombi?!!
Oggi, fortunatamente, le stanze del piano superiore sono sgombre di tali animali; ma ciò non basta, bisognerebbe sgombrare anche le stanze terrane, dato che l’unico monumento che abbiamo a Favara, che attiri l’ammirazione degli studiosi, si delle nostre parti, come delle altre nazioni, è la Rocca dei Chiaramonte.
Tutto l’intiero presenta ai nostri occhi un lungo periodo di storia, e se nel piano nobile noi possiamo farci una idea della magnificenza dell’ arte di quei tempi turbolenti e abbiamo un superbo modello dell’architettura gotica e, come dice Strafforello,
con negli ornati quel misto di stile greco e normanno comune nella primitiva Sicilia, nelle stanze terrane nell’ammirare i trabocchetti e tutt’altro vi si trovi possiamo benissimo formarci l’idea degli intrighi di quei signorotti, della loro violenza, della loro audacia e della loro tirannide.
Preservazione e Negligenza: Un Appello alla Conservazione
Tutto oggi dovrebbe mettersi alla luce e l’attuale proprietario ciò facendo innalzerebbe un monumento perenne alla sua memoria.
Ho avuto occasione di leggere nella ricca biblioteca degli eredi Cafisi, proprietari del Castello, una lettera del Presidente della commissione delle antichità e di belle arti, che aveva per oggetto: conservazione del Castello.
Questa lettera veniva diretta al defunto signor Stefano Carisi, in data 24 maggio 1875.
In essa fra l’altro si legge: “questa commissione si dirige a Lei non per rammentale l’obbligo che per legge hanno i proprietari della conservazione dei monumenti, ma per pregarla di apportarvi il riparo di cui ha bisogno nel lato prossimo alla cappella, la cui porta essendo di un singolarissimo pregio, potrebbe patirne se per caso il lato suddetto venisse a rovinarne”.
Il Castello Oggi: Danni e Restauri
Il proprietario di allora apportò quei ripari di cui si legge nella lettera, ma poi di nulla più si curò. Il Prof. Salinas, venuto a Favara per visitare il nostro monumento, scriveva al signor Giuseppe Cafìsi, succeduto al padre, e chiamava il Castello dei Chiaramonte gioiello archi tettonico. Sono state, purtroppo, belle e vane parole……!
Ma…… parliamo di quel che ci resta e speriamo piuttosto che si provveda a tempo.
Divisione del Castello in piani
Per una scala si al va al piano soprastante e in primo ad una bella terrazza, la cui volta era ornata di pietre piccole, ma lavoratissime, delle quali però oggi restano ben poche.
È adorna da una grande finestra ogivale. Dalla terrazza si ammira la splendida porta della piccola cappella, anch’ essa a sesto acuto.
Ai lati della porta si vedono oggi tre sole colonnine, invece che quattro come erano in origine.
Sulla porta è incastrato un lavoro finissimo in pietra bianca, a bassorilievo, indicante le antiche bighe romane, guidate da angeli; lateralmente ancora alla porta sono scolpire due grandi croci, e sotto di queste altri bei lavori.
La cappella è divisa in due da un arco acuto, poggiante su colonne con capitoni a foglie di acanto.
Nella prima di queste parti, e cioè in quella più vicina alla porta, si conserva un cupolino come nelle primitive chiese normanne di Palermo. La piccola abside è acuta ed il suo arco è basato sopra colonne di porfido .
Oltre alle due colonne di porfido, ve ne sono due d’impasto, lavoratissime; altre due mancano, come chiaramente ci indicano le due basi su cui posavano.
Fino a poco tempo addietro si ammiravano vicino all’abside bei tratti di mosaico, che rendevano più splendida la cappella; ma oggi li cercheresti invano: sono completamente spariti!
La Cappella e altro
Nella cappella, e cioè lateralmente all’altare, si trovano due piccole porte di fronte, che immettono in due ampie stanze.
Nell’arco della porta di sinistra si ammirano bei lavori di scultura; nella stanza di destra, quasi del tutto rifatta, si vedono ancora quattro colonne dimezzate, una per angolo, e una finestra con archi ogivali; un’altra finestra pure dello stesso stile è oggi murata.
Come in tutte le altre stanze del Castello, anche qui vedi una piccola porta con corridoio intagliato negli spessi dei muri, che comunicava con tutte le stanze e sino alla sommità scoperta.
Altre sei stanze e un numero straordinario di stanzini trovi ancora, ma nessuno di questi più attira l’attenzione perché barbaramente storpiati;
anche le belle finestre ogivali, che in numero di due o tre ai trovavano per ogni stanza, oggi non figurano quasi più, perché la maggior parte sono abbattute e rifatte alla moderna o addirittura murate.
Di fronte alla porta della cappella si trova l’entrata al camerone, che a quei tempi serviva per le adunanze e per i ricevimenti.
La lunghezza del camerone è di circa ventitré metri e la larghezza di sette. Niente di notevole oggi se non due splendide finestre aperte e una terza murata, che danno nel- F attuale piazza; ma alle finestre, come al solito, mancano gli archi e le colonnine.
Arte e Simboli Perduti: Dalle Croci alle Epigrafi
Una bizzarra epigrafe, scolpita in rozza pietra, merita attenzione per i curiosissimi caratteri. Questa epigrafe trovasi al lato destro di chi entra dal portone e ci ricorda l’anno 1488 e il nome di un Bernardo Sitineri.
Essa dice :
Cui legi si volia + vantari di gob. sa fari
A li XX di ginaro VII indigione
1488 + ro fati li suprarch p ma
stru Birnardu Sitineri
p comandamento di da Petrapertusa.
