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Agrigento Ieri e Oggi

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Il Viaggio di Carl August Schneegans alla fine dell’Ottocento in Provincia di Agrigento

22 Maggio 2018 //  by Elio Di Bella

Carl August Schneegans (1835 – 1898), scrittore e diplomatico tedesco, ci ha lasciato l’opera

“LA SICILIA NELLA NATURA, NELLA STORIA, E NELLA VITA” , pubblicata nel 1890. Racconto straordinario del suo viaggio in Sicilia.

Pubblichiamo le pagine in cui ci racconta il suo viaggio in provincia di Agrigento

” Guardi attorno ! ” continuò : ” arriviamo ora proprio sul terreno dello zolfo. Là, sulle colline coperte di erbacce, osservi quei biancastri e rotondi rialti, somiglianti a tante bolle, sulla superficie delle colline, dai quali esce un leggiero fumo, e veda presso a loro quelle profonde aperture, rivestite di muro, e simili a tanti

neri abissi spaccati nella nuda pietra. Quei rialti sono

i calcaroni, nei quali la pietra sulfurea viene raccolta

e bruciata. Le aperture sono 1* entrate per accedere alle

zolfatare.” Guardai; e infatti i monti erano quasi seminati di bolle biancastre, e quasi forati come un vaglio dall’ entrate delle zolfatare. Un fumo fine e azzurrognolo pendeva sopra i calcaroni accesi, e l’aria tremava

leggermente sopra le masse di zolfo, bollenti sotto la

superficie.

La sera stessa di quel giorno arrivammo a Grotte,

il paese principale per la produzione dello zolfo, e nello

stesso tempo uno dei più screditati nidi di ladroni.

Bande di briganti uscite da Grotte e da Racalmuto,

situato nelle vicinanze e non meno screditato, infestarono, pochi anni or sono, i dintorni di Girgenti. Oggi

il brigantaggio sembra che sia sparito, almeno per ora.

Dico « per ora, » perchè in questi paesi deserti e fra

questa popolazione quasi selvaggia non si può dire con

tutta sicurezza che sia affatto sparito il brigantaggio,

benché da lungo tempo non si senta più dire, per esempio, che un ricco proprietario sia stato colto alla sprovista, trascinato su pei monti, tenuto nascosto in una

caverna solitaria, e finalmente ricattato. Guardando, specialmente la sera al chiarore della luna o delle stelle, nelle

strette, angolose e nere straducole di Grotte, quelle

figure incappucciate degli abitanti, coi loro mantelli

turchini, ripresi e appuntati, come quelli dei Beduini,

sopra la testa, col fucile a spalla, collo sguardo sinistro

verso il forestiere, insomma col loro contegno poco ras-

sicurante, sentiamo la paura di trovarci in mezzo a una

banda di briganti. Dall’alba fino a notte inoltrata queste

figure si veggono qua e là, sedute o ritte, per la piazza,

dove trattano, secondo l’ antico costume greco, i loro affari, prendono a opra i garzoni e i lavoranti, e discorrono sulle faccende politiche. Talvolta le trattative sono

molto chiassose, e succede un gran baccano ; ma tal

altra basta il linguaggio dei segni, molto usato nel sud:

il rapido movimento d’una mano, d’un dito, d’una palpebra, spesso non osservato dal forestiere e sempre in-

comprensibile per lui, è sufficiente per cominciare un

discorso e per finirlo, intendendosi subito tra loro. Alcune autorità del paese in abito all’ europea siedono

davanti al caffè, chiacchierando, prendendo il gelato e

discorrendo da un tavolino all’altro. Delle donne con

fitti veli passano dinanzi rapidamente: nessuno si cura

di loro, e veramente hanno ragione di non curarsene.

Le belle ragazze rimangono tappate in casa, e per lo

più si fanno vedere sul balcone, di .dove, per mezzo di

gesti, discorrono segretamente coi loro amanti, nascosti

nell’ ombra d’un pilastro di qualche porta. La donna,

che si mostra sulla strada, è ordinariamente d’ una bruttezza ripugnante, il vero tipo d’ una strega orientale,

magra, grinzosa, col naso e il mento appuntati, con gli

occhi cisposi e orlati di rosso, con una guardatura

guercia, capelli scarulfati e sporchi, svolazzanti fuori del

piddemi, e colle dita lunghe, ossute, e adunche alla rapina: figure d’un aspetto ributtante e schifoso. Gli uomini, al contrario, sono belle figure, forti, risolute,

benché con uno sguardo un po’ tetro; vero tipo affricano, un miscuglio di astuzia e di sfrontatezza, un che

di felino che ricorda l’avarizia, la crudele violenza e

la furbesca perfidia dei Punici. Ma, in generale, se una

passione violenta non agita il loro cuore facilmente

sdegnoso, sono d’ una bonarietà e d’ una schiettezza,

che nessuno, a prima vista, supporrebbe sotto quei te-

tri cappucci ; sono servizievoli, gentili e sempre pronti ;

pronti a tutto, sfortunatamente anche a metter di nascosto la mano nelle tasche di un forestiere, o ad ingannarlo da veri mariuoli quando senza alcun sospetto

presta fede ai loro giuramenti. Insomma è una razza

degenerata, discendente dai soldati mercenarii cartagi- nesi, che devastarono questo paese.

In mezzo a tal gente vive una piccola colonia tedesca. Mi sia permesso di raccontarne qualche cosa, perchè anche Baedeker, nella sua « Guida per la Sicilia » parlando delle zolfatare di Grotte, ne fa menzione, e perchè non vi sarà un solo fra i viaggiatori tedeschi in Sicilia, che ai conforti del Baedeker non si diriga verso Grotte, dove « il signor Hofer, direttore della zolfatara, agevola loro cortesemente il modo

di visitare le miniere e gli stabilimenti situati presso

quel paese. » Una delle più importanti e ricche zolfatare apparteneva fino a qualche anno fa alla ditta

tedesca Jaeger di Messina, e Grotte è il centro di que- sta cava di zolfo, diretta dall’ingegnere Hofer. La piccola colonia tedesca, che si è raccolta intorno al forte

e leale direttore e alla sua gentile signora, la quale è

tutta intenta alla educazione de’ figli e al governo della

grande casa, vive in quel luogo come vivono gli Europei

nell’americano « Far-West. » È quella una vera vita

campestre, alla quale conviene adattarsi ; una vita che

sebbene abbia le sue privazioni, la sua solitudine e i suoi

pericoli, ha pure le sue particolari delizie, la sua libertà,

la sua vivacità e freschezza, che tanto bene conferiscono

all’energia e risolutezza dell’uomo. La famiglia del di-

rettore vive nella più bella casa di tutta Grotte, in

un palazzo di pietra, a due piani, e con un portone, se

non sbaglio, a volta. Le stanze sono comode e sfogate,

ampie ed ariose: ma è sopra a tutto l’ospitalità gentile

ed amabile, il tratto sincero e leale, che, specialmente

in questo paese, fa bene al cuore. Questo palazzo ha

però esso pure i suoi inconvenienti, o, come diciamo

noi Tedeschi, « delle parti in ombra, » le quali però,

come dice il direttore Hofer con una delle sue frasi spiritose, sono una vera benedizione in questo paese bruciato dal sole. Entrando, si deve traversare una stalla,

e saliti felicemente al primo piano, bisogna ancora, per

arrivare alle camere preparate per gli amici, passare

una piccionaia, nella quale polli, tacchini, pavoni, e naturalmente molti piccioni, stanno appollaiati ; poi una

cucina, e dopo un’ anticamera, prima di arrivare nelle

stanze abitabili. Di carte alle pareti non se ne discorre

neanche: un’altra benedizione, come ci dice il direttore

col suo solito buon umore; perchè le carte non sono

buone ad altro che a dar ricetto a insetti fastidiosi.

Tutta la maniera di vivere è pure alla campagnuola:

bisogna contentarsi di quel che hanno anche gli indigeni,

e di non poter mangiare nell’estate nè carne grossa nè

pesce ; ma per lo più piccioni e polli (e questi, dopo

qualche settimana, nonostante la bravura culinaria della

gentile padrona di casa, finalmente stuccano), di sodisfare l’appetito con ova, latte e maccheroni, di bere il

grave e odoroso moscato, di fumare un cattivo tabacco,

e di abituarsi al pensiero di esser simili a un naufrago,

sbalzato sopra un’isola solitaria, o a un Europeo occupato a diboscare una foresta vergine, e segregato interamente dal mondo civile.

A cavallo come tanti colonisti, muniti di fucili e

rivoltelle, e accompagnati da muli carichi di provvisioni, partimmo il giorno seguente all’ alba dal nostro

nido di ladroni verso le zolfatare. Da per tutto sui

monti e sulle colline si vedevano calcaroni, in parte an-

cora accesi, in parte già spenti ; da per tutto aperture

d’entrata alle vecchie e nuove miniere. Non senza ragione la cittaduzza si chiama « Le Grotte, » perchè non

v’è pietra nè rialto, dove non si trovino caverne. Già

da molti secoli gl’ indigeni siculi e sicani debbono

avere scavati questi antri. Forse erano trogloditi, abitanti nelle caverne, o erano minatori, in cerca dello

zollo? Oppure erano tribù, che, come i Saraceni, scavavano ampie celle nella pietra per dar sepoltura a’ loro

morti? Chi potrebbe dirlo ora con sicurezza? Moltissime ossa di uomini e di bestie si trovano sparse qua

e là sul suolo: i Cartaginesi avevano posto qui il loro

campo, quando si diressero verso Agrigento: più tardi i

Saraceni dimorarono in questi deserti pietrosi. Si racconta che una città saracena sorgesse alla distanza di

due ore da Grotte, in quello stesso luogo, dove ora sono

le miniere tedesche. Le ossa e le caverne forse rimontano a questo tempo, e forse più in là. Comunque sia,

i briganti scelsero bene il luogo per le loro gesta, trasferendolo in questo terreno tutto forato. Colui che

tengono nascosto in una di queste caverne, neanche dal

più destro carabiniere potrebbe essere scovato, e questo

povero diavolo non avrebbe «altro scampo che pagare il

ricatto e contentarsi di ritornare incolume a casa sua.

Da Grotte la via conduce, traversando la ferrovia,

verso le nude e alte catene di monti, che nell’ interno

dell’ isola si ammonticchiano, come enormi masse. Veduta da una certa distanza, la cittaduzza colle sue

mura grigiastre si confonde colla massa grigia della

pietra, stendendosi lontano : simile ad un mucchio di

pietre rovesciate è situata sul declivio della collina ;

molta erba cresce qua e là fra gli spacchi delle mura;

nessun fumo s’ innalza ; come una mole morta sorge

la città. Giù e su pei monti si stende la strada; il

grasso suolo argilloso è stretto dal caldo in una massa,

come un duro cemento, in mezzo della quale sorge

una fila di pietre lavorate, come segno nell’ inverno,

quando la strada si cambia in una palude, per indi-

care la via ai cavalcanti e ai cavalli, perchè di pedoni

qui non si discorre durante il tempo della pioggia. Sui

declivii, che diventano sempre più ripidi, cresce un’erbaccia rada ; di tratto in tratto si vede un campo

d’ orzo. Il direttore, sul suo bel cavallo bianco trottando

accanto a me, mi raccontò di aver visto in quelle valli

alcune serpi e lucertole, che per la loro grandezza ricordavano la fauna tropicale. Lietamente chiacchierando

ci avvicinammo ai monti di zolfo, quando ad un tratto

la cavalcata si fermò. Quelli più innanzi prendono il

fucile dalla spalla e lo mettono a traverso alla sella,

con lo sguardo fisso su uno scoglio, che in alto del

declivio sorge accanto a una delle aperture delle miniere. Due figure fuggono prestamente intorno allo

scoglio e spariscono nella caverna. ” Cosa c’è ? briganti ? ” domandano da tutte le parti ; e già ci prepariamo a un serio combattimento. Due minatori, che ci accompagnano, salgono lestamente il monte ; li vediamo scambiare qualche parola con quegli individui sospetti; dopo ritornano precipitosamente per il declivio, gridando al nostro direttore : ” Non è niente ! sono latitanti di Racalmuto !   E rimettendo il fucile in ispalla, proseguiamo il cammino, come se nulla fosse accaduto. ” Cosa vogliono dire questi minatori colla parola latitanti ? ” domandai al mio vicino ; r e perchè questi hanno bisogno di nascondersi lassù nelle caverne ? ”

Mi fu risposto che nella vicina cittaduzza di Racalmuto erano accaduti poco fa alcuni disordini, che si era

fatto fuoco contro i carabinieri, e che alcuni giovani,

cercati dalla polizia, erano spariti; che i due individui

visti da noi appartenevano ad essi, essendo divenuti

latitanti, cioè gente che si nasconde, ma che non fa

male ad alcuno. ” Ora,” dissi, ” il loro nascondersi sarà

finito, perchè sono stati scoperti.” — ” Che cosa pensa ! ”

mi fu risposto: “nessuno denunzierà il loro nascondiglio

alla polizia : sono lassù così sicuri, come il bambino

nel ventre della madre; e se anche il loro nascondiglio

fosse conosciuto da tutta la popolazione, la polizia o i

carabinieri non lo risaprebbero. La gente porta loro

da mangiare e da bere nella caverna, e amici e parenti

li visitano, cercando naturalmente di non esser visti.

Ma guai a colui, per la cui denunzia i latitanti cadessero nelle mani della polizia ! Presto non si saprebbe più nulla di lui, o lo troverebbero colla testa sfracellata dietro un muro ; e se anche tutto il villaggio conoscesse l’uccisore, e come e dove il fatto fosse accaduto, tutto il villaggio dichiarerebbe davanti al tribunale di non saper nulla di ciò.” — ” Ma queste sono davvero condizioni da Corsi ! ” esclamai. ” La Corsica e la Sicilia sono sorelle!” rispose il mio vicino; “gli

stessi costumi dominano su tutte e due le isole, e qui

in Sicilia i costumi sono ancora più medioevali. L’ infima classe, almeno in queste regioni meridionali inospitali e appena incivilite, vede, anche oggi, come ve-

deva molti anni fa, nel municipio e nel governo il

nemico, contro il quale ciascuno ha il diritto e quasi

il dovere di difendersi da sè stesso. Sono le conseguenze del vecchio carbonarismo.”

Non mi riuscì subito di capire, quale relazione potesse essere fra quei due latitanti e il carbonarismo, e movendo una domanda su questo proposito, il direttore colla sua maniera gioviale mi rispose : ” Ma Lei, venendo in Sicilia, ha dimenticato di mettere da parte le idee e le opinioni europee, insieme coll’ altro inutile bagaglio di viaggio. Qui la politica e i partiti sono mescolati con tutta la vita ; qui non si vede il confine dove comincia il delitto politico e dove finisce il delitto comune. E questa gente, non conoscendo tal confine, ha idee così singolari sul diritto, sull’onore, sul dovere, sulla violenza e sul lecito o l’illecito,

che noi Europei settentrionali crediamo di entrare già

nell’ Oriente o nell’ Affrica settentrionale, e di esser

trasportati in un secolo passato. Qui dobbiamo familiarizzarei colle idee del medio evo e del tempo feudale e del diritto del più forte.” E chinandosi verso di me, aggiunse con una espressione energica : ” Potrei nominarle qui uno, che perseguitato una sera da alcuni

operai e preso da loro a sassate e a fucilate, gettandosi da cavallo si precipitò sugli aggressori, e spaccò

la testa al primo che agguantò : gli altri fuggirono. Il

morto, forse portato via dagli amici durante la notte,

sparì : la polizia non si è mai occupata di questa faccenda. Quello, di cui parlo, è oggi il più stimato e il più temuto uomo da vicino e da lontano ; nessuno ardisce di torcergli un capello. Ma se in quei giorni

avesse chiamato in aiuto la polizia o il tribunale,

forse alcuni sarebbero stati condannati ai lavori forzati nelle isole Lipari, ma il suo amico non sarebbe più fra i viventi.”

Non deve far maraviglia che quei nostri discorsi si

aggirassero intorno al brigantaggio, alla camorra e alla

mafia; argomenti molto interessanti e nello stesso tempo

molto spaventevoli per il forestiere. Nè in tutta la Si- cilia vi potrebbe essere altro luogo, che più della città

di Grotte, colle sue caverne misteriose e con la sua

trista fama, desse argomento a simili discorsi.

Tutto ciò che i miei compagni di viaggio mi raccontarono della mafia e del brigantaggio, e tutto ciò che

più tardi seppi da altre parti, lo voglio brevemente riferire a’ miei lettori per dar loro una idea esatta di

questi costumi così singolari, essendo necessario conoscerli per intendere il popolo siciliano e la sua vita.

Per prima cosa debbo trattare della mafia, perchè fino

a un certo punto il brigantaggio è fondato su di essa.

Vi sono tanti viaggiatori, i quali, nel primo viaggio

che fanno pei paesi meridionali, subito dopo il loro arrivo domandano con una paurosa curiosità, che cosa

significhi veramente la mafia, tanto spesso ricordata,

e di una fama così infame. La faccenda della mafia è

giù per su come nel « Fausto » di Goethe la faccenda

di quel « grande mistero delle Madri, le quali regnano

nella solitudine, » e che Mefistofele non vuol palesare, se

non dopo lunghi indugi, e il parlarne mette in grande

imbarazzo. Uno spavento assale il forestiere, come assalì

Fausto. La mafia ! Questo nome ha per lui un suono

portentoso, e « ne riceve sempre come un colpo; » e non

ostante domanda :  Che cosa vuol dire questa parola

che mi desta ribrezzo ? “

E davvero tale inquietudine dei forestieri non è

senza qualche fondamento, perchè la mafia veramente

è cosa inquietante ; ma è allo stesso tempo anche tanto

caratteristica per il grado di civiltà nelle parti meridionali d’Italia, che colui solo, il quale la conosce bene, capisce pure il grado di cultura di quei popoli. Se volessimo dare una breve definizione del senso generico del vocabolo mafia, dovremmo dire così : La mafia è una società segreta, la quale avendo usurpato in ogni parte «della vita, sia pubblica sia privata, una potenza illegale, esercita altresì un’ azione illegale a vantaggio dei suoi aderenti, con tutti i mezzi leciti e illeciti. La mafia, qualunque sia la sua importanza, è ad ogni modo uno Stato nello Stato, rappresentando una forza illegale e arbitraria, la quale invade Flìordine e la legalità, e li opprime. Convien dare questa definizione generica, perchè la mafia, estendendosi sopra ogni possibile campo, prende varii aspetti, e opera su tutti i rapporti sociali. Quindi ce ne formeremmo un’ idea imperfetta e monca, se volessimo discuterla e giudicarla solamente secondo uno o un altro de’ suoi aspetti, senza curarci di raccoglierne tutti i tratti singolari in un quadro

generale. Non vi è cosa che abbia messo così forti e

profonde radici nel cuore del popolo siciliano, quanto

la tendenza ad esercitare, anche nelle cose minime,

un potere illegale. La parola prepotenza, il cui vero

e proprio significato non si può tradurre in un’ altra

lingua, esprime l’idea sulla quale la licenza della mafia

è fondata, la vera idea cioè d’ una usurpazione della

potenza. Questa idea si esprime e s’incarna, secondo

i costumi, le abitudini e lo sviluppo storico e naturale

del paese, in un sistema di congiure segreto e quasi

sotterraneo, il quale si fa obbedire con l’ intimorimento

e col terrore. I mafiosi sono veri cospiratori contro le

leggi, contro la società, contro il pubblico potere e

contro il diritto costituito. Dalla stessa fonte hanno

origine la mafia, il carbonarismo, la camorra, la quale

non è altro che la mafia delle classi infime, e ciascuna

società segreta, qualunque ne sia il nome.

I modi, coi quali la mafia oggi si esercita, sono

molto varii. Sotto il regno borbonico, nelle grandi città,

fu in relazione strettissima coi briganti, e con ragione

il brigantaggio si potè chiamare una mafia armata.

