Girolama Alcamisi, una donna segnata dal destino, subisce la durezza della giustizia del XVIII secolo a Girgenti. Tra ingiustizia, solitudine e sopravvivenza, la sua storia riecheggia nelle notti oscure della città.
La Malasorte di Girolama Alcamisi
La notte era una bestia silenziosa che si accoccolava su Girgenti, nel soffocante caldo di luglio. Tra le viuzze tortuose della città vecchia, il chiaroscuro delle lanterne tremolanti si insinuava come dita d’un cieco a tastare i muri sbrecciati, i selciati sconnessi, le sagome furtive. E proprio in quella notte in cui la luna si era negata al mondo, due birri che pattugliavano le strade notarono un’ombra addossata al muro del vecchio fondaco vicino al nuovo Molo.
«Ehi, voi!» gridò uno di loro, avanzando con passo pesante.
Si udì un fruscio, un movimento brusco, e subito dopo un uomo si staccò dal muro, sistemandosi in fretta la cintola dei calzoni. Scivolò nel buio come un topo in un crepaccio.
Ma lei no. Lei rimase lì, impietrita, con la camicia ancora scostata dalle spalle ossute. Si chiamava Girolama Alcamisi, e aveva trentasei anni.
La condussero al carcere del Sant’Uffizio, un vecchio edificio dietro il Duomo, dove il soffitto era basso e l’aria greve di muffa e peccato. La mattina dopo la trascinarono davanti al Vicario e ai suoi assessori.
«Dunque, femmina di malaffare, neghi ancora? Lo hanno visto tutti: ti prostituivi come un cane randagio contro quel muro!»
Girolama serrò la bocca. Non perché volesse mentire, ma perché sapeva che la verità non contava. Non per lei.
«Nego.»
Un assessore sogghignò. Il Vicario fece un cenno.
«Allora la punizione sarà esemplare.»
La condannarono alla pubblica fustigazione nella piazza del mercato, sl chiano Lena, dieci anni di reclusione nella Casa di Correzione nel vecchi carcere in cima alla collina e, infine, sei anni di esilio dal Regno di Sicilia.
Girolama non batté ciglio. La condussero via.
Il giorno dopo, la legarono alla colonna al centro della piazza Bibbirria. La folla si accalcava attorno, le bocche semiaperte come quelle dei pesci nei barili dei pescivendoli. Qualcuno si faceva il segno della croce, qualcuno rideva.
Il carnefice alzò il braccio.
Il primo colpo le squarciò la pelle. Il secondo le fece mordere la lingua. Al terzo, il sangue cominciò a colarle lungo la schiena. Ma Girolama non gridò.
La gettarono nella Casa di Correzione quella stessa sera.
Per sette anni visse lì dentro, cucendo e filando con le altre donne scartate dal mondo. Non aveva più lacrime da versare, né speranze da nutrire. A volte si chiedeva se la notte di Girgenti fosse mai stata diversa da quella cella: lo stesso buio, la stessa solitudine.
Quando la morte la colse, in un ottobre umido e sordo, nessuno si accorse. La seppellirono senza nome, senza pianti, senza memoria.
Eppure, la notte, quando il vento soffiava dalle gole della città vecchia, qualcuno giurava di sentire ancora un respiro di donna dietro il vecchio fondaco. Un respiro muto, senza più voce.


Agrigento Arcaica: Arte, Architettura e Identità nella Città delle Divinità Ctonie