Difficoltà nelle varie interpretazioni
L’interpretazione del primo rigo presenta due difficoltà: il segno della croce (+) e la parola gob. Il Di Marzo ha lasciato senz’altro questo rigo e si è limitato a riportare gli altri quattro. Alcuni vorrebbero sostenere che questo segno debba leggersi per una lettera o sillaba, ma io non credo logico ciò, perché una lettera o una sillaba a quel posto non darebbe nessun significato.
Nel gran dizionario enciclopedico Larousse (Nouvelle Larousse Vol. III alla voce Croix)) leggiamo che nei e tempi andati il segno in forma di croce latina aveva il valore di convenzione.
Da molti secoli in qua il segno della croce, oltre agli altri significati, ha anche quello di indicare: morte.
Su questo mi baso io per leggere il segno + per: in morte, e credo che questa mia interpretazione non sia sbagliata, perché l’altra croce che troviamo al terzo rigo della epigrafe, deve leggersi necessariamente per: fu (+ro fati, cioè furo fati).
Ora, è logico che, se per esprimere un passato (fu) l’autore della epigrafe usava il segno convenzionale della croce, per qual ragione non avrebbe dovrebbe dare lo stesso significato di azione passata (in morte) alla prima convenzione ).
Un’altra ragione ancora io trovo per dare questa interpretazione.
Mentre il segno che c’è nel terzo rigo è scolpito in piccolo, perché non indica né persona, né cosa, l’altro invece del primo rigo, forse perché ci vuole indicare la persona del Sitineri, autore del suprarchi, è più ben fatto e anche più grande.
Per queste ragioni lo leggerei senz’altro:
Cui legi si volia in morte…
La parola gob io credo che sia l’abbreviatura dell’italiano gobbe cioè rialzi nel caso nostro suprarchi; per cui l’intiero versetto, secondo la mia interpretazione dovrebbe leggersi:
Cui legi si voli – (in morte) vantari di gob, (suprarchi) sa fari
Un errore d’interpretazione hanno commesso quelli che si sono interessati di questa epigrafe, nel leggere l’ultimo rigo, il Di Marzo, nell’opera citata, mette il nome di un Pietro Perapertusa, con un po’ più di attenzione, avrebbesi potuto dare l’interpretazione giusta.
Infatti al posto di Pera o Pietra, prima parte del cognome del feudatario, c’è un segno convenzionale, a forma di una chiave, che indicherebbe la chiave di S. Pietro, indi segue la continuazione del cognome: pertusa. Dove è adunque il nome di un Pietro Perapertusa ?
Il segno che indicherebbe Pietra fa parte del cognome della persona (Nel Di Marzo si legge così:
A li XXX di ginaru VII inditione
1488 foru fatti li su-
Prarchi per ma-
Stru Birnardu Sitineri
Per comandamento deo don Pietro Perapertusi
Come si vde, l’epigrafe del primo rigo, non solo, ma non è perfettamente esatta nella trascrizione. Inoltre c’è da togliere il nome Pietro chè nell’epigrafe non si trova.
Felice Bernardo lascia anche lui il primo rigo e testualmente dice: l’iscrizione trascritta sulla lapide, tal tale (!??), è la seguente: “A li XX di gennaio VII ind.1488 foru fatti li suprarchi per mastru Birnardu Sitineri per comandamento di do Ptero Pera pert.”. Veramente c’è poco di tale e quale!)
L’Eredità Feudale di Favara e la Sua Trasformazione
Tutto quanto ho detto sopra è tutto quello che oggi resta del Castello, “ma vi era contigua a principio, come si legge nel Di Marzo, una minor fortezza cinta di merli o munita negli angoli con quattro torri, delle quali fu l’ultima demolita dopo il 1820, insieme ad una parte della cinta dei muri merlati.
Su questi muri si combatteva e ancora sulle torri, le quali un palmo e più sporgevano fuori dal muro della fortezza per dar luogo ad anguste scale interne, che alla sommità riuscivano, la quale era dai merli difesa.
Sparve ogni vestigio di tale edilizio dopo il 1830 e fu coperta fin di selciato una gran cisterna che corrispondeva nel centro d’ uno spazio interno del forte: sorge or su quei ruderi un palazzo modernissimo”.
Iniziative per il Recupero e il Futuro del Castello
In ultimo, per far vedere la nessuna importanza che il fìglio dell’ultimo feudatario di quella Terra, Giuseppe Aragona Pignatelli, duca di Monteleone e Marchese di Favara
(Giuseppe Aragona Pignatelli vendette al signor Stefano Cafisi diversi dei possedimenti che aveva che aveva a Favara, ma trattenne per sé e per i suoi eredi il titolo di Marchese di Favara.), dava al monumentale Castello dei Chiaramonte, mi piace qui trascrivere l’ art. 4 detratto di vendita del Castello ed altro, fatto per notar Gioacchino Accardi da Palermo il 16 aprile 1829;
in esso si legge: «li corpi tutti di fabbriche che per esse quasi inutili e di poco servizio, precisamente il Castello di vecchia gotica costruzione e niente adatto nello stato presente all’abitazione di persona civile,
come altresì per essere abbisognevole di molte significanti riparazioni onde conservarsi, si son venduti a strasatto per lo prezzo capitale di onze mille e cinquecento ».
E dopo questo credo inutile aggiungere altro.
EUGENIO VALENTI, Il Castello Chiaramonte di Favara, Akragas, anno secondo numeri 5 e 6, anno 1913


Arte Antica in Sicilia: Crocevia di Civiltà