Oggi il brigantaggio, se anche non è interamente estirpato, è però diminuito a segno, che possiamo escludere il suo congiungimento con la mafia. Ma se, per una mutazione di tempi, il brigantaggio rialzasse la testa (ciò che non sembra verisimile), subito la sua relazione colla mafia sarebbe riannodata. Come stanno ora le cose, possiamo farci un’idea molto esatta di quel che sia la mafia e come lavori, sol che ci figuriamo la cosa in un modo concreto, come sarebbe il seguente: Un certo numero di persone, sia in una grande città o in un villaggio, sia in una famiglia, in un negozio o in una associazione qualunque, sente il bisogno di esercitare una certa influenza, e di guadagnare (questa è la cosa principale) senza lavorare. Associandosi, fanno segretamente una compagnia di mutua assistenza. Colui che sa prendere il di sopra sugli altri colla furbizia o colla forza

muscolare o coi mezzi che egli ha, o anche colle smargiassate e coll’ incuter timore, è il loro capo e padrone

naturale. E cominciano a operare così. Gli affiliati all’associazione s’intromettono come mezzani in ogni affare, sia grande o piccolo, di cui vengano a cognizione ; e in quei paesi essendo gli affari cominciati, discussi e con-

chiusi sul bel mezzo della strada o nei caffè, niente

è più facile di questo. Per esempio, sentono dire che

una casa o una villa è messa in vendita: vanno dal

venditore offrendogli l’aiuto della mafia e promettendogli il loro appoggio, a condizione che non venda che

a colui il quale sarà presentato da essa. Naturalmente

pattuiscono una certa somma per la gentile mediazione.

Allora cercano per le strade, per i caffè, o per le case,

dove bazzicano, un compratore : anche questo deve dar

loro una certa somma, e così vien concluso l’affare. Ma

se a caso si presenta un terzo per comprare quella casa

senza l’appoggio della mafia, tutto il suo adoperarsi va

in fumo, perchè il venditore si è impegnato, e guai a

lui, se non mantiene la promessa ! E se anche questo

terzo acquirente offrisse un prezzo altissimo, sempre fra

lui e il venditore si troverebbe la mafia; e se non vo-

lesse mettersi d’accordo con essa, dovrebbe rinunziare

all’ affare, perchè nessuna forza al mondo potrebbe rom-

pere il cerchio di ferro, che la mafia ha stretto intorno a questo negozio. E così continuano. La potenza

della mafia cresce ad ogni affare concluso per la sua

mediazione. Quel disgraziato, contro il quale essa con-

giura, perchè forse ha voluto nuocerle, è un uomo perduto. Nessuna delle sue imprese gli riuscirà, da per

tutto troverà impedimenti imprevisti e insormontabili;

e se non vuol perire, deve placare gli Dei offesi con un

grande sacrifizio. Di tal sacrifizio il giorno dopo tutta

la città ne parla, e questa nuova vittoria aumenta l’ influenza della mafia. Non è molto tempo, che essa pro-

cedeva di tal maniera insieme coi briganti. Per esempio:

i briganti avevano sequestrato un ricco proprietario

e domandavano, tenendolo nascosto in qualche lontana

caverna, per il riscatto una certa somma : subito la

mafia si dichiarava pronta a intervenire fra la famiglia

del rapito e i briganti, suggerendo a questi di diminuire la somma richiesta. Così prendeva di qua e di

là la sua provvisione, e il povero diavolo, che forse fu

ricattato col segreto consenso dei mafiosi, doveva fare

i suoi ringraziamenti all’ onorevole associazione ; anzi

le si obbligava (temendo che anche in altri casi ne

avrebbe avuto bisogno) di aiutarla anche da parte sua

con tutte le forze. La ragione, perchè la mafia anch’ oggi ha tanta potenza, consiste in ciò : che nella

mente della popolazione la paura provata ai tempi del

brigantaggio non è ancora diminuita.

Se ci figuriamo questo sistema di sfruttamento, adoperato colla inframmettenza e col terrore incusso da

una gente ardita, esteso a tutte le condizioni della vita

pubblica e privata, avremo un’idea esatta del vero es-

sere della mafia. Ripeto che questo sistema si estende

a tutte le condizioni della vita, e debbo aggiungere

che il terrore viene spinto fino agli estremi. Perchè

la mafia non indietreggia davanti a nulla; non a qualunque forza, non alle leggi, non a qualsivoglia personaggio anche il più potente, neppure dinanzi a un

assassinio commesso in pieno giorno. E la sua potenza

sulla popolazione, che trema al solo suo nome, è così

grande, che, quando accade un omicidio, del quale la

mafia venga sospettata, nessun accusatore, nessun testimone si trova, neanche fra i parenti e gli amici

dell’ucciso, i quali anzi sono indotti dalla paura della

mafia a trattare con essa; e perciò anche i tribunali

sono impotenti contro il colpevole. Talvolta i parenti

e gli amici prendono su di sè la vendetta, servendosi

del pugnale o del coltello, ma non chiamando mai in

aiuto il tribunale, nè il carabiniere, nè la guardia di

pubblica sicurezza.

La mafia non lavora solamente per conto suo, ma

anche per conto d’altri. A una amante abbandonata e

bramosa di vendicarsi dell’ uomo infedele, a un offeso

o a un geloso la mafia volontariamente presta i suoi

servigi!. Un uomo vien ferito gravemente da uno sconosciuto ; questi fugge via ; nessuno T ha visto o inseguito ; il ferito stesso tace : è stata la mafia. Questi

saprà benissimo perchè l’ hanno aggredito, e perciò tace,

riserbandosi, se il colpo non fu mortale, di vendicarsi

da sè stesso alla prima occasione sull’autore del feri-

mento. La vendetta è anche in Sicilia un elemento importante, e anche qui, come in Corsica, domina su tutte

le condizioni sociali, specialmente nelle classi infime e

nella borghesia, e talvolta anche nella nobiltà.

Anche in molte altre parti si sente la potenza della

mafia. L’ amministrazione municipale specialmente si

vede spesso intralciata dalla mafia. Per esempio : certi

lavori pubblici debbono essere dati in accollo e si aspettano le offerte, le quali non vengono. Perchè? Nessuno

vuole conoscere la ragione, ma tutti la indovinano. Si

è formata, per una o per un’ altra ragione, una mafia,

che tenta d’impedire quei lavori fino a tanto che le sembri opportuno. Una volta accadde che la mafia s’intromettesse perfino nella organizzazione dell’ esercito,

proibendo, come si racconta, in una piccola città ai

soldati del distretto di farsi nominare caporali o ser-

genti, perchè non voleva soffrire accanto a sè un’ altra

potenza, un’altra autorità; e infatti la sua influenza

fu tale, che durante parecchi anni nessun soldato ardì di avanzare dalle fila dei comuni a un qualche grado.

È anche molto verosimile che la mafia, specialmente

nelle grandi città, sappia far valere la propria potenza

nelle elezioni. Ma su questa parte delle sue operazioni non voglio trattenermi.

Invece, voglio accennare ad altre operazioni, trattando di una mafia, la quale si fa sentire in condizioni più strette e in una misura più piccola, e della quale nessuno che vive colà per lungo tempo, può difendersi nella sua propria casa. L’ inclinazione che ha questo popolo per gl’ intrighi segreti, e per l’ immischiarsi e far valere una potenza non legale, è così radicata nell’ esser suo, che subito, quando in un paese

una nuova famiglia vi prende stanza, la mafia 1’ avvolge colla sua influenza, quasi come con una rete.

I servitori, gli acquaiuoli, i giardinieri, i pizzicagnoli

e i mestieranti del vicinato, il calzolaio, il sarto, il

tappezziere, assicurandosi vicendevole protezione ed appoggio, mettono quasi in sequestro la nuova famiglia.

L’ uno introduce 1’ altro ; e se una volta il primo ha

varcato la soglia, tutto lo sciame lo segue. Impediscono l’entrata a chiunque non appartiene alia loro

setta, servendosi dei mezzi più sfacciati e più violenti; cacciano via « gli altri, gli intrusi » con parole

e con fatti, e non hanno scrupolo d’ingannare la fa-

miglia, che forse non è ancora pratica del paese e

della gente, in una maniera vilissima. Se questa fami-

glia, per esempio, vuol servirsi di un parrucchiere, o di

un tappezziere, o di un calzolaio, che le sia stato racco-

mandato, in luogo di questo viene un altro, che è lasciato

entrare nella casa in buona fede, credendo che egli sia

quel desso; e se poco dopo il raccomandato si presenta,

si accende ordinariamente un litigio, che, secondo i

casi, può diventare anche tragico, ma quasi sempre finisce in un modo comico.

Non è da supporre che i costumi, sui quali è fon-

data la mafia, si cambino fra poco. Questi costumi sono

inveterati nei popoli meridionali e specialmente nei siciliani, e ne sono divenuti quasi una seconda natura

per effetto di una più che secolare oppressione. Sotto

le diverse dominazioni degli stranieri, nacque e crebbe

nel popolo la voglia di opporre ai dominatori un’altra e

segreta forza, che rendeva inefficaci gli ordini del go-

verno, e che, coll’assenso mutuo e segreto di tutta la

popolazione, dominava sul paese. Ad ogni modo l’ istituzione della mafia è un avanzo del medio evo ; e così

essendo contraria ai tempi presenti, incute un certo ti-

more nel forestiero, il quale è abituato a vedere nelle

società segrete che s’ intromettono nelle funzioni dello

Stato, una violazione dei diritti sovrani di esso.

Colla mafia è congiunto strettamente il brigantag-

gio, almeno l’antico e storico brigantaggio. Innanzi

tutto, dobbiamo ribattere sulla differenza fra il brigantaggio storico che oggi è sparito, e il ladroneccio

comune, che, come in tutti gli altri paesi, esiste anche

in Sicilia, sebbene qui in un modo tutto speciale a un

paese meridionale. Questa ciurmaglia di ladri e di assassini fu ed è da per tutto e in ogni tempo, e in conseguenza anche in Sicilia. Ma il vecchio brigantaggio

era cosa ben diversa; e non si debbono mettere sulla

stessa riga questi vecchi briganti siciliani col tipo del

ladrone nei paesi settentrionali. Non voglio prender

l’ aria di difensore e tanto meno di ammiratore dei

briganti siciliani ; ma, se si vuol essere giusti, si deve

fin da principio rilevare lo speciale carattere del popolo, da cui si sviluppava questo brigantaggio in un

modo quasi necessario e naturale. Il brigantaggio siciliano tiene un poco dell’antico carattere greco e insieme del medioevale, prendendo la sua origine dai valorosi cavalieri, che, chiusi nei loro castelli inaccessibili, furono talvolta appostatori molto attivi, e nello stesso tempo dagli antichi eroi, Teseo e Ercole, i quali, vagando per il paese a fine di liberarlo dai mostri antropofagi e dai ladroni sanguinarii, talvolta divennero essi stessi feroci e assassini. Questi tratti dell’ antichità e del medio evo si erano conservati in qualche modo fino ai nostri tempi ; e i veri briganti potevano paragonarsi sino a un certo punto coi cavalieri dei

tempi, nei quali vigeva il diritto del più forte. Ma nel

tempo presente non vi sono che ladroni comuni, posto

anche che abbiano un carattere tutto siciliano.

Il brigantaggio siciliano è altresì il prodotto natu-rale dello sviluppo storico dell’antico popolo siculo. Per quanto si torni indietro nella storia dell’isola, sempre

troviamo gli abitanti indigeni, i Sicani e i Siculi, op-

pressi da usurpatori stranieri. Fino al principio del

nostro secolo il popolo siciliano era soggiogato e spogliato dei suoi diritti naturali: e infatti sotto tutte le

dominazioni straniere il paese fu riguardato come una

ricca fonte, alla quale ognuno potesse attingere. Non

il solo Verre lo depredò in tutte le regole, ma anche

i suoi tanti successori, sebben venuti da altri paesi,

amministrarono la Sicilia in quella antica maniera ro-

mana. Sino alla fine dell’ottavo secolo, il vescovo di

Roma, per esempio, ricavava una rendita annua di un .

milione di lire dalle sue possessioni siciliane; le chiese

di Ravenna e di Milano avevano qui latifondi immensi ;

Gregorio I proteggeva inoltre la schiavitù in Sicilia,

e molte diecine d’anni dopo di lui la maggior parte

delle ricchezze dei successori di Cristo si componeva

di schiavi, come ci racconta il chiaro conoscitore della

storia siciliana,   Hartwig.   La conquista saracena

non conferì certamente a risollevare il popolo da questo stato di oppressione, ed anzi aggiunse all’arbitrio

politico del conquistatore il fanatismo religioso, distruggitore di tutto ciò che non fosse maomettano. I principi normanni, liberando la Sicilia dai Saraceni, introdussero il sistema feudale : il paese fu diviso fra la corona, la chiesa e i nobili; il popolo passò dalla schiavitù nella servitù feudale, e fino a un tempo molto recente (in

parte fino all’anno 1838) questo stato continuò, sebbene

sotto altro nome e con diverse condizioni esteriori. La

conseguenza di tutto ciò doveva essere l’ impoverimento

del paese e il concentramento del commercio, dell’agricoltura e insomma dell’agiatezza, solamente nelle grandi città e nei loro dintorni, mentre l’ interno dell’ isola

divenne più e più deserto, e nella mente del popolo si

formò la convinzione politica e sociale di servire come

strumento, senza volontà e senza diritto, al conquistatore, cioè al suo naturale nemico. Perciò credette che

contro a quei tiranni ogni mezzo fosse lecito, il quale

intendesse a liberare gli oppressi o a proteggerli almeno

contro l’ arbitrio, e a vendicarsi di tutti quelli che,

prendendo la parte dei tiranni, insieme con essi opprimevano il popolo. ” Nessuno di noi deve aspettarsi che

il governo si faccia difensore del suo diritto: di questo

dobbiamo esser difensori noi stessi : ” ecco il pensiero

che dominava su tutto il paese.

E così accadde, che quello o questo, sentendosi

violato nel proprio diritto, prendesse la via della difesa

personale, e che contro certi impiegati o ricchi proprietarii, dei quali la oppressione era specialmente pe-

sante, venissero usate violenze. E come in Corsica

colui che ha avuto un contrasto personale coll’amministrazione, scappa nelle folte e impenetrabili macchie ; così il Siciliano fuggì nell’ interno impraticabile dell’ isola, ricevuto con ammirazione dai suoi compatriotti

benevoli a lui, e nutrito e sostenuto da loro per mesi

e mesi in una segreta caverna. Tale fuggiasco fu chiamato « brigante » o « latitante, » e fu considerato come

il « Haiduk » dei Serbi, e come in Corsica il macchiaiuolo. L’ esempio di un tal fuggiasco fu seguito da

altri, e così trovandosi insieme parecchi nello stesso pensiero d’una vendetta comune, formarono una « banda.»

I partiti politici si servirono spesso di queste bande

come di strumenti opportuni ed utili, perchè i nemici

del governo e delle condizioni d’ allora sentivano naturalmente una certa comunanza con coloro i quali già

da un secolo nelle grandi città, lavorando per liberare

il popolo, li ricevevano volontariamente come tanti compagni d’armi, molto valorosi e intraprendenti. Dall’altra

parte coi briganti si congiungevano quéi cattivi elementi che si trovano in ogni paese e in ogni condizione politica e sociale: ladri e vagabondi, galeotti

evasi o liberati. In tal modo si formava una compagnia

diversa, che si presentava ora sotto un aspetto ora sotto

un altro, che si mostrava ora come un a partito » armato, selvaggiamente politico, preparando la rivoluzione

o aiutandola; ora come una « mafia, » riunita a scopo

d’ una vendetta personale ; ora come una vera banda

di ladroni. Per questo insieme multicolore si spiegano

anche i differenti giudizii che vengono dati sul brigantaggio siciliano. Ogni scrittore o corrispondente di giornali descrive il brigantaggio in questo o in quel modo,

secondo che ha osservato questo o quel suo lato, o secondo che fu tocco da questa o da quella delle sue azioni.

Oggi il brigante è un eroe romanzesco, proteggitore

dell’innocenza, un Carlo Moor siciliano,  Carlo Moor è il protagonista della tragedia I Masnadieri di

Schiller.) combattente per la libertà, per l’eguaglianza e per la fratellanza, un nobile moderno cavaliere, come lo descrivono certi libretti d’opere, o almeno un cavaliere predatore del medio evo ; domani diviene un malfattore sanguinario e avido, che apposta dietro uno scoglio il viaggiatore, lo trascina in una caverna, lo ricatta e finalmente lo strozza: la schiuma dell’ umanità e l’onta della Sicilia.

Col regno dei Borboni finì anche il regno dei briganti. Si può benissimo chiamare un « regno » il brigantaggio di quei tempi, perchè era divenuto così potente, che anche l’ amministrazione politica era costretta a trattare coi briganti per serbare almeno un’ ombra

della sicurezza delle persone e della proprietà. La

popolazione da per tutto era in segreta intesa coi briganti offerendo loro spontaneamente appoggio e protezione. Se una banda sorprendeva una carrozza della

posta, i viaggiatori non si difendevano, ma lasciavano

che accadesse ciò che voleva, e tentavano di mettersi

d’ accordo coi briganti, essendo questi più potenti del

governo ; « e coi potenti non bisogna guastarsi, » dice

la saggezza siciliana. Se in quei tempi un negoziante,

il quale per un caso qualunque non avesse destato

l’odio dei briganti, e contro il quale costoro non fossero per conseguenza male intenzionati, voleva portare

la sua merce o i suoi denari da una parte all’ altra

della Sicilia, non aveva da far altro che annunziare

ai briganti, per mezzo dell’amministrazione provinciale,

il suo proposito. Allora si combinava una certa somma,

e quella essendo pagata al tempo stabilito, nessuno era

più sicuro di questo provvido viaggiatore: anche i dragoni che lo accompagnavano erano protetti dai briganti,

e così nessuno ardiva torcergli un capello. Ma se un proprietario o un impiegato fosse venuto in discordia con un aderente o un protetto della banda, o se avesse messo

le mani su qualcheduno che avesse affari colla mafia,

allora niente poteva riuscire a salvarlo : in tutti i suoi

passi era sorvegliato e perseguitato, finché per un’occasione favorevole non fosse caduto nelle mani dei briganti. Questi lo trascinavano via, lo nascondevano in

una campagna o in una caverna, e lo ricattavano. Non

sempre la sola avidità moveva i briganti a tale rapimento : spesso avevano un altro motivo più profondo:

per esempio, il pensiero di vendicarsi e riprendere i

denari, che il governo o il proprietario avevano riscossi

ingiustamente secondo che essi pensavano, o di punirli

per una ingiustizia, o di spaventarli, e spaventare i

loro aderenti. Ma lo scopo di far quattrini era sempre

congiunto cogli altri scopi, perchè sempre avevano bi-

sogno di denari per comprar polveri, fucili, cavalli, o

per fare un buon trattamento ai loro protettori.

Fino dai primi anni della nuova era, incominciata

con la caduta del trono borbonico, duravano queste

condizioni, diminuendo per altro via via. Come una

leggenda prodigiosa s’ inoltrano nella storia della seconda metà del secolo diciannovesimo le gesta del capo-

brigante Leone, anch’oggi popolare fra i Siciliani, perchè

per lunghi anni potè tener fronte al governo italiano e

ridersi di lui. L’accordo della popolazione coi briganti,

usato sin dai vecchi tempi, durava ancora in quegli

anni; e con ciò possiamo spiegarci le gesta favolose,

che si raccontano del brigantaggio di questo Leone.

