l viceré in Sicilia ricoprirono un ruolo cruciale, agendo come alter ego del re di Spagna e ponendosi a capo dell’intera amministrazione regia e della disciplina ecclesiastica, esercitando la legazia apostolica per conto del sovrano.
L’istituto del viceré ebbe una lunga durata nell’isola, succedendosi diverse dinastie sovrane, tra cui gli Aragonesi/Trastámara (dal 1412), gli Asburgo (dal 1516 al 1700), i Borbone di Spagna, i Savoia (1713-1720), gli Asburgo d’Austria, e nuovamente i Borbone.
Il viceré veniva nominato dal Consiglio di Stato, presieduto dal re, su proposta del Supremo Consiglio d’Italia. I viceré erano spesso spagnoli o comunque non siciliani, anche se nel corso dei secoli ci furono eccezioni.
L’azione dei viceré si svolse in un contesto complesso e dinamico, caratterizzato da diversi fronti di conflitto e aree di intervento
Rapporti con la feudalità e la nobiltà siciliana:
I viceré dovettero confrontarsi con una nobiltà e una feudalità potenti e orgogliose. La dottrina giuridica siciliana tra Cinque e Seicento cercò di giustificare il ruolo politico della feudalità, ridimensionando l’autorità sovrana.
In un caso celebre, negli anni Quaranta del Settecento, Carlo Di Napoli arrivò ad affermare che la giurisdizione baronale non derivasse da una delega sovrana, ma fosse un diritto originario.
Alcuni viceré manifestarono disprezzo per la nobiltà e cercarono di calpestarla (come Gaspare de Spes), mentre altri tentarono riforme per limitare il potere baronale (come Domenico Caracciolo).
Tuttavia, questi tentativi furono spesso visti come insufficienti o limitati. I rapporti tra nobiltà periferica e potere centrale erano complessi, segnati da scontri giurisdizionali, dispute patrimoniali e vendette private. In alcuni periodi, il baronaggio riuscì a vanificare la politica di repressione della violenza signorile promossa da alcuni viceré, in parte grazie alla protezione offerta dall’Inquisizione.
Conflitti con l’Inquisizione
La relazione tra potere viceregio e autorità inquisitoriale fu frequentemente conflittuale. Entrambe le istituzioni derivavano la loro autorità direttamente dal sovrano, ma mancava una chiara delimitazione dei rispettivi ambiti di competenza.
Gli inquisitori rivendicavano la supremazia del tribunale del Sant’Uffizio rispetto alla giustizia regia e si rifiutavano di sottostare all’autorità del viceré, ad esempio non richiedendo la sua autorizzazione per operare nel regno.
L’Inquisizione concedeva privilegi (foro privilegiato) a un numero elevatissimo di persone, inclusi membri della nobiltà e funzionari regi, consentendo loro di sfuggire alla giustizia ordinaria.
Viceré come Juan de Vega e Marco Antonio Colonna cercarono di frenare gli abusi e l’eccessivo numero di familiares dell’Inquisizione. Marco Antonio Colonna ebbe continui contrasti con l’Inquisizione durante il suo mandato (1577-1580), culminati in aperto scontro.
Gestione delle finanze e dell’amministrazione
I viceré erano responsabili dell’amministrazione regia e dovevano affrontare le richieste finanziarie provenienti dalla corona.
Intervenivano nella gestione delle finanze locali e affrontavano questioni legate alla ripartizione del carico fiscale, alle esenzioni e alla riscossione delle tasse (gabelle).
La deputazione del Regno, un organo rappresentativo, interagiva con il governo del viceré su queste materie.
I viceré avevano anche compiti nell’amministrazione della giustizia, come supervisionare i magistrati e ordinare indagini.
La legislazione siciliana del XV-XVI secolo prevedeva visite periodiche alle carceri da parte della Regia Corte, con raccomandazioni ai magistrati e ufficiali di informarsi sui trattamenti dei carcerati e segnalare problemi al viceré.
Risposta a congiure e rivolte:
La storia del viceregno fu segnata da periodi di forte instabilità.
La morte di Ferdinando il Cattolico nel 1516 aprì una lunga crisi politica che sfociò in congiure e rivolte tra il 1516 e il 1523.
Tra gli eventi principali si annoverano la rivolta contro il viceré Ugo Moncada nel 1516, la congiura e rivolta di Gianluca Squarcialupo nel 1517 e la congiura dei fratelli Imperatore nel 1523.
Ugo Moncada fu cacciato da Palermo “a furor di popolo” nel 1516.
Queste vicende sono state interpretate in vari modi, sia come espressione di autonomismo aristocratico contro il potere centrale e il viceré, sia come aventi un carattere prevalentemente antinobiliare.
Rivolte si verificarono anche nella metà del Seicento, con ricadute sul sistema fiscale, come la sospensione della riscossione delle gabelle. La rivolta di Messina (1674-1678) richiese il rafforzamento del controllo spagnolo da parte del viceré Santisteban.
Urbanistica, difesa e rivalità cittadine:
I viceré si occuparono anche della renovatio urbana e architettonica delle principali città, Palermo e Messina. L’architettura e le imprese costruttive rappresentavano una “memoria tangibile” del loro governo. Palermo era la residenza ordinaria del viceré e il centro della nomenclatura del Regno.
Esisteva un aperto antagonismo tra Palermo e Messina per il ruolo di capitale del Regno, una rivalità che fu esacerbata anche dall’azione di alcuni viceré. La difesa dell’isola era un altro compito cruciale, dato il suo ruolo strategico come baluardo nel Mediterraneo.
I viceré erano coinvolti in programmi di fortificazione e dovevano affrontare la minaccia costante dei corsari barbareschi.
viceré come Bernardo de Requesens, erano noti per la loro reputazione di uomi di senno e valore; Gaspare de Spes viene descritto come odiato per la sua alterigia e avidità.
Marco Antonio Colonna (1577-1580) è particolarmente discusso per i suoi sforzi nel contrastare la peste, la gestione del commercio del grano, i conflitti con l’Inquisizione, e per essere stato il dedicatario degli influenti “Avvertimenti” di Scipio di Castro.
Nonostante alcune opere pubbliche, fu anche annoverato tra i peggiori viceré.
Domenico Caracciolo (1781-1786) è ricordato per i suoi tentativi di riforma contro la feudalità.
La complessa interazione tra il potere sovrano rappresentato dal viceré, la potente feudalità locale, l’autonoma autorità dell’Inquisizione e le dinamiche sociali ed economiche dell’isola caratterizzarono in profondità la storia del viceregno in Sicilia.
Alcuni studi storiografici suggeriscono che le dinamiche di potere e le connivenze tra classi dirigenti, delinquenza e istituzioni (inclusa l’Inquisizione) in questa epoca abbiano radici che possono essere collegate all’origine del fenomeno mafioso.
Elio Di Bella


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