Un racconto ambientato nella Sicilia del XVII secolo, dove la paura e la superstizione portano al rogo una donna innocente accusata di stregoneria. Una storia di ingiustizia e di fede tradita.
Viveva in una delle molte campagne attorno a Girgenti, Maria Salemi, vedova da ormai cinque anni.
Si prendeva cura del suo piccolo orto, tra le terre dell’Orto della Giudecca, sotto la Chiesa di Santa Lucia. Le rughe sul suo viso raccontavano una vita di fatica e devozione, divisa tra la terra e la chiesa.
Maria era una donna semplice, la cui esistenza era scandita dal ritmo delle stagioni e dalle preghiere. Nonostante la fede incrollabile, non si lasciava turbare dalle dicerie sulle streghe che, si diceva, si radunassero di notte nel bosco per i loro riti diabolici.
“Sciocchezze!” pensava tra sé, estirpando le erbacce. “
Sono solo favole per spaventare i bambini.”
Ultimamente, però, un’ombra scura si era abbattuta sul villaggio.
Uomini in nero, al servizio del vescovo, avevano iniziato a prelevare persone dalle loro case, accusate di stregoneria.
Maria osservava con preoccupazione, ma senza sentirsi realmente minacciata.
“Non ho fatto male a nessuno,” si rassicurava.
“Perché mai dovrebbero venire da me?”
Un mattino, però, il suo sangue si gelò nelle vene.
Due uomini armati bussarono alla sua porta.
“Maria Salemi,” disse uno dei due con voce severa, “siete accusata di stregoneria. Dovete seguirci.”
Un brivido di paura percorse la schiena di Maria.
“Ma io… io non sono una strega!” balbettò, le mani tremanti.
“Questo lo deciderà il tribunale,” replicò l’uomo, senza scomporsi.
Mentre attraversava Porta di Ponte scortata dalle guardie, Maria incrociava gli sguardi dei suoi compaesani.
Alcuni erano curiosi, altri spaventati, altri ancora la fissavano con disprezzo.
Ricordò allora la moglie del mugnaio, Giulia Fontana, portata via qualche settimana prima con la stessa accusa.
Anche lei si era professata innocente, ma era stata condannata al rogo.
Un nodo di terrore le strinse la gola.
Il tribunale ecclesiastico era presieduto da tre giudici austeri.
Un cancelliere leggeva le accuse con voce monotona.
“Maria Salemi,” tuonò uno dei giudici, “siete accusata di aver fatto inacidire il latte della mucca di Bianca Lombardi, di aver causato il maltempo che ha rovinato il raccolto di suo marito, Antonio, e di aver sedotto le loro figlie con pozioni d’amore!”
Maria, pallida e tremante, cercò di difendersi.
“Non è vero! Non ho mai fatto del male a nessuno! Bianca e Antonio mentono! Vogliono solo la mia terra!”
“Tacete, donna!” la interruppe il giudice.
“La stregoneria è un crimine abominevole! Confessate e implorate la misericordia di Dio!”
Maria, però, non cedette.
Negò con forza ogni accusa, proclamando la sua innocenza.
Venne allora rinchiusa in una cella umida e buia, nel Castello, sulla cima della collina di Girgenti, in attesa di essere interrogata.
Lì, venne spogliata e perquisita, ma non trovarono nulla che potesse confermare le accuse.
“Confessate!” le urlarono, ma Maria rimase ferma nella sua negazione.
Il giorno dopo, la sottoposero alla tortura della rastrelliera. Il dolore era insopportabile, le ossa scricchiolavano, i muscoli si laceravano.
Maria urlava, implorava pietà, ma i suoi aguzzini erano implacabili.
“Guardate!” gridò uno di loro.
“I suoi occhi roteano! Sta invocando Satana!”
Stremata dalla sofferenza, Maria alla fine cedette.
Confessò ogni cosa, pur di far cessare quel tormento. La condannarono al rogo.
Il giorno dell’esecuzione, Maria Salemi venne condotta in piazza san Sebastiano insieme ad altre cinque donne.
La folla assisteva al macabro spettacolo con un misto di paura e morbosa curiosità.
Le fiamme avvolsero i corpi delle condannate, le loro urla si persero nel crepitio del fuoco.
Maria chiuse gli occhi, pensando alla sua vita semplice e alla sua fede tradita.
L’ingiustizia bruciava più del fuoco stesso.
La storia di Maria Salemi è solo una delle tante tragedie che si consumarono durante la caccia alle streghe.
Un periodo oscuro in cui la paura, la superstizione e la sete di potere trasformarono anche a Girgenti persone innocenti in vittime sacrificali.
Elio Di Bella


Donne e Schiave nell’Antica Atene: Tra Oppressione e Libertà Religiosa