Una leggenda si è già formata intorno alla storia

di Leone. Ma non abbiamo bisogno di una leggenda

per fare di quest’ uomo un personaggio, incomprensibile

per noi gente del nord, ma molto familiare e cavalleresco ed eroico per i popoli meridionali. Si racconta

che Leone, il quale era da molti mesi proscritto e

fuor della legge, e cercato da per tutto dai carabinieri,

venne un giorno a Palermo, andò al teatro, sedette accanto a un alto funzionario, ebbe con lui un interessantissimo colloquio sull’arte, sulla letteratura e sulla scienza sociale, e gli chiese il permesso di fargli il giorno dopo una visita, che gli venne accordata con molta garbatezza. La mattina dopo Leone andò in casa del funzionario; ma non trovandovelo, gli lasciò la sua carta, sulla quale si leggeva : « Leone capobrigante si ricorderà sempre con piacere del colloquio avuto ieri sera al teatro con sua Eccellenza, il Signore…. » Quando pochi minuti dopo questa carta venne nelle mani del funzionario, Leone naturalmente non era più lì. Subito

tutte le porte di Palermo furono chiuse, e i carabinieri spediti chi qua e chi là; ma invano: Leone era già sparito. Passarono ancora molti mesi prima che lo potessero prendere; finalmente fu attorniato e fucilato.

Ma nel popolo il suo nome vive ancora, come quello di un cavaliere senza paura e senza rimprovero, e non consiglierei nessuno di parlare di lui come di un delinquente o d’un malfattore. Questi e simili casi dimostrano abbastanza che fra i briganti e la popolazione di quei tempi passava un intimo accordo, e si estendeva anche alle classi più alte. Se la popolazione avesse prestato aiuto al governo e ai carabinieri, simili episodii non sarebbero stati possibili.

Oggi le cose sono affatto cambiate. L’alleanza fra

la popolazione e i briganti è rallentata, e al savio governo della Casa di Savoia è riuscito di estirpare il

brigantaggio. Non è rimasto nient’ altro che la solita

ciurma di ladroni e di malfattori, che si trova da per

tutto, in tutti i paesi e in tutte le grandi città, avendo

però in Sicilia un aspetto particolare. I tribunali di

tanto in tanto scoprono bande di ladri, con ampie diramazioni, che hanno impaurito per parecchi anni un

intero paese : grandissimi processi vengono allora fatti

in Girgenti o in Palermo. Talvolta accade tuttavia che

nell’ interno deserto dell’ isola un ricco proprietario o

commerciante venga sorpreso in modo romanzesco da

una banda armata, e trascinato in una caverna e ricattato. Mi ricordo del ricatto del direttore del Banco di Sicilia in Palermo, il signor Notarbartolo, il più notevole avvenimento di questa specie nel tempo nostro. I briganti, travestiti da carabinieri e bersaglieri, fermarono la carrozza del direttore e lo condussero fuori di strada col pretesto che dovesse presentare il porto d’armi al loro comandante; quindi si smasche-rarono e trascinarono il prigioniero su pei monti. Ma molto significante per lo stato presente delle cose è, che in tutti i casi recenti l’amministrazione coll’aiuto della popolazione ha potuto agguantare i briganti, scoprire e disperdere le bande dei ladri e condurre i capobriganti dinanzi al giudice. Un’altra notevole circo- stanza è, che nei tempi più remoti come nei più recenti

il vero brigantaggio non si dirigeva contro i forestieri

e i viaggiatori, ma solamente contro i Siciliani stessi.

I primi rimangono fuori del cerchio degli interessi della

mafia e del brigantaggio, e con ragione il Mommsen

potè dichiarare di sentirsi più sicuro in Sicilia, che

nottetempo nel Thiergarten  di Berlino (Il Thiergarten è il gran parco reale di Berlino).

Dacché la popolazione ha cominciato a prestare appoggio ai funzionami del governo, benché non da per

tutto colla stessa prontezza, l’ultima ora del brigantaggio è sonata: la paura, che fino a vent’anni or sono teneva legata la lingua a tutti gli abitanti senza eccezione, è sparita ; anche quella specie d’ aureola che in conseguenza delle condizioni dello Stato nei tempi antichi circondava i briganti, è impallidita, e nessun brigante è riguardato più come il difensore dell’innocenza perseguitata. Perciò possiamo aver fiducia che in Sicilia, benché vi siano ancora ladroni e galeotti evasi, il brigantaggio potente e spaventevolmente efficace sia spento, e che viva soltanto nella storia e nel romanzo.

Eravamo arrivati alle miniere. Sembrava che tutto

il monte fosse seminato di biancastre bolle di pietra,

fra le quali spiccava qua e là come una macchia nereggiante 1’ entrata ad una miniera. Un leggiero odore di

zolfo si faceva più e più sentire, poiché il vento spingeva verso noi il fumo d’ un calcarone acceso. Intorno

alle colline di zolfo ed alle entrate delle miniere s’aggiravano figure seminude, uomini e ragazzi. Carichi

di pesanti pezzi uscivano dalle miniere, ansanti e bagnati di sudore, e gettavano sospirando in terra le pie-

tre e i cristalli scavati nel profondo terreno. Gli uomini, mettendo lo zolfo in fila e formandone grandi mucchi, preparavano in tal modo i calcaroni per accenderli. Il sole si rifletteva sulla bianca superficie, ed era così cocente, come da noi è solamente nei giorni canicolari, benché allora fossimo nel cuor dell’ inverno.

” Dobbiamo ora cambiare i vestiti,” ci avvertì il

direttore delle miniere, conducendoci in una piccola

capanna, che era e scrittoio e stanza da desinare, e

all’ occorrenza anche camera da dormire. Allora staccò

dal muro qualche giacchetta da operaio. ” Voglio mostrarle 1’ andamento delle nostre miniere dall’ asino alla zeta, e nelle miniere dove da prima ci arrampi-cheremo, fa molto caldo e c’ è molto sudiciume.” Il travestimento dei signori fu presto fatto ; ma quello delle signore che ci accompagnavano, durò un poco di più. Quando tutta la compagnia si fu raccolta davanti alla casa, fu un ridere senza fine : tanto eravamo buffi ;

gli uni in maniche di camicia e coi calzoni rovesciati,

le altre in sottana, con giacchettini colorati sulle spalle

e con in capo fazzoletti in colore. Gli orologi, gli anelli,

insomma tutti i gioielli d’oro e d’argento, li dovemmo

lasciare nella capanna, perchè il vapore dello zolfo fa

diventar nero, come si sa, ogni metallo. Così travestiti,

entrammo nella galleria, la quale ci condusse nell’ in-

terno delle miniere, a una profondità di parecchie centinaia di metri sotto la superficie della terra.

Quasi perpendicolarmente scendeva la nera galleria: una scala con alti gradini, e con accanto altri più piccoli, per rendere più facile il salire ai ragazzi, conduceva nell’ oscura profondità. Ciascuno di noi portava una piccola e incerta lucerna da minatori, e fra ogni due forestieri andava un operaio o un addetto alle mi- niere per aiutarci, per far mettere alle signore il piede

in sicuro, per rischiarare la volta e il terreno ineguale, per avvertirci delle pietre sporgenti, e per sostenere nei precipizii colui che veniva dietro a loro.

Dopo qualche passo, la luce che penetrava dal di fuori,

sparì, e le nostre lanterne sole coi loro lumi a olio,

fumanti e giallognoli, rischiaravano la volta di pietre.

Si vedevano da lontano nella profondità altri lumi, si-

mili a tante stelle rosse, che venivano lentamente verso

di noi, avvicinandosi sempre più. Erano le lanterne di

ragazzi, che carichi di pietre salivano, ansando, verso

l’ uscita della miniera, rassomiglianti a’ gnomi delle

novelle delle fate. Poveri ragazzi ! seminudi, con tutti

i muscoli tesi, grondanti di sudore, con le brune braccine incrociate dietro al tergo per sorreggere il peso

che portavano sul dorso : una schiera silenziosa, che

con passo uguale sfilava dinanzi a noi. Poveri ragazzi !

avanzi infelici della vecchia schiavitù. Quando verrà il

giorno, che porterà anche qui condizioni più umane, e

che le macchine faranno questo lavoro, troppo faticoso

per fanciulli ? ” Sì ! ” disse sospirando il direttore, ” ma

quando verrà questo giorno ? Negli altri paesi d’ Europa è molto difficile introdurre innovazioni; ma qui,

in questi paesi meridionali, è assai più difficile, dove

tutti coloro che hanno un interesse nelle condizioni attuali, congiurano contro un progresso che credono a sè

nocivo; dove i genitori stessi di questi ragazzi sarebbero i primi a prendere a coltellate o a sassate l’infelice che volesse accingersi a venire in soccorso dei

loro miseri figlioletti.” E aggiunse sentenziosamente:

” La miseria di quei fanciulli dà il pane ai loro ge-nitori ! ” Sentenza veramente dura e penosa.

Per lungo tempo seguitammo a scendere in questo modo : finalmente il piede potè riposarsi sopra un terreno piano. A destra e a sinistra si aprivano gallerie ;

lungo la via correva un tubo per condurre l’ acqua

sotterranea fuori della miniera. La caverna si allargava; si sentivano tonfi e duri colpi; eravamo arrivati

al luogo dove gli operai spaccavano la pietra. I nostri

conduttori ci fecero fermare, e il direttore, girando la

lanterna per i muri e per la volta, ci spiegò la natura del monte perforato e ci mostrò gli strati, l’uno

sopra l’altro, del gesso risplendente, del tufo nero e

del vulcanico zolfo giallo. Meravigliosamente scintilla-

vano i cristalli dorati sulla volta, riflettendo distinta-

mente il lume rosso delle nostre lanterne. Come contrasto

ad essi, si mostravano smorte e opache le pareti di zolfo

intorno a noi, che non ancora si erano cristallizzate,

e dalle quali gli operai con una pesante marra staccavano dei pezzi e dei pezzetti. Col torso nudo, nerboruti e di forte muscolatura, stavano là quegli operai, figure belle e imponenti d’ un vero tipo affricano. Era facile riconoscere fra essi due razze del tutto diverse : l’una, affine alla razza negra, più grossolana, più tarchiata e più bassa; l’altra, colla muscolatura più fine, olla testa e col profilo disegnati nobilmente, ricordava gli Arabi d’ Algeria e i Cabili.

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NELLE ZOLFATÀRE.

Simili a schiavi, i primi si presentavano a noi come

discendenti da una razza di schiavi, lavorando con

un’indolenza ereditaria; gli altri come discendenti d’una

razza dominatrice, forse i nipoti di una tribù orientale,

la quale venne come conquistatrice in questo paese,

stabilendosi in Acragas, quando la popolazione greca

fuggì davanti ai Punici, e che più tardi soccombendo a

un’ altra rivoluzione dello stato politico siciliano, fu

condannata insieme colle altre tribù degli schiavi a

una dura servitù.

Per parecchie ore il direttore ci accompagnò nelle

miniere e nelle gallerie più lontane, dove con polvere

e dinamite nuove gallerie furono forate nella pietra;

scale giù e su, un laberinto di gallerie e di caverne :

nè prima d’ allora ci fu possibile capire ciò che egli ci

aveva detto la mattina, cioè che nessuno, il quale fosse

stato ivi nascosto dai briganti, potrebbe esserne mai

liberato dai carabinieri. E di simili caverne, come egli

ci disse, sono perforati i monti da tutte le parti: talvolta s’incontrano gallerie molto profonde e abbandonate da lungo tempo ; si veggono avanzi antichissimi di

miniere, delle quali l’ entrate non si trovano più, e delle

quali nessuno in tutto il paese sapeva che esistessero.

La ricchezza dello zolfo, che, nonostante tutte le

escavazioni fin dai tempi più remoti, è sempre nascosto

in questi monti, è immensa. Ogni anno cresce la produzione, e non è verosimile che sia mai per diminuire.

Il nostro direttore seppe darci schiarimenti e notizie

esatte intorno a questa produzione, dicendo: ” L’ esportazione dello zolfo dalle parti meridionali della Sicilia,

cioè da Catania, Girgenti, Licata e Terranova, nell’anno 1853, diede 102,093,400 chilogrammi, e nel 1880 crebbe fino a 285,103,490. E quest’esportazione,” aggiunse, ” non rappresenta che la metà della vera produzione ; perchè, come le spiegherò meglio quando saremo ai calcaroni, il modo, col quale trasformiamo lo zolfo scavato dalla miniera in un prodotto mercantile, è così primitivo, che quasi la metà dello zolfo scavato vien consumata per fondere l’ altra metà ; quindi il cinquanta per cento della vera produzione va perduto.”

Lo seguimmo all’ imboccatura della miniera per

guardare da vicino il fondersi dello zolfo. Il salire sui

gradini alti era molto faticoso, e tutti con gioia salutammo il primo raggio di sole che penetrò nella nostra

oscurità sotterranea. Benché il sole fosse molto cocente,

pure uscendo dal caldo soffocante della caverna e venendo

all’ aria aperta, ci sembrò di tuffarci in un bagno fresco.

Parecchi calcaroni erano in preparazione; altri in

quel momento bruciavano, alcuni già erano vuotati :

così avemmo occasione di vedere tutto il procedimento,

dal principio sino alla fine. Le pietre dello zolfo, pro-

dotte dalle miniere, sono ammucchiate a una certa

altezza ; sul declivio del monte un imbuto rotondo viene

scavato, e cinto giù in fondo, dove è appuntato, da un

muro, nel quale è una piccola porta, e un tubo di ferro

con un rubinetto viene introdotto nella parte più pro-

fonda dell’ imbuto. Appena il muro ha fatto presa, P im-

buto è riempito con pietre di zolfo, cosicché una alta

e rotonda stiva di zolfo s’inalza sopra di esso. Quindi

la stiva vien accesa dalla porta dell’ imbuto, e si consuma lentamente bruciando. Poche ore dopo, comincia

a fumare, essendosi acceso lo zolfo, e così brucia per

giorni e per settimane. Laggiù nel profondo dell’ imbuto, si raccoglie lo zolfo liquefatto dal calore, e si versa lentamente, passando per il tubo, in cassette di

legno quadrate, di una certa grandezza e di una certa

capacità. In esse la pasta dello zolfo si condensa e s’ indura, dopo qualche giorno, in pezzi cubici, che poi vengono portati a schiena d’asino alla ferrovia, la quale li

spedisce a Porto Empedocle presso Girgenti, o a Catania,

dove rimangono in deposito, finché i vapori li trasportino in tutte le parti del mondo. ” Presentemente,” ci

disse il direttore delle miniere,  l’esportazione dello

zolfo è molto arenata, perchè la produzione supera

molto la richiesta; la concorrenza delle piriti americane

nuoce a questo commercio. Ma verranno tempi migliori.”

Con grande attenzione seguimmo le sue spiegazioni,

comprendendo quanto fossero giuste le sue lagnanze

sul metodo primitivo per fondere lo zolfo.

Colui che potesse inventare un nuovo procedimento,” gridò con entusiasmo, ” che potesse impedire che tante masse di zolfo si consumassero da sé stesse, colui sarebbe ben presto l’uomo il più ricco di tutta la Sicilia.”

Su una collina poco distante, e protetta contro i

vapori dello zolfo da un’alta roccia, il nostro gentile

amico aveva fatto preparare una refezione. La compa- gnia si adagiò sul declivio, dinanzi a uno dei più ma- gnifici prospetti : intorno a noi le catene dei monti della Sicilia ci offrivano una vista, che più bella, più ampia e più maestosa nessun altro luogo potrebbe offrirci. Immense rocce, che nella loro nudità appari-vano anche più gigantesche, valli profondamente solcate, cime e coni eccelsi fino al cielo, e su tutto il quadro dominava il Pizzo di Cammarata, un monte ripidissimo e spaccato dai fulmini, tutto agglomerato selvaggiamente, e simile a tante gigantesche onde del

mare, che ad un tratto si fossero pietrificate o cristallizzate, conservando la loro primiera forma. In nessuna

parte si vede un albero o un arbusto; in una lontananza azzurrognola qualche grigio mucchio di pietre ;

sono città e villaggi, dei quali ci furono detti i nomi:

Aragona con un castello principesco, nel quale un principe Abate con saggia esperienza del mondo conserva ancora i vecchi costumi del dominio feudale a favore

della popolazione; Caldare, dove la ferrovia si biforca

nelle direzioni di Girgenti e di Palermo. Laggiù, sull’orizzonte meridionale, s’ inalza un monte stranamente

disegnato, simile a un muro, nel quale per opera dell’ uomo fosse aperta una breccia. Sembra che alcune case

sorgano sul pendio, e per la breccia appare uno splendore, come se vedessimo il mare.

” Là è Girgenti,” mi disse il direttore delle miniere, “1’antica Acragas, coi suoi templi meravigliosi e colla sua grande storia, posta ora in oblio. E quella breccia, per la quale si vede il mare affricano, fu fatta, come la tradizione racconta, da Empedocle, il quale alla città infestata dalle febbri paludose volle condurre il purificante vento del settentrione, e per questo non te-mette di aprire un monte. Erano davvero della brava gente questi antichi Greci siciliani ! ”

” Della brava gente, ” gli risposi battendogli sulla spalla, ” ve ne è anche fra i giovani tedeschi in Sicilia, i quali forano i monti per cavarne lo zolfo….”

” E i quali forse, ” subito aggiunse, ” per mezzo

Dell’ invenzione de1 un nuovo metodo di fonderlo, condurranno un salubre vento settentrionale in questo vecchio paese paludoso! ”

” Voglia Iddio! ” risposi.

Quando il giorno dopo prendemmo congedo dall’ospitale casa di Grotte per dirigerci verso Girgenti e i suoi antichi templi, il nostro bravo compatriotta, sbalzato in questo deserto, ci strinse fortemente la mano. Già il treno si era mosso, quando egli, ricordandosi dei suoi esperimenti sullo zolfo, gridò dietro a me :

“Ma Empedocle…. io non lo dimenticherò! ” Presso Caldare, a poche miglia dalla costa meridionale siciliana, si congiungono le due linee ferroviarie, che partendo l’una da Palermo, l’altra da Catania, fanno capo a Girgenti, l’antico Agrigento ed al vicino Porto Empedocle, il solo porto alquanto considerevole di tutta la costa siciliana di contro all’Affrica. In questa antica metropoli ellenica, ora miseramente rimpiccolita, la temuta rivale di Siracusa, la patria di Empedocle, il quale non solamente come uomo di stato, ma anche come filosofo ebbe una grandezza tutta sua propria, in questa città il commercio fiorisce tuttavia un poco più clic nelle altre città greche del sud, come per esempio nei porti abbandonati di Terranova, di Licata, di Sciacca, che sor- gono sul luogo delle vecchie città di Gela, di Ecnomos e di Selinunte. Qualche stabilimento nel porto e un molo, per la cui costruzione si servirono delle colonne

e delle pietre dei templi distrutti, danno a Girgenti

una certa importanza, per cagion della quale la città

venne congiunta per la strada ferrata direttamente col

nord e coll’ est dell’ isola. Benché gli affari commerciali

e il movimento non siano stati, per questa ferrovia, con- dotti al più alto punto, il progresso per altro, al confronto delle condizioni di prima, è grandissimo, e il viaggiatore, il quale si ricorda come un tempo si viaggiasse

sull’asino, sopporta facilmente una fermata di qualche

ora in Caldare, prima della partenza del treno di Catania e fino all’ arrivo di quello di Palermo. Se alla fine i viaggiatori delle due linee si sono incontrati felicemente davanti alla povera stazione di Caldare, si pensa, però lentamente e sempre come sotto l’ influenza

del dolce « non far niente » meridionale, di spedirli

più innanzi verso Girgenti e Porto Empedocle; ma fra

il pensare e l’ eseguire passa sempre un’ altra mezza

oretta, e anche due. È un effetto della natura meridionale, che anche gli impiegati abbiano paura di af-

frettarsi e di stancarsi. Colà fa troppo caldo, lo scirocco

affievolisce i nervi e la volontà ; di modo che non si

può pretendere da questa gente quello stesso che noi

siamo abituati a pretendere in Germania.

