Ciò che è comunemente definito “dialetto siciliano” è più precisamente una sorta di “astrazione”.
È un insieme di diverse parlate locali circoscrivibili all’area geografica dell’Isola, il che implica che sia più accurato parlare di “parlate siciliane” piuttosto che di un’unica lingua siciliana.
La Sicilia possiede un patrimonio linguistico molto ricco e diverso, arricchitosi nel corso dei secoli grazie ai contatti con le popolazioni più diverse, data la sua storia di conquiste.
Questo ha portato alla presenza di diversi strati linguistici. L’UNESCO lo ha riconosciuto come una lingua madre.
Esiste un dibattito sulla lingua modello che ha influenzato il siciliano: alcune teorie indicano il greco e altre il latino.
Si ritiene che il siciliano abbia assorbito influenze e prestiti non solo dalle altre varietà italo-romanze, ma anche da lingue neolatine distanti (gallo-romanze e ibero-romanze) e da lingue non romanze, principalmente greco-bizantine e arabo-medievali, data la posizione centrale dell’isola nel Mediterraneo.
Le fonti forniscono esempi di castiglianismi (es. abbuccari, accabbari, asciari, criàta, curtigghiu, paracqua) e catalanismi (es. acciaffari, accupari, affruntàrisi, arriminari, fastuchi, pila) presenti nei dialetti siciliani. Geograficamente, la Sicilia centro-occidentale è più ricca di arabismi, quella centro-orientale di elementi galloitalici, e la parte nord-orientale presenta prevalentemente grecismi di epoca bizantina.
La classificazione geografica delle parlate siciliane è un campo di studio. L’Atlas dell’UNESCO ricomprende sotto l’etichetta “Sicilian” le varietà linguistiche localizzate in Sicilia, nella Calabria meridionale e centrale e nella Puglia meridionale, specificando che il Salentino può essere considerato una varietà separata e che le varietà calabresi e pugliesi sono “dette” essere dialetti del siciliano, basandosi sul vocalismo tonico pentavocalico, noto anche come “vocalismo siciliano”.
Dal punto di vista linguistico, il siciliano presenta specifiche caratteristiche a vari livelli:
Fonetica:
Il vocalismo tonico del siciliano è pentavocalico, caratterizzato dalla fusione delle vocali alte latine (Ī, Ĭ, Ē convergono in i e Ō, Ŭ, Ū in u), e dalla riduzione delle vocali atone a a, i, u [precedente risposta basata su altre fonti]. La pronuncia aperta delle vocali toniche /o/ ed /e/ si estende anche all’italiano regionale [precedente risposta].
Tra i fenomeni consonantici, vi sono il raddoppiamento fonosintattico, diffuso nei dialetti meridionali e nell’italiano regionale, il betacismo (passaggio /b/ > /v/ all’inizio di parola, come in bilanzem > valanza o bovem > valanza, sebbene l’esempio specifico per bovem sembri non corrispondere a forme comuni), e la geminazione della /r/ a inizio parola, che è un tratto inerente del siciliano e dell’italiano regionale siciliano. Altri cambiamenti includono /rg/ > /gg/ e /rb/ > /bb/ (es. viggili ubbani da virgili urbani), /rm/ > /mm/ (es. si fimmau da fermarsi) e /rn/ > /nn/ (es. pinnacchia da pernacchia). La pronuncia più diffusa del nesso /gl/ è /gghi/.
Morfosintassi:
Tende a mostrare maggiore uniformità rispetto ai livelli fonetico o lessicale, ma presenta deviazioni significative dall’italiano.
Un tratto distintivo è l’uso dell’ausiliare aviri (avere) invece di essiri (essere) nei tempi composti. Molti verbi che in italiano usano essere prendono spesso avere in siciliano (es. ha chiuvutu per è piovuto). Le costruzioni impersonali utilizzano la particella “si”. Il sistema verbale ha tempi e modi ridotti o con diffusione limitata ad alcune aree.
Sebbene la desinenza dell’infinito sia generalmente pronunciata per intero, alcuni artisti neodialettali delle aree centro-occidentali inseriscono nei loro testi forme verbali apocopate. Le fonti indicano che gli avverbi di modo in -mente sono quasi inesistenti nel siciliano puro, con preferenza per le forme aggettivali, ma i testi raccolti mostrano anche forme avverbiali.
Lessico:
Il lessico siciliano è ricco e ha assorbito elementi da diverse lingue. Strumenti importanti per la sua documentazione sono vocabolari come il Vocabolario siciliano (VS) curato da Piccitto, Tropea e Trovato.
Alcune parole siciliane hanno un’antica base lessicale legata al dialetto, come calcarara (‘dozzinale’), scardellino (‘scheggia’), e incunaglia (‘inguine’).
Il termine nègghia in siciliano equivale a ‘nebbia’ in senso traslato. Vocabolari più datati tendevano a registrare il siciliano standard o letterario, tralasciando il substandard e il parlato popolare.
Il siciliano si trova in un continuo rapporto con la lingua italiana. Esiste un livello intermedio rappresentato dall’italiano regionale.
Il dialetto è andato incontro a un processo di italianizzazione.
Per i giovani, specialmente in contesti urbani come Catania, la competenza dialettale può essere percepita come “deficitaria”, e parlare siciliano può ridursi all’aggiunta della vocale finale ‘u’. Nonostante ciò, il siciliano mantiene uno stato forte sia nella percezione che nei comportamenti effettivi.
C’è dibattito sul suo primato nella nascita del volgare italiano e sulla sua natura. L’espressione storica “Sicilia centilingue” o “siciliani centilingui” riflette la ricchezza e diversità linguistica dell’isola.
Il dialetto siciliano è presente in diverse forme d’arte:
Letteratura:
Autori come Pirandello, Svevo e Moravia ricorrono al sostrato dialettale. In particolare, l’uso del dialetto è rilevante nella narrativa di Andrea Camilleri, la cui lingua è descritta come un “misto” di italiano e siciliano che ben rappresenta la realtà linguistica contemporanea dell’Isola.
Nelle sue opere, il tasso di dialettalità tende ad aumentare libro dopo libro. Camilleri utilizza diverse soluzioni per facilitare la comprensione al lettore non siciliano.
Sebbene in opere precedenti l’ibridismo fosse più marcato a livello morfologico, a partire da Il re di Girgenti il dialetto intacca pesantemente anche la fonomorfologia desinenziale.
Luigi Pirandello considerava la parlata di Girgenti tra le più pure, dolci e ricche di suoni del dialetto siciliano, notando particolarità fonetiche che la avvicinavano all’italiano.
Nella narrativa storica di Camilleri, il dialetto è impiegato per congetturare ipotesi e cercare la verità, contrapposto all’italiano usato per citare fonti testimoniali.
Le traduzioni delle opere con elementi dialettali tendono a perdere l’atmosfera siciliana traducendo in lingua standard.
Sciascia utilizzava un dialetto comprensibile e notava i mutamenti antropologici e linguistici in Sicilia. Camilleri è noto per aver inventato una “lingua-dialetto inesistente”.
Canzone giovanile:
In Sicilia, e in particolare a Palermo, si osserva l’uso del dialetto nella canzone neodialettale giovanile.
Questo utilizzo risponde a funzioni simboliche o espressive e comporta la ripresa di mondi e valori socioculturali legati alla cultura dialettale.
Non ha un intento “museificatore”, ma mira ad attualizzare la tradizione in chiave moderna. Franco Battiato usa il dialetto raramente.
Elio Di Bella


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