La storia affascinante dei fiumi Ipsas e Akragas ad Agrigento, raccontata da Polibio e celebrata da Pindaro ed Empedocle. Esplora il legame tra questi corsi d’acqua e la città antica.
Testo realizzato da una sintesi dell’opera di Caruso Lanza sulla topografia di Agrigento
L’AKragas e L’Ipsas
Il fiume Naro ha un lungo percorso e parecchi confluenti, Di questo fiume conserviamo l’antico nome di Ipsas tramandatoci da Polibio che ci dice : « L’area occupata dalla città è protetta dai due fiumi, in quanto che scorre presso il lato meridionale di essa, quello, che ha lo stesso nome della città, e presso il lato rivolto ad oriente ed alla nebbia quello denominato Ipsas».
Il Fiume Akragas e la Sua Importanza Storica
L’Akragas sarebbe il fiume che scorre sotto l’antica città, a mezzogiorno delle sue mura, e che potremmo dire anche sotto le sue mura di mezzogiorno.
Sotto gli occhi dei cittadini il fiume che rendeva più bello il panorama è uno; l’AKragas. Pindaro infatti cantava Agrigento.
«….. ben posta sovra il colle
in riva all’erboso Acragante».
Il Ruolo dell’Akragas nella Vita degli Antichi Agrigentini
Secondo Pindaro, tutta la città dal tempio di Giunone a quello dei Dioscuii e di Vulcano, si ergeva alle falde di una collina e sulle rive di un fiume. E tale accenno corrisponde esattamente a ciò che cantò Empedocle.
« Amici, voi che in quella gran cittade abitate, che é posta sulle rive del biondo fiume Acragante ».
Pindaro ribadisce questo concetto col chiamare Agrigento sacra stanza del fiume, la città giaceva alle falde della Rupe Atenea, questo locale era bagnato tanto dal nostro Drago, come dal S. Biagio; e Pindaro non soltanto lo diceva posto in riva al fiume Acragante, ma altresì che la città costituiva la dimora, l’abitazione del fiume caro e sacro ai cittadini.
Il fiume che scorre sotto l’antica e la moderna città, dunque era ed è pur sempre un solo: l’Akragas.
La Personificazione e la Divinizzazione dei Fiumi
I Greci personificarono e divinizzarono ogni sorgente e corso d’acqua — questo culto provenne ad essi dalla più antica madre patria; essi infatti tributarono onori speciali a quelli vicini a centri abitati, sicché molte città presero il nome da quello del fiume vicino.
Ora se fosse vero quello che gli archeologi moderni suppongono, cioè che l’Akragas fosse il nostro minuscolo San Biagio, e l’Ipsas il Drago, noi dovremmo rilevare un atto di grande irriverenza da parte dei nostri cittadini antichi verso la ninfa Ipsas.
Monete e Onori Dedicati agli Dei dei Fiumi
Difatti, mentre i fiumi vicini alla città, e le divinità, che in essa abitavano erano due, gli Agrigentini avrebbero reso tutti gli onori ad uno solo, ne avrebbero fatto il loro genio protettore, ponendolo accanto al sommo Giove, e gli avrebbero dedicato tutte le loro monete ;
ed alla ninfa dell’altro fiume, certo più importante, perché di maggiore portata, nessun onore, nessuna venerazione; e se Polibio non ce ne avesse fatto conoscere resistenza ed il nome, nessuno lo avrebbe menzionato.
E ammissibile, questa noncuranza?
Tutte le monete Agrigentine battute nel corso di quattro secoli e mezzo circa, salvo rare eccezioni, portano sempre o le immagini proprie, ovvero i simboli rappresentativi di Giove e di Akragas; da ciò si rileva chiaramente che la citta era stata dedicata a questi due numi.
La città propria fu quella sorta sulle rive dell’Acragas, e fin dal suo nascere fu votata a questo nume. Circa un secolo e mezzo dopo, allor quando il sobborgo principale si estese tanto da venire a confinare col fiume di Naro, i cittadini vennero a conoscere l’altro fiume:
l’Ipsas, e precisamente allora cominciarono a tributare i dovuti onori alla relativa ninfa, onde ne troviamo la figura simbolica scolpita in una delle più belle monete della città e nel dipinto dei vasi.
La Neapoli e la Dicotomia Tra Ipsas e Akragas
Polibio solo dice la città di Agrigento posta fra due numi, mentre tutti gli altri scrittori antichi la mettono in riva ad un solo. Come si spiega questa antinomia?
Si ingannò l’uno, o si ingannarono gli altri?
gli scrittori vissuti sino al tempo di Terone non conobbero il grosso sobborgo della «Torre che parla», il quale, secondo me, non era ancora nato, ed in conseguenza non conobbero neppure l’Ipsas, e per ciò non avevano ragione di parlare nè dell’una né dell’altra cosa. Pindaro, per esempio, come abbiamo visto, fa menzione del solo Acragas.
Gli scrittori dei secoli posteriori alla conquista romana: Livio, Diodoro, Vibio, Tolomeo si riferiscono al sobborgo – neapoli – che sorse nei tempi della maggiore potenza degli Agrigentini e non venne abbandonato nelle occasioni dei vari assedi della città.
Conclusione: Un Omaggio ai Fiumi Sacri di Agrigento
Dopo la prima distruzione, ad opera dei Cartaginesi, il sobborgo potè ripigliare il suo aspetto e il vigore nel tempo che seguì la venuta di Timoleone e la ricolonizzazione della nostra città.
Polibio non solamente parla del secondo fiume vicino alla città, ma decanta le grandiosità e la bellezza della medesima. In seguito però Agrigento decadde per non più risorgere, riducendosi nello stato in cui viene descritta tutta la costa meridionale dell’isola da Strabone, e se cadde in tanta miseria la città principale, tanto più è da pensare del suo sobborgo.
Questa la ragione per cui gli scrittori posteriori alle conquiste romane non si occupano più nè del sobborgo nè del secondo fiume.
Certamente la città fu sempre quella sorta alle falde della Rupe Atenea; il sobborgo non poteva dirsi una continuazione della medesima, perchè sito fuori le mura e ad una certa distanza e non poteva considerarsi quindi come una neapoli nel senso proprio della parola.
Perciò Empedocle, il quale dovette conoscere il sobborgo ed il fiume vicino, non se ne occupa, ed ha riguardo alla città propria, dicendola posta tutta quanta sulle rive dell’Akragas.
Plutarco dando al sobborgo il titolo di Neapoli, posta nei pressi di Agrigento — una neapoli nel senso comune, infatti non era; e neanche una citta isolata, per sè stante.
Polibio in fine dovette considerare le antiche e le nuove fabbriche come una città sola — la neapoli come facente parte dell’unica città – e nel descriverla la disse per ciò posta in vicinanza di due fiumi.
In questa maniera mi pare si elimini la contradizione, di cui ho fatto cenno.
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