Eravamo nel cuor della notte, quando, fermandosi

il treno in Caldare, dovemmo scendere. Una pioggia

fina di marzo cadeva lentamente. Dovemmo perciò rassegnarci, e cercare un ricovero in una specie di rimessa

di legno, la quale raccoglie sotto il suo tetto con poco

bella armonia la sala d’aspetto, il ristoratore, la cucina

e il quartiere dell’oste. Questa rimessa colle sue larghe finestre, sbattute dal vento e rischiarate da un

lume giallastro, aveva un aspetto campestre, e ricordava le istituzioni, le quali si trovano nei paesi mezzo

europei e mezzo orientali della Bulgaria, della Rumelia

e della Rumania. Sugli assiti ineguali e spaccati della

prima stanza, la quale forse una volta era sala d’aspetto,

si vedevano sparsi qua e là bauli, borse da viaggio, fagotti di mantelli e di coperte, e fra loro cani ringhiali;

negli angoli erano appoggiati parecchi fucili. Accanto

a questo disordine se ne stavano accoccolate alcune

figure incappucciate, con un aspetto sinistro, e rischiarate da uno smorto lume a petrolio sospeso al soffitto ;

di sotto il mantello turchino pendente sino a terra scintillavano occhi penetranti. I proprietarii di questi cappucci, di quei cani e fucili forse erano onesti cittadini

di un qualche paese siciliano, che tornavano dai loro

affari a Girgenti; ma una banda di briganti non avrebbe

potuto fare un’impressione più spaventosa. Una gran

tavola, che non lasciava posto alle pareti per mettervi

le seggiole, empiva la retrostanza, che per larghe aperture rotte nel muro era congiunta con un’altra oscura

stanza interna, dove era acceso un gran fuoco. La

fiamma, ora divampando chiaramente, ora rapidamente

smorzandosi, disegnava di tratto in tratto guizzi tremolanti di luce od ombre nere sul soffitto e sulle pareti.

Sedemmo intorno alla tavola, salutando gli altri viaggiatori che già v’ erano, con il solito ” Buon giorno,

signori! ” e chiamammo il cameriere. Venne invece una

cameriera, una donna alta e fatticcia, col viso abbronzato, coi capelli arruffati e svolazzanti, con un naso

aquilino, e con quelle profonde rughe accanto alle narici,

che sono i segni d’un aspro combattimento della vita,

e anche d’un indomito desiderio di sfrenati godimenti:

una figura, insomma, che corrispondeva così bene cogli

uomini incappucciati nella sala d’ aspetto, come il coperchio con la pentola, e nella quale ciascuno avrebbe

subito riconosciuto tutte le qualità d’una romanzesca

brigantessa. Ma come restammo stupefatti, quando sentimmo che un viaggiatore, arrivato prima di noi, indirizzò le seguenti parole in tedesco, accentuato leggermente colla pronunzia austriaca o bavarese, alla

bruna figlia del sud : “ Beppina, portatemi lo stesso vino

che l’altra volta ! ” E ancora più restammo stupefatti,

quando lei, chiamata in questo modo, rispose correntemente in tedesco, e quando, prendendo parte alla conversazione, scoprimmo che in quell’angolo dell’isola un

buon numero dei nostri compatriotti si erano trovati

insieme, viaggiatori e passeggeri e altri residenti già da

lungo tempo in questo paese. ” Non passa giorno,” ci

disse sorridendo allegramente la Beppina, ” che non capiti qui qualche nostro compatriotto. Dacché la ferrovia

da Palermo a Catania è stata aperta, sembra che anche i Tedeschi abbiano preso gusto alla Sicilia.” Lei stessa era stata sbalzata in questo luogo post tot discrimina rerum, e dopo errori, simili a quelli di Ulisse, nell’ Oriente e sulle coste del Mediterraneo, e teneva col

suo marito, un buon diavolo di siciliano, benché avesse

un aspetto un po’ sinistro sotto il suo cappuccio, questo

piccolo ristoratore, nel quale la cucina italiana e tedesca

facevano tra loro uno strano miscuglio.

Naturalmente il discorso cadde di nuovo sui briganti, trovandoci noi proprio sul loro più famoso terreno, fra Racalmuto, Grotte e Girgenti, e avendo sentito ultimamente dai giornali, che in quei dintorni un ricco proprietario era stato ricattato da una banda.

La Beppina scoppiò in una risata, quando le domandammo se aveva paura, e se in quel paese si poteva viaggiare sicuramente. “Nè a voi nè a me,” disse “questa gente non fa nulla: vent’anni addietro, le cose stavano altrimenti; ma ora siete qui sicuri come a casa vostra. Dei ladri ve no sono da per tutto ; e perchè non ve ne dovrebbero essere anche in Sicilia? Anche nel Thiergarten di Berlino succede talvolta che la gente viene aggredita e depredata. Il ladroneccio qui ha un carattere speciale: i briganti prendono di mira un signore, conosciuto in tutto il paese come ricco, lo sorprendono, lo trascinano in una caverna (e delle caverne ve ne sono mai tante in questo paese, che Dio

ne sia benedetto!), e lo ricattano. Ma agli sconosciuti,

ai forestieri, alla povera gente non accade mai nulla,

eccetto che se uno di questi non si sia per caso attirato sul capo la loro inimicizia personale; e ciò accade

più spesso che altrove, fra questo popolo di sangue caldo,

pronto alla violenza, specialmente quando si tratta di

donne e di gelosia. Sì, sì,” aggiunse scherzevolmente

minacciando col dito, ” la questione delle ragazze è pericolosa in questo paese, e anche dal più pacifico di

questi incappucciati, col fucile e con lo sguardo sinistro, dei quali voi avete a torto tanta paura, dovete riguardarvi nelle faccende dell’ amore e della gelosia.

Ma a ciò deve ognuno pensar da sè stesso, e non c’ è

poi bisogno di cercare simili pericoli.” — ” Ma come

mai,” chiesi, ” tutti i viaggiatori in questo paese sono

armati sino ai denti ?” — ” Così è il costume; ” rispose

il mio vicino, un proprietario tedesco di miniere: “è un

avanzo dei tempi passati, nei quali solo il diritto del

più forte si faceva valere, e nei quali il Siciliano era

costretto ad aiutarsi da sè stesso contro i briganti e

talvolta anche contro il governo. I tempi sono passati,

ma i vecchi costumi non spariscono così presto come

le loro cagioni. Il portare armi è anche oggi un segno

che un uomo vuol farsi stimare. Questa gente porta seco

il fucile, come fanno i beduini nell’ Affrica del nord,

dei quali sono un poco parenti alla lontana. E noi, noi

forestieri, residenti qui da parecchie diecine d’ anni,

portiamo le armi come la gente del paese, più per cagion di rispetto che di difesa.” E detto questo, si aprì

sorridendo il soprabito, e ci fece ammirare un’ elegante

rivoltella, tenuta a cintola, sulla quale la fiamma vacillante del camino disegnava dei guizzi rossi. E quando i viaggiatori si alzarono per salire sul treno, che lenamente s’avvicinava, non vi fu alcuno che non prendesse da un cantone la sua carabina, e che, salutando di nuovo gentilmente la Beppina dalla finestra del vagone, non mettesse la sua arme luccicante fra i ginocchi, con l’atto d’ una fiera bravata, come se vivessimo ancora nei vecchi tempi, dei quali i nostri compagni di viaggio avevano fatta menzione.

Il treno scendendo rapidamente ci condusse in quella notte oscurissima verso la costa, e dopo un quarto d’ora arrivammo alla stazione di Girgenti. La città è su una

ripida altura : si vedevano molte finestre rischiarate,

simili a tante stelle rosse, nelle mura che s’inalzano

sugli scogli davanti a noi ; le nuvole si erano diradate,

e sull’ orizzonte si affacciava il pallido chiarore della

luna sorgente. La nostra carrozza saliva il monte per

una strada ineguale, incassata e spesso sudicia. Una

larga breccia si apre lassù nella roccia singolarmente

spaccata, di dove soffia la tramontana : ” Empedocle

c’introduce in Agrigento,” mi disse il mio compagno, additandomi la gola, per la quale la strada saliva serpeggiando. ” Quella è la fenditura che l’uomo

di stato e filosofo agrigentino fece aprire nel monte,

perchè la tramontana radendo il terreno paludoso dirimpetto al monte, portasse salute, disperdendo i vapori miasmatici. ” Agrigento nei primi tempi della sua grandezza fu infestata spesso da pestilenze e da febbri, come sono anche oggi molte città siciliane, circondate da terreni paludosi. In Siracusa, per esempio, non si deve visitare, durante l’estate, la valle di Ciane; su un lungo tratto della strada ferrata, che conduce da Catania a Castrogiovanni e a Caltanissetta, è molto pericoloso dormire colla finestra aperta nelle ore calde del mezzogiorno : anche nell’ inverno la malaria sorprende l’ incauto che non dà retta agli avvertimenti

della gente del paese, e già molti sono rimasti vittime

della loro imprudenza. Il solo rimedio contro questi vapori miasmatici è il fresco vento del nord, che li spinge

verso il mare. E per questo Empedocle, che non fu

solamente un grande uomo di stato e un filosofo, ma

anche un valente naturalista e medico, aprì per la valle della città di Girgenti, la cui democrazia egli dominava col suo ingegno potente, quest’apertura nella

catena di scogli che circonda la città dalla parte di

settentrione, e le è come di un alto riparo. La tramontana soffiando per questa gola sopra le parti basse della

città, sopra i templi, le paludi e il porto, spinge i vapori e la febbre verso l’alto mare.

Eravamo arrivati in cima, e la tramontana fischiando

e rumoreggiando sboccava per la gola di Empedocle.

Gli alberi piantati, parecchi anni or sono, davanti al

palazzo della prefettura, attestavano coi loro rami for-

temente agitati il benefizio di quest’ apertura. Di qui

prendemmo per lunghe, angolose e oscure strade, passando dinanzi ad alti palazzi con terrazzini sporgenti,

per piazze e piazzette ineguali, giù e su, fino all’ albergo, nel quale speravamo di trovare alloggio. Un

cameriere mezzo addormentato ci ricevette, riparando

colla mano il lume vacillante, e ci condusse per lunghi

corridoi e per stanze a volta, che nell’ oscurità ci sembravano senza fine; poi giù per una stretta scala, come

se scendessimo in cantina. Non era però una cantina

dove finalmente arrivammo, ma un primo piano, nel quale

(cosa meravigliosa!) dovemmo scendere. Un fatto simile

avevo già notato in un albergo napoletano, situato sulla

costa, dove l’entrata dalla parte della strada si trova

allo stesso livello del piano superiore della casa, appoggiata a un ripido declivio, e dove si viene dal terzo

piano nel secondo e nel primo, e quindi al pianterreno,

sempre scendendo invece di salire. Quando il cameriere

assonnato aprì le finestre e le persiane delle nostre

stanze, ci si scoprì un ampio panorama, inondato dal

chiarore argenteo della luna, coperto d’alberi e di arbusti ondeggianti, solcato da profonde valli, e in mezzo a

loro alti viadotti e grandi ville con mura risplendenti :

in lontananza sorgevano dall’ oscuro fogliame degli ulivi

colonnati biancastri e luccicanti in un pallido chiarore

rossastro, e per gli spacchi delle facciate degli antichi

templi traspariva il mare africano che stendevasi lungi :

erano i campi dell’ antica Agrigento; che si aprivano

ai nostri sguardi.

Questa città ellenica, un giorno così potente, oggi

ci apparisce nelle sue rovine come un’ altra Siracusa ;

ma dinanzi ad essa non proviamo la stessa profonda

commozione, che dinanzi a quella città, perchè la storia

di Acragas non ci si presenta nella stessa pura grandezza, che la storia di Siracusa ; e la Sibari siciliana

non soccombette, così immeritatamente, al proprio fato,

come la sua sorella. Con grave cordoglio, e senza che

nulla disturbi la nostra compassione verso l’ infelice metropoli siracusana, volgiamo lo sguardo sulle deserte

rovine, che, molti secoli or sono, avevano nome di Acradina, di Tiche, di Neapoli e di Epipoli ; dove sorgeva

l’Olimpione, e dove i superbi castelli di Gelone, di Gerone e di Dionisio inalzavano le loro torri merlate. Restiamo commossi davanti al terribile fato, che gli antichi Dei imposero a quella repubblica, la più grande fra le mediterranee, e invano cerchiamo la ragione della

tremenda caduta, e la ignota colpa che potè provocare così dura condanna. Ma in Acragas intendiamo la

giustizia dell’eterno fato ; e se anche le rovine dei templi

agrigentini, che circondano il mesto quadro della città

distrutta, destano meraviglia per la loro pompa e grandezza, non sentiamo però, in mezzo ad esse, quella

simpatia quasi affettuosa e quella profonda compassione

che ci assalgono in mezzo alle rovine dell’ infelice Siracusa. Questa città ellenica, effeminata, lussuriosa e

dedita ad ogni voluttà, meritò di precipitare: i suoi

cittadini, obliosi delle virtù virili dei loro antenati, non

trovarono neanche nell’ ultima e disperata ora il coraggio di morire combattendo colla spada in mano pei loro

Lari e per le loro famiglie; ma piangendo e urlando

fuggirono insieme fuori delle porte, senza dar ascolto

ai lamenti degli ammalati e dei vecchi che abbandonarono, e senza difesa dettero in preda ai barbari vincitori i loro templi ed altari. Anche i nomi dei tiranni

agrigentini hanno un suono più crudele, che quelli dei

tiranni siracusani. Benché le vecchie tradizioni raccontino cose terribili di Dionisio e della sua straordinaria

violenza, si cercherebbe però invano, nella storia siracusana, come in quella di tutta 1’ antichità, un nome,

che sonasse così spaventevole come quello del tiranno

agrigentino Falari ; nè mai un’ ombra così nera e tetra

si stese sopra una città, come quella che ricopre per

tutte l’ età il recinto del tempio, dove Falari rinchiuse i suoi nemici prigionieri nel rovente ventre di un toro di bronzo, dilettandosi degli urli di quei miseri, che bruciavano lentamente. Il culto di Moloc fu portato in Europa per la via di Acragas, ed ivi la crudeltà punica fece le sue prime prove. Così incancellabile è l’onta di questa città, che neppure i nomi del savio, giusto e prudente Terone e del potente, benché un poco fantastico, filosofo e politico Empedocle, valgono a mitigare la infamia del nome di Acragas e di Falari. La storia di Falari ce la insegnano nella scuola ; ma Terone viene appena accennato, per lo più da

qualche storico speciale. Ermocrate, anch’egli uomo di

stato non mediocre, è quasi sconosciuto, e della storia

del grande Empedocle si ritiene solo ciò che inventarono i suoi nemici per renderlo ridicolo, cioè la favola

insulsa, che egli, bramoso di essere adorato come un

dio, si gettasse nell’ Etna e che il vulcano eruttasse

i suoi sandali di ferro.

Così disgraziatamente anche le cose importanti della

storia d’uno Stato soggiacciono alla maledizione del de-

stino che grava su di lui. Per tal modo anche Empedocle,

per il quale, se fosse nato in Atene o in Siracusa, il

mondo forse non avrebbe lodi e ammirazione che bastassero, sempre resta nella penombra d’ un ingegnoso

ciarlatano mezzo pazzo; e Ferdinando Gregorovius nei

suoi famosi Wanderjahre in ltalien (Anni di viaggi

in Italia) ha espresso in poche parole 1’ opinione comune, mettendo il nome del filosofo accanto a quello

di Cagliostro, e paragonando questo scroccone, screditato dal famoso processo della collana, col pensatore, che

Dante, estimandone giustamente il valore, saluta nell’Inferno fra Talete e Zenone, e lo mette nello stesso ordine che Socrate, Platone, Anassagora, Seneca, e il

maestro di tutti i filosofi, Aristotele.

Essendo anche l’individuo colpito dal destino storico del suo popolo, le figure di Terone e di Empedocle

rimangono nell’oscurità, perchè erano figli di Acragas,

della città di Falari, ignominiosa e codarda. Mentre

Siracusa, mossa da un gran pensiero politico, tende

a dare all’alleanza delle città elleniche una ferma costituzione contro i Punici, nemici ereditarii, Acragas

ci dà il vero aspetto della politica dei partiti, e di

quell’ angusto e geloso spirito delle colonie greche, che,

invidioso del vicino, si compiace di serbare, nei tempi

Che innanzi agli altri piu presso gli stanno :

Democrito, che ’l mondo a caso pone,

Diogenes, Anassagora e Tale,

Empodoclcs, Eraclito o Zenone….

per quello difficili, una neutralità egoistica, sperando

di poter ritrarre dall’indebolimento dei combattenti un

vantaggio per il suo stato, ma accelerando invece la

caduta ignominiosa di esso. Alla storia di questa città,

durante i combattimenti decisivi fra Atene, Cartagine

e la Sicilia, possiamo applicare il giudizio, così grande

nell’ espressione come nel concetto, che Dante pronunziò contro coloro

che non furon ribelli,

Nè far fedeli a Dio, ma per sè foro,

e dei quali Virgilio dice al suo alunno:

Fama di loro il mondo esser non lassa;

Misericordia e Giustizia gli sdegna:

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa!

( Inferno , III, 49 e seg.)

Davvero ! guardare e passare : non merita di più la

storia ingloriosa di Àcragas.

Acragas fu fondata nel 582 avanti Cristo da una colonia greca, venuta dalla vicina Gela, 108 anni cioè

dopo la fondazione di quest’ ultima città, la quale ebbe

tanta parte allo sviluppo delle colonie elleniche in

Sicilia, e della quale il tiranno Gelone dette la prima

mano anche alla grandezza della metropoli siracusana. Si

racconta che un’ antica città sicula sorgeva già prima

sul terreno di Acragas ; ma del tempo anteriore al1’ epoca ellenica non sappiamo quasi nulla, e non prima

della colonizzazione ellenica Acragas, come tutta la Sicilia, entra nella storia.

È un tratto significante della storia di Acragas, che

presto e violentemente la tirannide vi si stabilisse. Fa-

lari, a ragione diffamato, si fece tiranno del giovane

Comune, usurpando, coll’ aiuto di schiere di operai,

il dominio assoluto : la qual cosa ci fa vedere un’ ana-

logia fra l’antichità orientale e il medio evo cristiano.

Gli architetti, colle migliaia di operai, si presentano

come una forza nello stato, come una società fermamente collegata e severamente organizzata. Come i

« muratori » del tempio di Salomone, e come più tardi i

« muratori » dei grandi duomi gotici, così troviamo an-

che in Acragas i numerosi operai, occupati nella costruzione delle fabbriche pubbliche, organizzati come un

esercito, obbedienti al loro maestro, e formando uno

stato nello stato. A Falari, che era il primo capomaestro

agrigentino ed aveva disegnato di farsi tiranno della

città, fu facile eseguire questo disegno, armando i suoi

reggimenti di operai. Fu quello uu colpo di stato nel

vero senso della parola : la città era fondata appena da

nove anni, quando Falari scagliò i suoi operai contro i

cittadini impotenti, facendo tra loro una terribile strage

e dichiarandosi tiranno di Acragas.

La tirannide di Falari fu veramente una tirannide

nel senso che ora diamo a questa parola, diverso, come

tutti sanno, da quello che ebbe appresso i Greci. La

sua crudeltà divenne proverbiale, e specialmente, benché non solamente, per il toro di bronzo, usato da lui

come strumento di tortura. Questa macchina fu inventata ed eseguita dall’ ateniese Perdio. Per uno spor-ello aperto in uno dei fianchi del toro erano messi

nel vuoto ventre uomini e bestie, e per un fuoco acceso sotto i miseri venivano adagio adagio carbonizzati. Con una sottile crudeltà era stato posto nella

testa del toro un apparato acustico, per il quale risonavano fuori i lamenti dei torturati, simili ai muggiti

d’un toro. Falari, dopo averlo acquistato dall’Ateniese,

volle farne sull’ artefice la prima prova. Questo toro

viene presentato nella storia di Acragas come un simbolo spaventevole della prima tirannide siciliana, e

adombra, come uno spauracchio, anche la storia posteriore della città. Falari stesso fu bruciato nel ventre del toro, dopo essere stato rovesciato da Telemaco.

Più tardi i Cartaginesi, dopo la presa della città, condussero il toro, come un singolare trofeo, sulla costa

affricana ; e quando Scipione sottomise Cartagine, il

toro fu ricondotto dalla città punica in Acragas. Come

e dove andasse a finire, non lo sappiamo; ma rimane

sempre sulla soglia della storia agrigentina come un

indizio che il culto di Moloc minacciò un giorno di

estendersi anche in Europa.

Ai dotti dell’antichità il mettere in chiaro quanto

della storia di questo toro di bronzo si debba attribuire alla sola crudeltà di Falari, e quanto al culto

degli idoli fenicii, non ignoti allora nella Sicilia. Sicuramente il toro di Acragas ebbe una certa relazione

col fenicio o punico culto di Moloc. Si racconta che

Falari sacrificasse specialmente bambini e forestieri

nel toro rovente; e dall’altra parte si sa che l’idolo

di Moloc aveva la testa d’ un toro, e che nei paesi,

dove il suo culto fioriva, il sacrifizio di bambini e di

forestieri era creduto singolarmente accetto al dio. In

Cartagine pure erano parecchi di questi idoli di Moloc

anche al tempo della distruzione della città per opera

dei Romani, e può darsi benissimo che il toro, il quale

Scipione riportò in Acragas, non fosse proprio il toro

di Falari. Molto è stato scritto su questo argomento ;

ond’ io, senza farla da giudice, mi ristringo a riferire

le impressioni, che le rovine della vecchia città ellenica, rischiarate dal pallido lume della luna, produssero

nell’ animo del semplice viaggiatore.

Queste impressioni, congiunte coi racconti storici

sulla città stessa, come sul tiranno Falari, si presentano a primo aspetto in un modo molto sfavorevole :

per altro anche qui si trovano alcuni tratti, che mitigano queste prime impressioni e ci fanno timidamente

domandare, se la storia sia stata in tutto veritiera,

o se anche qui, come in altri casi, un pregiudizio o

l’ odio inveterato dei partiti, o la calunnia premeditata

non abbiano dettato quei racconti. Sebbene, nel caso

di Acragas e di Falari, si dovrebbe supporre un si-

stema di calunnie preparato con istraordinaria destrezza

e molto aiutato dagli avvenimenti: però certi fatti, che

vengono narrati di Falari e della popolazione di Acragas, non debbono esser passati sotto silenzio.

Di Falari si racconta un tratto di magnanima generosità, che difficilmente si accorda colla crudeltà sua,

e ce lo dipinge tutt’ altro da quello che conosciamo

per la storia del toro di bronzo. Forse questo fatto

dette materia a Schiller per la sua ballata :  La Cauzione. Essendo stata scoperta una congiura, uno dei

congiurati venne imprigionato : e avendo ricusato di

denunziare i compagni, fu tratto a morte. Un suo amico

corse dal tiranno, e accusandosi per l’ autore della con-

giura, implorò la liberazione di lui. Falari fece grazia

a tutt’ e due. Forse fu solo un momentaneo capriccio

di generosità, che può avere una volta anche 1’ uomo

più crudele ; ma ciò nonostante, questo tratto getta un

raggio di luce sul carattere del tiranno, e rischiara

anche le oscure ombre che ce lo mostrano così nero.

Come uomo di stato, Falari dette prova di alcune qualità non ordinarie: gli riuscì colla forza e colla astuzia

di sottomettere a sè una gran parte dell’isola. Il do-

minio agrigentino si stese, verso l’ovest, fino al Leontium, fra Siracusa e Catania; verso il nord, fin sotto

le porte d’ Imera. Se Imera stessa non soccombette, gli

Imeresi lo devono al poeta Stesicoro, il quale raccontò

loro 1’ apologo del cavallo, che, per aver vendetta del

cervo, permise all’ uomo di montargli in groppa ; e così,

benché il cervo fosse preso, divenne soggetto all’ uomo.

Per tal modo il poeta impedì loro di permettere che

Falari ponesse una guarnigione nella loro città.

Dopo la caduta di Falari e dopo la dominazione di

alcuni mediocri successori, Terone usurpò la tirannide,

e quasi con lo stesso modo che il fondatore di essa,

cioè coll’aiuto degli operai occupati nella costruzione

di edifizii pubblici. Terone fu tutto l’opposto di Falari,

nobilitandosi per la sua clemenza e giustizia. Amico

del prode tiranno siracusano Gelone, e doppiamente

cognato di lui, fece valere anche in Acragas i medesimi principii di stato, che Gelone introdusse in Sira-

cusa, c si adoprò per cancellare la memoria dei tempi

sanguinosi del suo predecessore Falari. Sembra che sotto

Terone la grande politica greco-siciliana, che manifestandosi primieramente in Siracusa aveva per fine

principale di combattere il nemico ereditario punico,

cominciasse a prender piede anche in Acragas. In conseguenza delle inimicizie fra i due tiranni di Imera

e di Regione, Tessillo e Anassilo da una parte, e dal-

l’altra le case principesche di Acragas e Siracusa, scoppiò la prima guerra contro Cartagine. Le due città

elleniche, situate a settentrione dell’ isola, Imera e Regione, chiamarono in aiuto i Punici contro i loro compatrioti. Presso Imera, la quale aveva in quel mezzo

cacciato il suo tiranno e si era alleata con Siracusa,

fu combattuta nel 480 la battaglia decisiva fra i Greci

della parte meridionale dell’isola e il potente esercito

di Amilcare, che ascendeva a 300,000 guerrieri. Il

capitano siracusano riportò vittoria, e tutto 1’ esercito

cartaginese fu disperso.

Un gran numero di prigionieri cadde, come preda

di guerra, nelle mani degli Agrigentini, e furono di-

visi fra lo Stato e i privati cittadini. La storia racconta che un cinquecento di loro furono consegnati a

un solo padrone. Terone seppe accortamente valersi dell’ opera di tanti schiavi per l’ accrescimento e la gloria

della città, facendo inalzare grandissimi edifizii pubblici, costruire acquedotti, scavare latomie, dalle quali

si estraeva il prezioso materiale per gli editizii, ed erigere templi, castelli e palazzi. Le latomie agrigentine

non sono rinomate quanto le siracusane; ma a torto,

perchè non sono nè meno ampie, nè meno meravigliose,

colla sola differenza che le latomie siracusane per forza

di terremoti furono scoperchiate, e ora, rivestite d’una

magnifica flora, stanno aperte davanti ai nostri occhi,

mentre in Acragas la pietra più ferma, e forse anche

il modo più saggio di scavarle, salvarono i « Feaci »

(così furono chiamate le latomie agrigentine dal nome

del loro costruttore Feace) dalla rovina. Sopra queste

latomie, fatte a guisa di gallerie con lontane diramazioni, sorge la presente città di Girgenti. Gli scavi,

congiunti da strette gallerie, si stendono fin nell’ interno del monte e fino al suolo della valle, la quale

conduce alle mura della città, e ai templi che le fanno

corona. Per le aperture, che sboccavano in questa valle,

e che ora sono ripiene di mucchi di sassi, gli schiavi

punici portavano fuori le pietre, colle quali Terone fece

erigere i templi, le cui rovine aneli’ oggi ammiriamo.

Da quei giorni di vittoria e di entusiasmo incomincia la grandezza di Acragas ; ma di lì comincia

anche la mollezza dei costumi, la quale suole per lo

più tener dietro alla ricchezza troppo presto acquistata,

e che per la storia seguente di questa città vediamo

straordinariamente accresciuta. Già sotto Terone poco

mancò che Acragas, dimentica – dei doveri comuni degli

Stati greco-siciliani, non entrasse in guerra con Siracusa, venendo anche questa volta dal nord, da Imera,

il primo impulso d’ una guerra fraterna. E molto significante per i costumi di quei tempi e per l’autorità

che i poeti e i filosofi avevano sui tiranni, che la pace

fosse fatta per opera del poeta Simonide, amico a

questi due principi. E non il solo Simonide, ma anche

e meglio il celebre poeta lirico della Grecia, Pindaro,

intreccia il nome e la memoria di Terone nella corona

di quella pura e splendida gloria, di cui i poeti soli

sanno cingere i re e gli eroi, e che nei tempi antichi fu

creduta il più insigne premio dei fatti egregii. Se nella

storia, in parte dimenticata, di Acragas il nome di Terone splende di più viva luce, si deve principalmente

alle odi del sommo poeta ellenico, il quale celebra con

entusiasmo Terone vincitore nei giuochi olimpici:

Ospite giusto e degno,

D 1 Agrigento sostegno,

Signor d’invitte genti,

E onor di generosi avi possenti.

Del sacro fiume in riva,

Poiché i lunghi domaro anni del duolo,

Ei sede avean giuliva,

E furon gli astri del trinacrio suolo !

Il poeta predice che dopo la morte il suo spirito

sarebbe inalzato dagli Dei immortali sopra degli altri

« perchè in lui la virtù era congiunta colla ricchezza ; »

e finisce esclamando:

Orsù, tendiamo al segno

L’arco, o mio cor: ma dove i dardi accolti

Drizza l’amico ingegno?

0 nobile Agrigento, a te son volti.

Odi ’l mio giuro intanto :

Più liberal, più santo

Non crebbe di Terone,

Nel volger di cent’anni, altro campione.

Queste parole richiamano involontariamente la me-moria di Talari, che ebbe anche egli molti meriti verso

la grandezza di Acragas, « ricca di cavalli, » ma che

non potè essere celebrato come « ospite giusto e degno, » perchè anzi offrì i forestieri in sacrificio al suo

idolo. L’elogio di Pindaro intorno alla clemenza, alla

generosità e all’umanità di Terone suona come un inno

al progresso e alla vittoria d’uno spirito più umano

.sopra la vecchia barbarie fenicia, che col suo rovente

idolo del toro ricorda un terribile passato.

Colla morte di Terone avvenuta nel 473 sparisce

dalla storia agrigentina l’unico uomo, che, accanto a

Empedocle, meritasse veramente tutta la venerazione

dei discendenti. Col figlio Trasideo tornarono per Acragas i tempi di Falari. Egli già come governatore d’Imera

aveva eccitato, per la crudeltà sua, gli Imeresi contro

di sè, cagionando un’ aperta rivolta contro la tirannide

del padre. Non diverso fu in Acragas il suo governo,

e provandosi a distogliere i commossi animi dei cittadini

dalle cose interne mediante una guerra contro Siracusa,

ebbe una terribile sconfitta proprio sotto le mura della

sua città. In conseguenza di che scoppiarono rivolte in

Iraera e in Acragas ; il tiranno dovette prestamente

fuggire a Megara, dove fu preso e tratto a morte.

Il popolo agrigentino, in questo tempo non ancora

interamente dato al lusso e all’ effeminatezza, tolse via

col tiranno anche tutto il sistema della tirannide, dandosi una costituzione democratica. Ma non stette molto

che lo Stato, avendo solamente il nome della democrazia, cadde sotto l’ autorità di un solo, voglio dire d’ Empedocle, il quale con la straordinaria virtù dell’ ingegno

e più con T esteriore apparenza conciliantegli molto

favore adulava in un modo speciale l’ ingegno greco e

siciliano. Di Empedocle, di questo filosofo e politico

quasi favoloso, cinto dell’aureola d’ un mito olimpico,

si potrebbe dire che nessuno riesce ad intendere pienamente il carattere, senza conoscer bene la Sicilia,

lo spirito, i costumi e le idee dei Siciliani. In un altro

paese Empedocle, col suo aspetto di ierofante, rap-

presenterebbe qualche cosa di affine alla pazzia de-

miurgica. Ma chi conosce a fondo il carattere siciliano

vede in lui il tipo d’ un pensatore, di un poeta e di

un politico, quale stava dinanzi agli occhi degli Elleni,

già misti cogli antichi Siculi, sotto a quel cielo ar-

dente e in mezzo a quella natura vulcanica. Quest’uomo

straordinario ha del mago egiziano e del profeta; apparisce in quel mondo, simile a un dio, coperto di un

mantello di porpora, e cinto d’ una corona di lauro

dorato, non dubitando mai della sua divinità, fidando

nel suo ingegno e nella dignità sua, e persuadendo anche gli altri a crederci. Un’ aureola circonda la sua

testa; la popolazione venera in lui il medico esperto,

il prudente e astuto politico, il poeta sublime e il filosofo familiare degli Dei. La sua vita è spesso favolosa,

e la sua morte diviene una leggenda. Dall’Egitto, dalle

scuole ieratiche sotto le piramidi, portò seco la cogni-

zione dell’universo, del cielo e della terra. Il carattere

teatrale e avventuroso, che si palesa nei suoi fatti, nei

pensieri e nei discorsi, e anche nelle intraprese sociali,

come, ad esempio, in quella di forare un monte, è una

veste che torna bene alla persona di questo Siciliano

di costumi orientali. La sua sapienza filosofica non

vien oscurata, ma anzi compiuta, dalle arti mistagogiche;

e perciò il popolo tiene per cosa vera la sua morte favolosa, cioè il disparire subitaneo dal consorzio umano,

dopo che ebbe risuscitato un morto e offerto co’ suoi

amici e discepoli un sacrificio di ringraziamento agli

Dei. Egli erasi allontanato dalla compagnia dei suoi

seguaci in una notte chiara e stellata, quando si udì

una voce che lo chiamava a nome ; uno splendore, simile a quello di tante fiaccole, balenò nella notte: da

quel momento Empedocle non fu più veduto, e i suoi

seguaci raccontarono davanti al popolo radunato, come

il maestro fosse stato trasportato dagli Dei su nel cielo,

e divenuto egli stesso un dio. Più tardi la favola della

sua morte nell’Etna fu divulgata forse dai suoi nemici

invidiosi, i quali, per iscemarne la divinità, aggiungevano che il vulcano avesse rigettato fuori sull’orlo

del cratere uno dei suoi sandali di ferro. Per il popolo

greco-siciliano egli rimase sempre un profeta, e il fatto

che il tiglio di Acragas fosse stimato nel suo proprio

paese come profeta, ci dimostra che tutto il suo essere

corrispose pienamente al carattere e alle idee di questo

popolo, rappresentando l’ intima e popolare indole del

proprio paese.

Degli scritti di Empedocle sono rimasti pochi fram-

menti. Gli antichi l’hanno paragonato a Omero, ad

Esiodo, ad Eschilo, a Pindaro ; e Lucrezio nel suo poema

didattico gl’ inalza un monumento eterno.

Dopo aver letto nei frammenti le sue dottrine sul

mondo, sulla trasmigrazione delle anime e sulla divinità, si capisce la grande considerazione, in che fu

tenuto da tutti gli uomini insigni dell’antichità. Un

alto e nobile animo si manifesta in quei versi, conce-piti con fuoco tutto pindarico, penetrando con grande

forza immaginativa fino nei più profondi segreti dell’universo, del nascere, del vivere, del perire e del

risorgere. Della divinità così canta, opponendosi vivamente alle idee mitologiche degli antichi tempi, nei seguenti versi:

Nè questo o quello, nè quell’ altro è Dio ;

A noi cogli occhi non è mai concesso

Di poterlo veder, nè collo mani

Di poterlo trattar : chè della mente

Esser suole la via grande e comune,

Per cui persuasion entra nell’uomo.

Iddio non è di mortai capo ornato,

Che su membri s’ estolle. A lui sul dorso

Non spiegansi i due rami. Egli non have

Ginocchia, che al cammin ci fa veloci ;

Egli piedi non ha, nè quelle parti

Che vergogna e lanugine ricopre.

È mente sol, è sacra mente Iddio,

Ch’esprimer non si può da nostra lingua:

E in un istaute tutta la natura

Col veloce pensier ricerca e scorre.

(Traduzione  di Domenico Scinà.)

Al Dio, che governa, ordina e compenetra tutto

p universo, sono subordinate, secondo la dottrina di Em-

pedocle, « le divinità simili agli uomini, » le anime

cioè di coloro, che nel lungo combattimento della vita

e delle trasmigrazioni che seguono la vita mondana,

furono buone, sincere e valenti.

I vati infine ed i cantor degl’ inni,

I medici, ed i forti capitani,

Che de’ terrestri uomini son guida,

Ivi rinascon Dii, d’onor prestanti.

Nella stessa magione, a mensa stessa

Stanno cogli altri Dii, d’ ogni vicenda,

D’ ogni umano dolor fatti già privi.

Con le stesse idee filosofiche Pindaro aveva cantato

del buono e savio e generoso Terone:

Pel calle alfin di Giove

Quelli sen vanno di Saturno al regno,

Che cari al mondo e al cielo

Tre volte il mortai velo

Cambiar con modi arcani,

Nè tra la frode profanar le mani.

Sul beato confine

Odi intorno spirar soavemente

L’aurette oceanine;

Vedi spuntar dorato il fior nascente

Dall’ amorosa sponda,

Dall’ arboscel, dall’ onda ;

E chi sen fa monili,

E chi ne intreccia al crin serti gentili.

Insoinma, i versi di Empedocle e di Pindaro con-

feriscono moltissimo a far intendere veramente le dot-

trine teogoniche e filosofiche di quei tempi.

Empedocle, esponendo nella città di Falari e del

culto di Moloc le dottrine del monoteismo e della spiritualità di Dio, della trasmigrazione dell’ anima e della

purgazione dell’uomo progressiva fin al suo entrare in

una comunità di beati, ideata quasi in modo cristiano,

s’inalza ai nostri occhi in una pura e straordinaria

grandezza; e l’attitudine teatrale che prese, corrispondendo al gusto del suo tempo e alla qualità del suo

ingegno greco-siciliano, perde ogni importanza appena

vien da noi conosciuto po’ suoi frammenti. Perciò rifiutiamo incisamente l’ opinione di coloro che da qual-

ch’ esteriorità di nessun conto conchiudono che quest’ uomo potente fosse un ciarlatano, mettendolo alla

pari di Cagliostro. La sua figura s’ inalza maestosa sopra tutto il mondo siciliano di quel tempo, e non è da

maravigliare, se dopo la morte fu da’ suoi seguaci venerato come uno spirito accolto fra le divinità, e se

Lucrezio dice di lui, essere incerto se nascesse di umana

semenza.

Anche Acragas è circondata da Empedocle di una

gloria, della quale ha pur troppo bisogno, se è vero

che la gloria d’ uno Stato non consiste nella ricchezza,

nel lusso e nelle mollezze dei cittadini.

Sotto Terone gli Agrigentini avevano incominciata

la edificazione dei loro templi, che in una magnifica e

non interrotta fila coronavano le lunghe mura di cinta,

dirimpetto al mare. In quel tempo la città doveva

presentare a tutti coloro che entravano in porto tale

aspetto, quale nessun’ altra città nè in Sicilia nè in

Grecia. Dietro le basse colline della spiaggia, dove i

due fiumi, che circondano Acragas, si riuniscono, chiude

un’ alta cinta di pietre le diverse parti della città.

Su questa cinta merlata sorgevano i templi, come se

la custodia della città dovesse essere affidata special-

mente agli Dei. Un altro tempio s’ inalzava più su.

Sulla cinta, a destra, e sull’ acropoli erano il castello

dei tiranni e i templi di Giove e di Minerva : tutto in-

sieme un quadro perfetto e armonioso. La città stessa

coi suoi innumerevoli palazzi e case copriva gli ampii

declivii, che sono fra la cinta e l’acropoli, ascendendo

prima dolcemente, quindi più e più ripidamente : è

lo stesso terreno, ora coperto da grandi uliveti e vigneti e da verdi campi, dove sono sparse qua e là piccole e biancastre casette, che il mio sguardo abbracciò dalla finestra dell’albergo. Acragas deve essere stata davvero una magnifica città, e immensa la ricchezza ivi accumulata.

Dai racconti degli antichi scrittori possiamo farci

un’ idea esatta delle condizioni di quei tempi. Ci vien,

per esempio, narrato che un certo Esseneto di Acragas,

dopo essere stato coronato vincitore nei giuochi olimpici, ritornando nella sua città, si fece accompagnare

da 300 carri, tirato ciascuno da due cavalli bianchi.

Un altro cittadino, Gellia, per celebrare sfarzosamente

le nozze della figlia, ordinò un corteo di 800 carri, dette

un pranzo festivo e sontuoso a tutta la popolazione, che

in quel tempo era di 300,000 cittadini, e se a questi

si aggiungevano gli schiavi e gli abitanti dei dintorni,

ascendeva a 800,000, e fece a proprie spese una illuminazione di tutta la città : le fiamme delle grandi

cataste di legna, accumulate sugli altari, sui tetti delle

case e sulle piazze, s’ inalzarono nello stesso momento

ad un segnale dato dall’ acropoli. Un’altra Cassandra

forse avrebbe veduto in quelle fiamme un cattivo augurio, profetizzando l’incendio, onde i Cartaginesi, poche

diecine d’anni dopo, distrussero la città. Questo racconto spiega in qualche modo la passione, che aneli’ oggi

i Siciliani hanno per le luminàrie e pei fuochi artificiali.

Gli Agrigentini osservarono in modo principesco le leggi

dell’ospitalità, la quale, come è noto, fu avuta dai Greci

per una delle più nobili virtù. La lode, che Pindaro ne

dà a Perone, ce lo dimostra. Di quello stesso Gellia

raccontano, che a ogni porta della città avesse posto un

servo, al solo fine di condurre tutti i forestieri nella

sua casa. In uno stesso giorno dette albergo e vitto a

500 cavalieri, arrivati nella città. Nella sua cantina,

scavata nello scoglio, erano 300 botti contenenti 300,000

anfore, e in quelle botti il vino fu versato da un immenso tino contenente 1000 anfore. Con ragione l’Holin

osserva che in una città, della quale i cittadini facevano tanto caso di cantine ben fornite, la sobrietà non

poteva essere molto in onore, e non è forse esagerato il

severo giudizio che Empedocle pronunzia sopra Acragas,

dicendo : « Gli Agrigentini costruiscono edifizii come se

volessero vivere eternamente, e mangiano come se vo-

lessero morire domani ! »

Lo Stato stesso contribuì dal canto suo a procurare

ai cittadini tutte le comodità d’ una vita sfarzosa. Fece,

ad esempio, una vasca (della quale aneli’ oggi si vogliono

riconoscere gli avanzi) della circonferenza di 7 stadii,

e con una profondità di 20 canne, e la popolò dei più

fini e più delicati pesci. La ricchezza della città si parve

anche nei monumenti e nelle statue innumerevoli, che

decoravano non solamente le pubbliche piazze ma anche

le case private : le statue e i monumenti disgraziata-mente perirono, durante la devastazione punica e il proconsolato romano. Uno dei più bei quadri di Zeusi, una

Alcmena, che V artista stesso giudicò d’ inestimabile

prezzo, era appesa in un tempio agrigentino: per un

altro quadro, una Giunone Lacinia, furon date a modelli le quattro più belle ragazze di Acragas. Del raffinamento della cultura fanno prova aneli’ oggi le monete

e le medaglie agrigentine, incise molto accuratamente,

e i vasi, gli ornamenti e i gioielli d’oro e d’argento,

che di tempo in tempo vengono disseppelliti dalle rovine. Pindaro chiama la città « P occhio della Sicilia : »

e fu infatti degna di questo nome, se si pregiano più

la ricchezza e il lusso, che le virtù di cittadino e di

uomo. Degli Agrigentini si potrebbe dire quello stesso

che il Gregorovius dice dei Napoletani d’ oggi : « Questo

popolo, nell’ intimo esser suo, manca di qualità politi-

che e serie, e d’ ogni passione virile, senza le quali i

fatti storici non sono possibili. » Perciò Acragas, malgrado il suo lusso e malgrado anche un Terone e un

Empedocle, non può avere nella storia della Sicilia che

un posto molto secondario, restando su quel limite

dove la grande storia incomincia.

Nella guerra fra Siracusa e Atene, dal cui esito di-

pese tutta la sorte degli Stati greco-siciliani, Acragas

rimase neutrale. Quando più tardi i Cartaginesi, approdando alla costa settentrionale, distrussero Imera e assediarono Selinunte ; quando i Selinuntini, alleati e della

stessa origine degli Agrigentini, sempre li chiamarono

in aiuto, questi, aspettando prima di muoversi coll’esercito verso la costa occidentale l’arrivo delle truppe

ausiliari siracusane, trovarono già distrutta la città di

Selinunte, quando finalmente vi giunsero. La forza punica si diresse quindi contro Acragas stessa. La città

fu assediata; i capitani, benché potessero sconfiggere

il nemico già indebolito dalla guerra contro gli alleati, non condussero in campo le loro schiere. Di questo

tempo è il decreto così significante per le condizioni

militari di Acragas, che proibisce ai cittadini, atti alle

armi, di portar seco, facendo la guardia, più d’ una materassa, una coperta e due guanciali. Neanche la disperazione potè spronare questi abitanti effeminati a fatti

eroici. Senza combattere, fuggono fuori della città; e

così precipitosa è la loro fuga codarda, da abbandonare

i vecchi e gli ammalati nella città, da non salvare i loro

templi, non distruggerli di propria mano, a fine di preservarli dalla profanazione delle orde puniche. Nella notte, e in gran disordine, fuggono sui monti vicini, di dove

lamentandosi e piangendo osservano, come il nemico,

ebbro della vittoria, saccheggia i loro palazzi e distrugge

i loro templi. La preda dei Cartaginesi è immensa ; ma

non si contentano di essa. Incendiano la città, atterrano

gli edifizii sacri, in parte non ancora terminati, e fanno

in pezzi i quadri e le statue : una distruzione, come i

Cartaginesi soli sapevano fare !

Da questa terribile rovina Acragas non potè rialzarsi

mai più, benché la città fosse ricostruita. Nelle guerre

puniche, tenendo la parte di Cartagine, fu presa dai Romani, e di nuovo un vincitore imperversò crudelmente

sulla città. Tutto ciò che fu risparmiato da Amilcare,

venne distrutto dai Romani. Anche il nome fu tolto al-

l’ infelice città, che di Acragas divenne Agrigento. E come

se il fato avesse voluto pienamente sfogare la sua ira

contro la città di Falari, la romana Agrigento cadde

nell’ 828 in potere dei Saraceni, che vi si stabilirono,

trasferendovi una nuova popolazione e soffocando sotto il

semitismo gli ultimi rampolli dell’ antica razza ellenica.

Oggi Girgenti si stende innanzi ai nostri sguardi,

simile a un grande e deserto camposanto. Il pallido

lume della luna tremola sulle rovine dei templi ; lievemente il vento della notte sussurra fra le stoppie dei

campi; e in quel sussurro par di sentire i sospiri e i

lamenti sommessi d’un popolo disperso e dimenticato.

Due comode carrozze a due cavalli ci aspettavano,

cariche di provvisioni, di ombrelli da sole e di coperte,

per esser preparati a tutti i casi. Girgenti erasi ap-

pena destata, quando l’ allegra compagnia si avviò agli

antichi templi di Acragas. Nelle anguste strade della

nuova parte della città si vedevano ancora sdraiate

delle figure con un aspetto sinistro : erano i discendenti dei Punici e dei Saraceni. Alcune vecchie velate

andavano da una casa all’altra; asini e capre ingombravano la strada; le bestie, i ragazzi e i venditori gridando la loro merce, tutti insieme facevano un casadeldiavolo. I Girgentani coll’ aspetto di banditi, colla testa mezzo nascosta nel cappuccio, immobili e con le mani dietro alla schiena, ci guardavano al nostro passare. E infatti, non c’era bisogno del cielo meridionale e del mare affricano, che splendeva fra le strade strette e sopra le terrazze e i casini, per ricordarci che al di là dell’ estremo orizzonte comincia

il « continente oscuro, » che la più vicina città nell’ opposta riva del mare si chiamò un giorno Cartagine,

e che lì eravamo sul terreno punico e saraceno. An- dammo di buon trotto per il parco moderno della Prefettura, passando lungo l’apertura fatta nel monte

da Empedocle, e lungo il ripido e deserto scoglio, sul

quale sorgevano un giorno l’acropoli e il tempio di

Minerva, mentre oggi non vi cresce che l’ erbaccia fra

le pietre e i sassi sparsi qua e là. Davanti al nostro

sguardo si apre un ampio spettacolo: a destra, su in

alto, la città di Girgenti, angolosa, colle sue case ammonticchiate l’una sopra l’altra, molto rimpiccolita, nerastra e sudicia, ma conservando sempre quelle maravigliose linee e forme, che danno un’ attrattiva speciale alle città e ai paesi meridionali, e che s’imprimono

con forza non solo negli occhi ma anche nella mente.

Il monte scende ripido fino a questo basso terreno, che

si stende fra colline e colline, e fino a quella grande

muraglia di pietre, che traversa il quadro ; il cielo azzurro risplende attraverso i colonnati e le file dei templi, rilucendo fra gli oliveti. Al di sopra dei templi e del-

l’ immensa cinta di pietra, il nostro occhio spazia sul

terreno paludoso, dove tra le colline, che si ristringono

verso il mare, si riuniscono i due fiumicelli che circondano Girgenti.

Come su una carta geografica, giace davanti a noi

il triangolo che, circondato da monti pittoreschi, colia

sua larga base sulla scogliera, nella quale è l’apertura

di Empedocle, e col vertice diretto al mare, incornicia

l’antica città greca e il suo porto con un cinto for-

mato dalla natura. Sopra alla foce del fiume ricolma

di rena, sopra alle ultime catene di colline e sempre

più in alto sopra le cime dentate del monte alla nostra destra, si scorge, o meglio s’indovina, in un’argentea lontananza, la sottile linea del mare, che sembra inalzarsi davanti allo sguardo e confondersi e sparire nell’ azzurro del cielo.

Quanti capolavori dell’arte ellenica saranno ancora nascosti in questo suolo ! ” disse il mio compagno di viaggio, un Messinese venuto con me da Grotte, additandomi i vasti campi.  Qui era la città, qui sorgevano i palazzi, e lungo la strada ella potrà riconoscere ancora i muri delle case sepolte e dei castelli distrutti.

Più alto d’un metro è lo strato dei frantumi, che da

mille anni si è accumulato sopra le rovine. Quando

verrà un altro Schliemann per disotterrare questi tesori ?” E subito, volgendosi a me, aggiunse : “ Bisognerebbe però che fosse un Italiano, o piuttosto un Siciliano, e una ventina di anni or sono avrei detto : meglio ancora un Agrigentino; perchè fino a quel tempo, in tutte le cose, il grido comune era « Fuori gli stranieri, » e la idea dello straniero era così esclusiva, che un Siracusano o un Palermitano non era avuto da un Agrigentino per un suo compatriotto. Dal tempo greco e dal medio evo questo misero odio fra le città si trasmise sino alla nostra generazione, e la mania di liti-

garsi era più grande, per esempio, fra un Messinese e

un Catanese, che fra un Siciliano e un Fiorentino o un

Napoletano. Ma le cose sono molto migliorate in questi

ultimi tempi. La unità politica italiana ha svegliato il

sentimento della coerenza con le altre parti d’Italia,

non solamente nelle classi più colte dei Siciliani, ma

anche in tutto il popolo. Dinanzi a questo sentimento

sparisce a mano a mano l’ antica rivalità fra le regioni,

le provincie e le città. Delle tendenze all’ autonomia

oggi non è rimasto che il sentimento molto naturale

ed anche molto onorevole, che il popolo siciliano, non

meno di qualsivoglia altro popolo, è capace di far valere da sè stesso nel suo paese i proprii interessi.

Alla Casa di Savoia si deve il merito di aver prodotto

questa non piccola mutazione.

Il governo anch’oggi si studia di tener conto di

questo sentimento, specialmente nella scienza e nell’esplorazione dell’ antichità. Vi sono Siciliani, come,

per esempio, un Cavallari, un Salinas ed altri, che dirigono i nuovi e importanti lavori.

Sempre più scendendo, la strada si stende lungo

1’ orlo della scogliera, tutta caverne e sparsa di ville

solitarie, fra uliveti e campi d’orzo, e fra le rovine

di antiche mura. Sembra quasi impossibile di non arrivare più presto alla fine della via, poiché l’aria è

così trasparente e chiara, che di lassù ci pare quasi di

toccar con mano i templi, mentre ci accorgiamo che

siamo ancora molto lontani. A sinistra il monte s’ ab-

bassa quasi a piombo ; dalla roccia precipitevole ve-

diamo nella profonda valle il letto quasi asciutto del

fiume di San Biagio, dell’antico Acragas, che dette il

nome alla città. Una cappella di stile normanno, con

ampii archi sopra la porta, e nascosta nell’ ombra di

pini, ci si mostra a destra. Un’estesa pianura ci separa

ancora dalla cinta di pietre: ” Qui giaceva l’ Agora,”

ci disse il nostro compagno. ” Di là, per la grande

apertura rotta nel muro, sboccava la grande strada

che per la Porta Aurea, fra i templi di Ercole e di

Giove, conduceva fino alle parti della città che circondavano il porto. Qui il popolo s’ adunava; qui i

tesori c i prodotti, portati dalle navi nella città, erano

accumulati ; di qui partivano gli Agrigentini che vo- levano assistere ai giuochi olimpici; per questa porta

ritornavano, coronati di lauro, nella patria ; e per essa

anche i Romani, ebbri della vittoria, invasero la città

punica. ” Voltando rapidamente la cantonata a sinistra,

la strada ci conduce, per una lenta salita, in alto,

lungo l’interno riparo. Eccoci arrivati davanti ai templi!

Colui, che nella Grecia stessa ha visto i templi nella

loro splendente e nivea veste di marmo, qui proverà

alla prima giunta, benché fuggitivo, un sentimento di

disingann .L’aspetto dei templi agrigentini non può

rivaleggiare con l’ aspetto che il Partenone ateniese

presenta nella sua unica bellezza. Lo splendore trasparente e caldo delle colonne di marmo, colorite dalla

patina rossastra dei secoli, manca alla smorta pietra

siciliana, e anche l’ azzurro del cielo riluce più fortemente nell’ Eliade, attraverso i vuoti intercolonnii. Tro-vandomi la prima volta sulle rovine di Girgenti, nel

mio pensiero si risvegliò un quadro, che, anni or sono,

là nel mare Egeo mi si era presentato, pieno di in-

comparabile bellezza. Venendo da Smirne e attraversando le Cicladi, il nostro battello si dirigeva verso la

costa greca : il sole risplendeva fulgidamente nel mare

ceruleo ; sull’ orizzonte s’inalzava un promontorio vestito di una verde foresta, e sempre più distinte ci apparivano le linee della costa ellenica. A un tratto, sul

fondo oscuro, vedemmo rilucere davanti ai nostri oc-

chi le bianche colonne di marmo d’un antico tempio,

che sorgeva dimenticato e solitario in mezzo ad oleastri ;

e a tal vista mi parve che il grazioso e bello e lieto

mondo degli Dei dell’ Olimpo si presentasse avanti al

mio sguardo sulla soglia del paese classico, inviandomi

i più caldi saluti del suo passato, felice e ricco di miti.

Ed ora, superando il promontorio di Sunio, ci avvicinammo al tempio venerato e al sacro bosco, nel quale

sorgeva. Quivi non si vedeva anima viva, nessun viaggiatore che riposasse sulle gradinate di marmo, nessun

pastore che pascolasse le sue capre sulle rovine dell’antica magnificenza ; ma una quiete profonda regnava

tutt’ all’ intorno : solamente un fresco venticello di mare

aleggiava per il bosco di olivi cenerognoli, sussurrando

dei sogni e delle favole svanite degli antichi dèi ed eroi.

Fui oltremodo commosso all’ aspetto di questo tempio di

Pallade Sunia, e mai più, dopo quel giorno, ebbi a pro-

vare un’ impressione così gradevole e insieme così potente; nè fra le grandiose rovine dei templi di Pesto,

nè sui luoghi storici di Roma, neppure qui davanti alla

fila dei templi di Acragas, un giorno così superbi, e

anch’ oggi così maestosi, ma anche così vuoti e freddi

al confronto dei colonnati di marmo nella Grecia. Di

nuovo provai che l’impressione, prodotta su noi dalla

natura e dalle opere degli uomini, non dipende dal solo

aspetto esteriore : la storia, le reminiscenze, le tradizioni,

che quelle risvegliano in noi, aleggiano simili ad un vento

che spiri incessantemente sui morti avanzi del passato,

e ci lasciamo, senza accorgercene, in preda a diversi

sentimenti destati dalla diversa atmosfera che circonda

le ruine di Atene, di Roma, di Pesto e di Acragas :

le voci di Pericle, di Platone, di Socrate, di Sofocle e

d’ Omero risonano al nostro orecchio dai peristilii del

Partenone ; ma i templi distrutti di Girgenti non ci racontano altro che di Falari e della razza effeminata e

molle, che non seppe difendere neppure i suoi simulacri.

Le colonne di questi templi hanno la pesante forma

dorica, terminando colla loro fina scannellatura in un

capitello semplice e severo. Questa architettura classica,

colla sua armonia quieta e quasi naturale, corrisponde

alla forma dei monti, alla tinta del cielo, del suolo e del

mare. Il nostro sguardo non si sazia di ammirare queste proporzioni semplici e belle, che ci riempiono l’anima

di un intimo piacere e di una piena soddisfazione.

Tutto è naturale, niente è cercato ; tutto è severo,

ma al tempo stesso grazioso ; niente che ci disturbi

nella quieta contemplazione. I due templi alla fine della

parte orientale delle mura, che senza ragione vengono qualificati come i simulacri di Giunone Lucina e

della Concordia, sono sopravvissuti, per un miracolo,

alle tempeste, alle quali Acragas e Agrigento dovettero soccombere, mentre i templi di Ercole, di Giove,

di Castore e Polluce, e di Vulcano, sorgenti nella stessa

fila, ma più verso la parte occidentale, oggi non sono

altro, che masse informi di rovine. Uno dei nostri

amici, anche egli un Tedesco, ma da lunghi anni dimorante in Messina, che, come ci disse con una certa giovialità, ha preso alcune delle qualità comuni a un cierone di mestiere, si offerse di far da guida alla nostra piccola comitiva : ci mostrò le sedici colonne ancora in piedi del tempio di Giunone, i segni dell’ incendio sui

vecchi pezzi di marmo crollati e sparsi qua e là sul suolo, le gradinate e la cella.  In ogni guida, ” aggiunse ridendo, ” potete leggere, che questo tempio fu un perìpteros hexastylos, espressione, la quale, benché preferita tra gli archeologi, è una parola vuota di senso per i profani. Le solite guide in uso non mancheranno di volgere la vostra attenzione sulle sbocconcellature alla parte del sud-est delle colonne, le quali, come raccontano, lo scirocco, questo paziente colpevole, a cui attribuiscono ogni possibile danno, ha fatto nella dura pietra. Diciamo piuttosto, che il vero colpevole fu il dente del tempo : così la metafora sarà non meno pungente e allo stesso tempo non meno giusta.’’

Le sedici colonne del tempio di Giunone s’ inalzano,

sostenendo ancora l’ architrave, in uno dei lati lunghi

del tempio, e subito sopra l’abisso ripido e profondo,

che voltandosi ivi dall’est verso il sud, circonda il re-

cinto della città e dei templi. Immensi lastroni, tronchi

di colonne, capitelli e cornicioni di pietra giacciono confusamente sul suolo, o sono appoggiati al muro. Non i

Cartaginesi soli furono i distruttori su questa scogliera;

in tale distruzione si vede 1’ opera più potente delle

forze elementari vulcaniche e del terribile spaccarsi

della crosta del suolo, che con una violenta scossa

squassò le fondamenta di questi edifizii monumentali,

gettò giù i superbi frontoni, che si spezzarono sul fondo

della valle.

Per i rami sottili degli olivi ci saluta da vicino un

altro tempio, e ci porge un aspetto meraviglioso. Non

rovinato, non contaminato dall’ alito sepolcrale della

distruzione, s’ inalza ancora bello ed intatto il tempio

della Concordia, rassomigliante al tempio di Teseo in

Atene o alla « Maison earrée » in Ntmes. I capitelli

dorici sostengono ancora il loro architrave, e sopra di

essi si veggono appena screpolati i cornicioni di pietra

del frontone, che vanno salendo soavemente dai canti

sopra le metope e i triplici in cima. Come nel Partenone,

così anche qui si può salire per due strette scale, che si

trovano negli angoli, e ammirare di su, dal fregio della

parte posteriore, l’ interno di quell’ antico edilizio. Se

questo tempio è così bene conservato, lo deve al cristianesimo; poiché fu consacrato ad uno di quei santi

speciali e, secondo le nostre idee, singolari, che nei paesi

meridionali sono i patroni d’ una città, d’ un paese,

d’ un quartiere o d’ una strada, cioè a san Gregorio

delle Rape : alcuni muri nell’ antica cella furono cambiati ; le statue degli Dei antichi furono sostituite dalle

immagini dei Santi : ecco la trasmutazione. Colui che,

viaggiando o abitando nell’ Italia meridionale, si è ora-

mai assuefatto al culto dei Santi o della Madonna, ed

ha capito come esso si sia formato, non criticherà il

cambiamento d’ un tempio greco in un santuario con-

sacrato a san Gregorio delle Rape, come una cosa non

naturale o assurda, e neppure come una incongruenza

o una profanazione ; perchè le idee che questo popolo

ha di Dio e del cielo, sono scaturite dall’ antico culto

degli Dei greci, ed hanno con esso una stretta affinità.

Si potrebbe quasi credere che solamente i nomi e le

forme esteriori si fossero cambiate, e che lo spirito

che oggi domina nelle chiese siciliane, sia quello stesso

che migliaia di anni or sono dominava nei templi

greci, decorati di dipinti e di statue mitologiche. Come

un’ opera classica, condotta da mano maestra, e allo

stesso tempo come un grazioso balocco destinato alla

figlia del gigante della favola, ci sorride il tempio

della Concordia. Una sola cosa ci disturba, ed è, che

questo tempio non sia isolato, e che il disordine delle

rovine degli edifizii vicini noccia all’ effetto della sua

bellezza, la quale, benché si mostri in proporzioni più

piccole, è così ben conservata.

In mucchi disordinati gli avanzi dei templi di Ercole e di Giove sono sparsi sul terreno. Un solo tronco

di colonna s’inalza fra le pietre, ma imponente nella

sua grandezza solitaria. A primo aspetto non scorgiamo

che monti di rottami, di gradinate rotte, l’una sopra

l’altra, di capitelli e di tronchi di colonne, nelle quali

l’ occhio invano tenta di scoprire la pianta d’ un tempio. Ma adagio adagio e sempre più distintamente troviamo in quel caos di pietre sparse un qualche ordine ;

sembra che una certa regola domini nella distruzione;

sicché, come su una pianta, la nostra fantasia ricostruisce gli edifizii distrutti. Si direbbe che tutte le colonne

massicce cedessero per la stessa scossa regolarmente

da una parte, poiché i loro fusti giacciono 1’ uno accanto all’altro, mentre la parte superiore e i capitelli

furono dalla forza della scossa sparsi qua e là ; cosicché la scarpa del muro di cinta e la fossa, riempita di frantumi, offrono il più terribile quadro di distruzione. ” Non dagli uomini furono demoliti questi templi!” disse uno di noi: “tremando qui la terra in un’ora fatale, molti secoli or sono, bastò un solo momento a stendere al suolo questi editizii magnifici.” —

” No ! ” rispose un altro additando le basi delle colonne

spezzate : ” le colonne, sparse qui sul suolo, dopo essere

state assottigliate verso la base, furono tagliate con

sega o con altro istrumento tagliente, e poi rovesciate,

comesi può vedere aneli’ oggi benissimo. Così presero

la forma d’un cono appuntato, e quasi con certezza si

può dire il modo della loro distruzione. I Punici, dopo

aver rovesciato i tetti e i fregi, e trascinato via le sta-

tue e i tesori, misero intorno ai capitelli grosse funi, e

scassinarono le basi delle colonne con martelli e scalpelli, finché il vuoto edilìzio con poca fatica e con una

sola forte scossa potesse essere schiantato dai sostegni

divenuti deboli, e rovesciato al di sopra della cinta giù

nel profondo. Non furono le forze della natura, che appuntarono così regolarmente le colonne : in questa distruzione, fatta con una certa regola, si riconosce l’acuto

artiglio dei maestri nel distruggere, l’artiglio della tigre

punica.” — Chi di questi due avrà ragione V Nessuno

potrebbe dirlo. Rimaniamo come inorriditi, osservando

pensierosi questo luogo, e l’orrore non vien mitigato

da quella soave malinconia, che ci prende tanto spesso

in mezzo alle rovine dei paesi settentrionali, e che

non si prova sotto il cielo meridionale, e in mezzo a un’atmosfera caldissima, che desta in noi più forti commozioni. Un’ira intensa bolle nei nostri cuori, e fremendo volgiamo lo sguardo, al di là del mare, verso

la regione, dove giaceva l’antica Cartagine, come se

una scintilla di quell’ira, che avvampò l’animo dei Greci

e dei Romani contro il mondo punico, si risvegliasse

in noi, e come se ci ricordassimo della segreta affinità

ideale che ci unisce ai Romani e ai Greci nelle loro

guerre secolari contro la distruggitrice Cartagine. Se

il desiderio di vendicai – la morte di Corradino vive an-

cora nel cuore dei Tedeschi (secondo che dice il poeta),

come, all’aspetto delle rovine di Girgenti, l’antico odio

dei popoli civili contro la razza punica non dovrebbe

ridestarsi nell’animo nostro?

Questi templi erano ornati delle più preziose opere

d’arte: in quello di Ercole si trovò l’Alcmena di Zeusi,

in quello di Giunone la statua della dea dello stesso

artefice: nel frontone di quest’ edilìzio erano rappresentati il combattimento dei giganti cogli dèi, e la guerra

sotto le mura di Troia. Nella cella del tempio di Giove

il tetto pesante era sostenuto da grandiose figure di

Atlanti con la nuca inclinata e colle braccia incrociate

sopra la testa. Che cosa è stato di tutti questi capola-

vori? Dove andarono gli stupendi dipinti di Zeusi? dove

le sculture dei frontoni? dove gli Atlanti giganteschi?

Uno solo di questi potè esser rimesso insieme coi suoi

frantumi ; ed ora giace in mezzo all’ atrio del tempio

di Giove, riconoscibile anche da lontano per le vaste

forme del suo corpo. Ma se ci avviciniamo, allora vedesi come sia orribilmente mutilato. Alcuni imprudenti

viaggiatori hanno inciso col coltello nella sua fronte una

figuraccia, e così sformato, simile a un ciclope accecato,

il gigante è steso al suolo. I giganti e gli eroi troiani,

come pure il compagno di questo Atlante, ebbero forse

una sorte anche più trista; perchè, come si racconta, per

la costruzione del molo nel vicino porto di Empedocle

si servivano delle pietre dei templi distrutti; e forse

oggi i polipi e i gamberi di mare s’arrampicano sulle

statue di Achille e di Ettore. E della sorte dell’Alcmena

e della Giunone di Zelisi….

” Non gridate contro i soli Punici ! ” ci disse il nostro amico siciliano-tedesco, quando minacciando mostrammo i pugni verso il luogo dell’antica Cartagine.

” Se anche cominciarono la distruzione, vi furono altri

che la compirono. Nel tempio di Ercole fu eretta ai

tempi romani la statua di bronzo del dio, che Verre

tentò di rubare nottetempo. Se questa statua era tuttavia dentro al tempio, è segno che il tempio non era

distrutto. E non è molto, che l’Olimpion coi suoi giganti era sempre in piedi, almeno in gran parte; non

prima del 1401 gli ultimi resti crollarono. Gli Atlanti

non furono ignoti ai Girgentini, perchè sul loro modello

composero lo stemma della città rappresentante due

giganti e una gigantessa. Lasciamo ai Punici l’onta

che si meritano, la quale non è piccola per il loro nome;

ma non li carichiamo, senza prove e solamente per congetture e talvolta anche a dispetto della storia, dello

infamie, dovute ai Romani, ai Saraceni od anche ai

Siciliani stessi, cioè all’ ignoranza, ai pregiudizii e alla

negligenza di questi verso le antiche rovine.” — ” Sa-raceni o Punici, è la stessa cosa ! ” interruppe l’ altro,

che poco prima ci aveva spiegato la distruzione del tempio di Ercole.  Dall’Affrica vennero tutte quest’ orde

distruggitrici !” — ” Ma chi potrebbe dire esattamente,”

soggiunse il secondo, ” quando e dove tale distruzione

avvenisse? E questo un enigma storico. Chi lo sa? di-

cono gli Italiani stringendosi nelle spalle. Lasciamo agli

scienziati e al nostro compatriotta Holm, il quale in

Palermo e in Napoli fa tant’ onore alla scienza e all’industria tedesca, di chiarire questo come tanti altri punti.

Noi profani dobbiamo contentarci dell’ impressione generale, che l’aspetto di queste rovine e la memoria del

passato producono in noi, e di raccogliere con amore

e con entusiasmo i potenti sentimenti, che siffatta impressione desta nel nostro cuore.” — ” Bravissimo ! ”

rispose il primo che volle parlare 1* ultimo, come il

vecchio Catone col suo Délenda Ccirthago; ” bravissimo !

ma però dopo la nostra refezione beverò il primo bic-

chiere di moscato siracusano con un « pereat. ! » 1 detto

proprio di cuore, per i Saraceni e i Punici.

Era già il mezzogiorno. Avevamo esaminato lentamente e diligentemente i templi, le mura, i sepolcri,

che si trovano nella vecchia cerchia della città, le gallerie e le caverne sotterranee, piene tuttavia di sepolcri,

le quali anticamente erano forse destinate per segrete

uscite. Mentre i mi A compagni, prese le provvisioni

dalla carrozza, le portavano a traverso un campo di

rape, che ricordava san Gregorio delle Rape, alle pittoresche rovine del tempio di Castore e Polluce, guardai di nuovo gl’ immensi frantumi dell’ ultimo dei grandi

templi, dell’Olimpion, del « Tempio dei Giganti, » come

lo chiamano i Siciliani, dall’Atlante che vi giace di-

steso. E veramente è un edifizio da giganti, le cui rovine coprono il suolo. Come le ossa imbiancate dal sole

un gigante caduto da molti secoli nel fiero combattimento, giacciono sparsi qua e là questi lastroni, questi

gravi capitelli, questi tronchi di colonne piene di scannellature così larghe da entrarvi un uomo. Intorno ai capitelli dorici s’arrampicano, quasi accennando la futura ricchezza dello stile corintio, le foglie dell’acanto

graziosamente smerlate, quali piegate in giù, e quali alzate. Le palme e gli aloe lussureggiano fra gli spezzati

pilastri; sulla testa e sulle braccia dell’Atlante, le quali

sembrano portare ancora l’antico peso, strisciano via

scintillanti lucertole. Dalla valle, dal piede della cerchia si ode il tintinnio dei campanelli d’ un paio di

muli, che si fermano davanti alla solitaria locanda, al-

l’uscita della « Porta aurea » di Acragas. In una striscia

d’ombra, dinanzi al casino, seggono alcuni paesani, col

lungo fucile ad armacollo, col cappuccio in testa, be-

vendo, fumando, chiacchierando e guardando disotto in

su con occhi maravigliati il forestiero, che tutto solo

monta sui vecchi ammassi di pietre. Che cosa cercherà

e troverà lassù ? pensano forse quei figli della Sicilia,

stringendosi fra di loro l’occhio, come se volessero dire:

Ciascuno ha i suoi capricci: però questi forestieri, così

innamorati delle pietre, portano dei bravi quattrini nel

paese ; e i coralli, che rechiamo qui da Porto Empedocle, non sarebbero pagati così bene, se costoro non

venissero da noi. E quei buoni paesani affabilmente

sorridendo mi salutano, gridando, secondo un loro antico costume: ” Benedica, signorino ! ” come se io fossi

un prete e potessi dar la benedizione. Ed io gentilmente ringraziando, rispondo : ” Buon giorno e buon

viaggio,” ricordandomi dei tempi passati, quando i

sacerdoti olimpici passeggiavano sotto questi edifizii,

quando la schiera dei navigatori di Acragas si accalcava sotto la « Porta aurea, » quando le sentinelle coll’elmo greco custodivano le entrate e le uscite, e i servi

dei ricchi patrizii ricevevano i forestieri. Certo anche i

navigatori salutavano in quel tempo, come oggi, coloro,

che passeggiavano lassù, con un  Benedica, signore ! ”

pronunziato in un’altra lingua, e in un’altra lingua si

rispondeva, di lassù, come oggi farebbe un prete cattolico ; e forse nello stesso modo il sacerdote di Giove

olimpico impartiva alla folla, con una specie di benedizione, il suo saluto teocratico. Sulle mura sorgevano

allora gli alti templi nella loro maestosa tranquillità ;

nei peristili risonavano i canti dei sacrificatori; l’incenso empiva 1’ aria di profumi ; sui trofei, sulle porte

e sui cornicioni dorati il sole mandava il suo splendore;

bandiere e festoni si agitavano al vento; i carri entra-vano rumorosamente pel portone, e dall’ Agora si sentiva il lontano clamore e il sussurro del popolo, che

sotto ai lunghi colonnati ascoltava gli oratori, o riceveva giubilando i vincitori in Olimpia, o salutava con

alte acclamazioni il tiranno che passava sul cocchio

aurato, cinto di guardie. Ed oggi? Quantum mutatus

ab ilio!

Alla fine delle mura, verso la parte di ponente, di

dove un abbassamento ripido del suolo va fino alle colline della presente Girgenti, i nostri amici avevano

preparato all’ ombra d’ un vecchio ulivo la refezione

campestr : davanti a noi sorgevano le quattro colonne

del tempio di Castore e Polluce, coronate da un architrave e da un pezzo del frontone, ricostruiti da mano

esperta; e dietro a questo bel proscenio, che così bene

e armoniosamente rappresenta il carattere del terreno

delle rovine, si stendeva il paesaggio delle colline e

degli scogli fino alla nuova città; le torri di Girgenti,

1’ apertura fatta da Empedocle nel monte, e a destra

la rupe Atenea, che sorge in alto e si abbassa ripidamente dall’ altra parte, compivano il quadro in un modo

così artistico, che nessun pittore potrebbe immaginare

di meglio. Due compatrioti, dimoranti da molti anni

in Girgenti e in Porto Empedocle, si erano uniti alla

nostra comitiva. Accompagnati dai loro cani, coi fucili

ad armacollo, con le rivoltelle e i coltelli da caccia a cintola, coi cappelli a larga tesa, e con le brune facce,

ci dettero una giusta idea della maniera di vivere, alla

quale ogni paesano come ogni forestiero deve abituarsi

sulla costa meridionale della Sicilia. ” Siamo ancora in

Europa,” disse uno di questi nuovi compagni; ” ma dall’Affrica ci divide solamente una striscia d’acqua: le

finestre di questo paese non danno sull’Europa, ma

sull’ Affrica. Dico finestre, in un senso metaforico ; perchè colui il quale, come me, abita da lungo tempo una

costa, guarda col pensiero agli infelici, che sono con-

dannati a vivere lontani dal mare, come per esempio

nel Wiirtemberg o in Sassonia, paragonandoli a quei

meschini che sono costretti a trascinare una vita da

ciechi e da prigionieri in una caverna o in un pozzo

e, mi si permetta di dire, in un carcere senza finestre.

Solamente in riva al mare c’ è luce, c’ è aria, c’ è vita.

Coloro che amano la libertà del moto e una vita campestre, fresca e sana, colle sue gioie naturali, sebbene

anche colle sue privazioni e i suoi pericoli, vengano pur

qua. Qui si diviene uomini interi ! Qui si sa che cosa

vuol dire e quanto vale avere un pugno gagliardo, un

occhio acuto e una testa fina. Io bevo alla Sicilia ! ” E

allegramente tintinnarono i bicchieri. ” Ma come ciò si

accorda col pereat contro i Punici e i Saraceni ? ” disse

sorridendo il capo della nostra compagnia al suo vicino

antisemitico.

Il discorso aggirandosi sulle antichità, che avevamo

visitate, dimandai, se nulla rimanesse ancora a vedere.

“Nulla!” gridò alla sua maniera un po’ brusca il Girgentano, così infatuato del mare e della Sicilia. ” Tutto

ciò che si legge ancora raccomandato nelle Guide, è

una truffa. Noi lo sappiamo; sì, dobbiamo saperlo!”

E il nostro negoziante messinese, esperto conoscitore

del paese, confermò questo giudizio, arricciandosi, sorridendo, i baffi, e accennando in modo significativo al

suo interlocutore. ” Me lo creda,’’ disse allora volgendosi verso me; ” può fare tranquillamente a meno del

resto. Il sepolcro di Terone, l’ oratorio di Falari, la vasca dei pesci, la fonte dell’ olio ; tutto è truffa, come il

sepolcro d’ Archimede in Siracusa, o come il vulcano di

fango in Maccaluba, o come….” — ” Come la Lettera del

diavolo nella cattedrale di Girgenti,” lo interruppe l’altro, e con una grassa risata gli fu risposto da tutte le parti.

Tante e così varie cose, messe insieme alla rinfusa,

destarono la mia curiosità; e perciò domandai mera-

vigliato una spiegazione. ” In Sicilia siamo nella patria

della fantasticheria,” rispose il mio amico messinese,

” e non si fa tanto caso della verità storica, poiché

l’ apparenza prevale qni, come in tutto il sud, assai più

che da noi nel nord. Del sepolcro di Terone parlano

i vecchi libri; dunque si deve mostrare ai forestieri:

e così 1’ hanno scoperto. Là, nella pianura, fra la cinta

e il mare, lei vedrà un gran cubo di pietra. Niente in-

dica che Terone sia sepolto sotto questo massiccio e

rozzo monumento, il quale sarebbe stato eretto, secondochè congetturano alcuni archeologi, da un ricco Agrigentino in memoria del suo cavallo, vincitore nei giuo-chi olimpici. Nonostante ciò, il monumento fu chiamato

il sepolcro di Terone, e questo nome lo conserverà,

qualunque cosa possa accadere, perchè credono necessario che Girgenti possegga il monumento di Terone.

Lo stesso dicasi dell’ oratorio di Falari : una vecchia

muraglia, risparmiata dalla distruzione, che sorge lassù,

presso l’Agorà, dietro la chiesa normanna di San Niccola, sotto 1’ ombra dei pini. Ma nulla ha che vedere

con Falari, quantunque porti il suo nome; e lo conserverà, perchè sembra necessario ai Girgentini di avere

nella loro città un ricordo di Falari. Della famosa vasca

dei pesci non si è trovata alcuna traccia ; ma suppongo, non meno arditamente che arbitrariamente, che fosse

in questa gola, la quale si stende dalla pianura fin

sulle colline. E la fonte dell’olio è cosa anche più

incerta. Nelle vecchie storielle si racconta che Acragas

fosse celebre anche per questa scaturigine di olio da

uno scoglio. Il viaggiatore tedesco Riedesel, venendo a

Girgenti, chiese, colla scrupolosità dello scienziato, di

questa fonte. Il suo albergatore nulla aveva sentito

dire fin allora di questa rarità; ma da vero meridionale

non si confuse a tale domanda, e rispose che avrebbe

l’onore di condurre subito il forestiere alla fonte d’olio,

che scaturiva nel suo proprio giardino. Allora mandò

avanti un ragazzo ben bene indettato con una fiasca di

olio; e Riedesel, arrivando pieno di riverenza sul suolo

classico di quella fonte, vide in verità che una quantità

considerevole di olio galleggiava sull’ acqua, poiché il

ragazzo aveva versata tutta la fiasca nella pozza. Il Tomasini nelle sue lettere sulla Sicilia, pubblicate nel 1825,

raccontando questa storiella, aggiunge che anche alcuni

viaggiatori più recenti parlavano di questa fonte, ma

che nessun di loro aveva potuto trovarla. Quei viaggiatori forse non ne dimandarono notizie alla gente

del paese; perchè anch’oggi niente sarebbe più facile a un albergatore o a un cicerone furbo, che fare

scaturire questa famosa fonte in qualsivoglia luogo,

spargendovi qualche fiasco d’ olio. Se vuole averne una

prova, non dobbiamo far altro che metterci in strada.”

— ” Per un tale inganno, non c’ è bisogno di fare un

lungo viaggio a Girgenti,” e ridendo non accettò la pro-

posta, aggiungendo che a me farebbe maggior piacere

il sentire che cosa fosse il vulcano di fango di Maccalupa e la lettera del diavolo nella cattedrale di Girgenti, ricordati poco avanti ; e perchè anche queste due cose fossero da mettere con la fonte d’ olio nel numero delle truffe. * Certamente,” mi fu risposto. * Lei conosce la differenza fra i libri canonici e quelli apocrifidella Bibbia: la stessa differenza è fra i veri e i grandi vulcani, 1’ Etna, il Vesuvio e lo Stromboli, e il vulcano di fango di Maccalupa. Per lo scienziato e il naturalista questi piccoli rialti, che eruttano dei gas e dell’acqua fangosa, o piuttosto del fango acquoso, si presentano come un soggetto interessantissimo ; e forse

verrà un giorno, che in Maccalupa davanti alle porte

di Girgenti, sarà aperto uno stabilimento di bagni, si-mile a quelli di Kreuznach e di Schlangenbad.  Ma per

vedere un vulcano in queste piccole sorgenti, bisogna

avere occhiali molto scuri, o esser di fantasia calda,

come questi popoli meridionali. Il profano, che sedotto

dalle Guide si reca a questo cosiddetto vulcano di

fango, entra in sospetto che si vogliano beffar di lui,

benché per gentilezza forse non lo dica. Si trova qui

davanti a un piccolo rialto di terreno, coperto di escrescenze, dalle quali esplodono dei gas idrogeni, siblando e rumoreggiando più o meno fortemente : un vulcano davvero molto apocrifo ! Ma in quanto alla Lettera

del diavolo, la deve vedere lei stessa, per farsi unavera idea di certe qualità straordinarie e un po’ sconosciute del carattere di questo popolo meridionale.”

In mezzo all’ allegro chiacchierio la colazione ebbe

termine. I nostri due compatriotti, così ben armati, si

congedarono da noi, volendo continuare la caccia alle

quaglie e alle anitre nelle paludi lungo la costa. ” Non

ci rivedremo qualche volta in Germania? ” domandai

congedandomi. ” Mai! mai! ” gridò 1’uno andandosene.

Le carrozze salivano lentamente su per l’erta del

monte verso la nuova città. Il sole cocente del pomeriggio investiva i colli e le valli co’ suoi raggi infocati ; il mare riluceva di uno splendore abbagliante,

come uno scudo d’argento, e rifletteva la luce più

viva ed intensa. Eravamo costretti a chiuder gli occhi,

affaticati dallo splendore del cielo, dal riflesso del mare

e dal chiarore biancastro che si posava sulle strade,

sugli scogli e sulle mura; e solamente col socchiuderli,

potevamo di nuovo salutare da lontano gli antichi colonnati irradiati dal sole e spiccanti dal fondo del

mare con le loro linee sveltissime.

Ci fermammo davanti alla scalinata della cattedrale.

Alcuni ragazzi seminudi chiamarono, picchiando, sonando e gridando, il custode. Rimanemmo incerti se

fosse un custode, o un sagrestano, o un prete, o forse

un po’ di tutto. Era un omino tarchiato, un po’ gobbo,

con un naso straordinariamente lungo e molto provocante. Quel naso sembrava che fosse qualche cosa d’indi-

pendente dalla faccia, che vivesse, osservasse e pensasse

da sè; perchè in tutto il suo contegno, nell’ arricciarsi,

appuntarsi, allungarsi, stringersi, nell’ aprire e chiudere

le narici, sembrava esprimere tutto un mondo di pen-sieri e di sentimenti. * I Siciliani furono sempre maestri

nel linguaggio dei gesti e nella mimica! ” mi bisbigliò

il nostro compagno, pratico del paese. * Questo naso

ne è una prova, e per lui solo meriterebbe che visitassiino la cattedrale di Girgenti. Ma ora bisogna andar cauti, se vogliamo vedere la Lettera del diavolo ; e non darci a conoscere a questi Siciliani dall’occhio acuto

e sospettoso; altrimenti ci chiuderebbero la porta in

faccia. ” E difatti, da prima, tenendo dietro al custode

che lentamente ci precedeva, dovemmo visitare tutte

le rarità della cattedrale, guardare gli altari scolpiti,

ammirare le immagini dei santi coperte da tendine,

come tanti Guido Reni, ed ascoltare un miracoloso eco

o piuttosto un giuoco acustico, onde la più bassa parola, bisbigliata sulla tribuna dell’organo, si trasmette

all’altra estremità della chiesa, dove si fa sentire in

una cantonata e alla scannellatura d’ una colonna.

Ma dove si trova il tesoro della chiesa, il più bello

e il più ricco di tutta la Sicilia, come ci vien detto? ”

chiese il nostro compagno con un’ aria disinvolta. Quel

naso si appuntò, come per fare una domanda: un risolino malizioso tremolava intorno alle narici alzate.

Senza rispondere, l’ omino introdusse nella serratura

arrugginita una gran chiave, che ricordava quella del

santo portinaio del paradiso, e aprì una stanza piena

d’armadii e di figure scolpite in legno all’antica. Una

polvere alta un dito copriva i cornicioni, e molti regnateli pendevano davanti alle finestre appannate: sulle

seggiole di legno giacevano in disordine cotte e berrette da preti. Alcuni cassetti semiaperti lasciavano

vedere un miscuglio di frange e ricami d’ oro sbiaditi,

di collari di velluto sgualciti, e di altri arredi sacri.

Quel naso si mosse con un’ironica espressione di trionfo,

quando il suo possessore cavò fuori da una piccola scatola una figurina di Madonna, e mettendola davanti alla

incerta luce del sole, che penetrava dalle finestre, ci

spiegò a mezza voce, che quella statuetta era stata

tagliata in un solo pezzo d’ambra, e che nessun’ altra

chiesa in tutto il mondo possedeva un uguale tesoro.

Aggiunse elio con questa statuetta noi avremmo veduto

la cosa più maravigliosa, non solamente di Girgenti,

ma anche di tutta la Sicilia e di tutta l’ Italia. E in così

dire quel malizioso naso si volse, arricciandosi, al mio

vicino, come se volesse domandare qualche cosa, e

come se aspettasse una risposta astutamente preveduta.

Il mio vicino, stringendo un occhio, mise sorridendo il

dito sotto l’altro occhio, un gesto che nel linguaggio

siciliano vuole dire: Amico, tu non me la fai! Anche

l’omino strinse allora gli occhi ; le narici s’ inalzarono e s’ abbassarono vivacemente, e una piena soddisfazione di se stesso si dipinse sul volto del nostro

sagrestano, quando simile a un gatto si strisciò verso

un cofano, dal quale cavò fuori un grosso, ingiallito

e lacero volume di pergamena, con borchie rotte d’ottone, e tutto sbrindellato. Senza perder d’occhio il

mio vicino neanche per un momento, gettò il volumone

sulla tavola, e atteggiando la bocca, gli occhi, gli orecchi e naturalmente anche il naso a un sorridere e sogghignare malizioso, esclamò : ” I signori hanno preso di

mira la Lettera del diavolo, e tutto quello che fin qui

hanno veduto, per loro non è che l’ antipasto ! Io me

ne sono accorto quando lor signori erano ancora in carrozza, avendoli osservati per il buco della chiave. Eccola, quella famosa Lettera del diavolo ! E ora, Dio e i

santi ci proteggano. ” Dicendo ciò, si fece il segno della

croce così rapidamente, come uno che vi è abituato.

” Questo Proteo vinto si vanta ancora della certezza,

colla quale prevedeva la sua disfatta! ” mi sussurrò

il mio vicino: “anche questa è tutto siciliana!” Ma

non potei discernere, chi dei due avesse sopraffatto con

astuzia l’altro; e anche questo concordava benissimo

col costume siciliano, per cui non si sa mai chi sia il

più furbo, perchè sempre l’ una parte e l’ altra si vanta

di aver vinto di furberia.

La Lettera del diavolo, così desiderata, era davanti

ai nostri occhi : un pasticcio, senza capo nè coda, di

uncini e di graffi, di linee curve e intrecciate fantasticamente, di quadrati, di arabeschi, tutti sparsi di

asterischi e di grandi macchie d’ inchiostro, un vero

accozzamento di segni senza senso, simili a quelli

che si veggono talvolta nei libri magici d’ una indovina o d’una fattucchiera più o meno pazza. Stando

1’omino davanti a quel libraccio, le sue narici esprimevano una viva commozione e sembravano quasi sonare

una marcia trionfale. ” Messina, ” gridò, * ha la Lettera della Madonna santissima; ma non la mostrano

a nessuno : e c’ è il suo perchè, essendo il testo originale bruciato da qualche secolo: Catania ha il velo di sant’Agata; ma ciascuna ragazza può ricamare o tessere un velo: Palermo ha le ossa di santa Rosalia; ma dove non si trovano ossa di santi ? Girgenti sola possiede la lettera scritta di proprio pugno dal diavolo, e possiamo mostrarla ! Eccola !” — ” Ma è proprio autentica, e scritta dalla mano stessa del diavolo ? ” domandò seriamente il mio vicino. ” E come! o non lo vede?”  rispose l’omino; “così non scrive che il solo

diavolo !” — “E il contenuto della lettera ?” — “La

lettera è indirizzata a una vergine di Girgenti, che il

diavolo voleva sedurre ; ma lei resistette, benché le

offrisse tutti i tesori del mondo. ” — “E come si sa

questo? ” — “È scritto qui nella lettera. ” — “E chi

l’ha potuta decifrare?” — “La vergine confidò tutto

al suo confessore, e contro un prete naturalmente il

diavolo non potè far nulla. ” — “E in quale aspetto il

diavolo si mostrò alla vergine ?” — ” Oh, signore, sotto

l’aspetto d’un compitissimo cavaliere!”

Questo discorso fu fatto da tutte e due le parti con

la più grande serietà; ma quando il sagrestano, volgendosi per caso a me, notò l’aria scettica, colla quale

tenevo dietro al discorso, anch’egli strinse un occhio,

alla maniera da noi conosciuta e molto eloquente,

guardando leggermente colla coda dell’altr’ occhio il

mio amico. E quando questi battendo sul volumone e

alzandosi, domandò: “E tutto questo lei lo crede?”

l’omino tirò in giù gli angoli della bocca, aprì le narici, e con una forte spallucciata, rispose: ” Che volete? ” E lo disse in un tono, che si poteva interpetrare in diversi modi, perchè poteva esser preso per una affermazione o per una negazione, per una timida scusa, o anche per una timida confessione della sua credulità.

” Rimettete pure in sicuro e chiudete a doppia

chiave la vostra Lettera del diavolo,” disse il Messinese,

” e dopo conduceteci al più bel capolavoro di questa

cattedrale, al sarcofago greco ! ” E volgendosi a me,

aggiunse : ” Non vogliamo chiudere la nostra visita in

Acragas con quest’ impressione diabolica ; no : l’ellenismo deve aver di nuovo il suo diritto ! ”

In una cappella abbandonata si trova questo capolavoro dell’arte greca, che per sè solo è sufficiente a

indurre gli artisti e gli amatori dell’ arte a un viaggio,

o piuttosto a un pellegrinaggio, verso la lontana città

di Girgenti. Oltre una statua barbaramente mutilata,

che trovarono sotto le rovine del tempio d’Èrcole, e

che ora è esposta nel museo di Palermo, questo sarcofago è 1’ unico dei capolavori d’arte dell’antica Acragas, che sia rimasto ben conservato. All’aspetto di questi

magnifici bassirilievi, scolpiti in marmo bianco, si conosce allora l’ immenso danno, fatto a Girgenti dalla

rapacità dei Cartaginesi, dei Romani e dei Saraceni.

Come i naturalisti possono ricostruire con un solo osso

ritrovato tutto lo scheletro d’ un animale antidiluviano,

così possiamo da questo solo capolavoro arguire tutta

la cultura della città ellenica distrutta, e rappresentarcela nel suo totale ; perchè una città, in cui si trovava un sarcofago come questo, il quale dimostra la

più grande finezza di forme, la più squisita purezza di

gusto e una bellezza al tutto classica, doveva essere

stata una ricca tesoreria dei più grandi capolavori, e la

civiltà sua doveva esser giunta a quel sommo apice di

perfezione, al quale giunsero solamente Atene e Roma

nei loro periodi più gloriosi. La composizione delle storie

scolpite nel marmo, manifesta un gusto così elegante,

una tale grandezza d’idee e una tale tenerezza di sentimento, nobilitata dalla quiete classica, che nel tutto

insieme ci danno indizio di costumi squisiti, di un alto

sviluppo spirituale e di un’armonia delle più nobili doti

della civiltà. L’artista vi rappresentò la storia mitologica

di Fedra e del suo amore nefando verso il figliastro Ippolito. Due lati del sarcofago sono solamente abbozzati,

ma i rilievi degli altri due sono lavorati con finissima

arte. Di questi rilievi, quello che ci mostra Fedra consumantesi d’amore, è d’ una tale bellezza d’ invenzione e d’esecuzione, è trattato così artisticamente, che solo

nei più magnifici capolavori della scultura greca si può

ammirare tanta perfezione. Fedra se ne sta seduta con

la testa inclinata su una parte ; il braccio destro posa

abbandonatamente sulla mano di una schiava, il sinistro

pende dal bracciuolo della seggiola. Dietro di lei si

vede la nutrice affaccendata : Cupido guarda 1’ effetto

della propria freccia sulla donna, che si abbandona al

dolore della sua passione : alcune schiave, sonando la

cetra, cercano di consolare l’ infelice. Dal tutto spira

l’alito di un sentimento d’amore olimpico : la vittoria

di Venere, che, inesorabile come l’antico fato, tocca e

domina tutto, è scolpita con una grazia divina nel

marmo ; e quest’opera può stare accanto ai più perfetti

capolavori dell’arte classica. Perchè Verro, che rapì

tutte le statue degli Dei dai loro templi, lasciò questo

sarcofago dentro alle mura di Agrigento? Perchè fu

risparmiato dai Saraceni, distruttori di dipinti? E a

qual caso dobbiamo se fu ritrovato fra 1’ ammasso delle

rovine e sotto i mucchi di rottami, che da mille anni

coprono l’antica città? Ove dobbiamo cacciare la marra,

frugare il suolo, sgombrare le macerie dei palazzi ro-

vinati per trarre alla luce le opere d’arte, che forse

sono ancora nascoste sotto terra ?

Per lungo tempo i nostri occhi si ricrearono in

quell’ aspetto, e invano il custode cercò di attirare la

nostra attenzione sulle immagini dei santi sospesi alle

pareti, invano di tanto in tanto ci esortava ad ammirare la cattedrale, le colonne e tutti i possibili e immaginabili stili, secondo i quali la chiesa fu fabbricata. La nostra visita all’ antica Acragas aveva la sua più bella fine con questo sarcofago ; e memori della sapiente massima dei Greci, non volevamo essere disturbati da altre impressioni nei puri sentimenti che esso aveva in noi destati. Questo capolavoro ci fu come di un balsamo al cuore ; perchè dinanzi ad esso tacquero le tetre e dolorose reminiscenze dell’ antica storia agri-gentina, e un sentimento, come di una melodia, dopo

aspri ritmi e strepiti di trombe guerresche, venne a

riempirci di dolcezza. Falari e le sue crudeltà, la codardia dei cittadini effemminati, la loro vile fuga nel

giorno estremo, i gemiti degli ammalati e dei vecchi

dati in preda ai conquistatori, le fiamme dei templi e

i palazzi crollanti, queste immagini sanguinose allora

ci apparvero come coperte da un velo, allontanandosi

via via e dileguandosi finalmente dal nostro sguardo.

Tale è l’efficacia della eterna bellezza sull’ uomo, che

perdoniamo a uno Stato, nel quale furono lavorati si-

mili capolavori, anche la degenerazione dei suoi principi e dei suoi cittadini ; e nel momento della partenza

da questo luogo grandioso ci ricordiamo solo della magnificenza dei suoi templi, sorgenti sopra il mare, e

della grazia infinita delle sculture di quel sarcofago.

E così diciamo addio all’antica Acragas, canterellando,

nelle ombre della notte, sommessamente e mestamente

i versi d’Omero :

Verrà giorno, che il sacro iliaco muro

E Priamo e tutta la sua gente cada.

Chiunque viaggia rapidamente per la Sicilia, non

può farsi un’idea esatta di questo microcosmo meraviglioso di civiltà trapassate. Ogni palmo di terreno ha

un proprio carattere; ogni provincia una propria sto-

ria. Altro è quello che si ammira nell’est e nell’ovest,

ed altro quello che nel nord e nel sud della Trinacria. Sulla costa che guarda la Grecia spira un’ aria

ellenica; al contrario nell’ovest ti si presenta la distruttiva tenebrosità affricana di Cartagine, addolcita per

altro e ravvivata dal grandioso passato normanno, che

ci arride col suo splendore nelle chiese e nei palazzi

di Palermo. Il periodo normanno si è compenetrato in

Palermo ed in alcune poche città della costa settentrionale, specialmente in Cefalù ; il potere dei tempi

degli Hohenstaufen esercita aneli’ oggi tanta efficacia,

che Palermo offusca anche le reminiscenze greche dell’ovest; ed in faccia allo splendore della Cappella Palatina e del Duomo di Monreale, i campi di rovine di Segesta, di Solunto e di Sei inunte sembrano coperti da

un velo appena alzato, per essere più abbandonati e

più dimenticati che le rovine di Girgenti e di Siracusa.

Colui che studia di rintracciare la causa e la ragione del destino storico, spesso così inesplicabile ed

ingiusto, dei paesi e delle nazioni, è costretto a domandarsi, se la grave maledizione, che ovunque ha colpito le conquiste e le distruzioni cartaginesi, pesa anche

oggi sui terreni, che più ebbero a soffrire dai colpi dei

Punici. Segesta, la prima città siciliana, che chiamò in

aiuto il mortale nemico affricano contro gli Elleni, e gli

porse la mano per distruggere la cultura greca, dorme

sconsolata ed abbandonata in monti deserti, lontana

dalla strada tenuta dai viaggiatori ; e Selinunte, che la

prima cadde nella polvere sotto i colpi terribili di Car-

tagine, giace anche più lontana, circondata dall’ ardente

Sahara della costa meridionale, e soffiata dallo scirocco,

nella sua immensa tomba di rovine. E chi ora cerca gli

altri ammassi di rovine, che i flutti del destino sotter-rarono sulla riva occidentale sotto la sabbia e il mare,

gli antichi emporii dei Cartaginesi presso Lìlibeo, e lo

splendido tempio di Afrodite che vince tutto, il tempio

di Venere Ericina, distrutto fin negli ultimi avanzi ?

Nientedimeno, l’ influenza che la grande città delle

rovine dell’ est, Siracusa, esercitò allora sui destini del

mondo, era più potente, e più potenti sono anche le

impressioni che ne riceviamo. Troppo spietato e troppo

crudele ci pare il destino, che pesa sopra queste città,

e che ha steso intorno ad esse una deserta solitudine,

nella quale sono condannate a dormire il sonno eterno

della morte, senza destare la compassione consolatrice

della posterità, o qualche sogno di memorie.

Da Girgenti la ferrovia traversa l’ isola verso il nord,

quasi direttamente, per iscendere, dalle alte pianure ondulate dell’interno presso Termini Imerese (un emporio fondato dopo la distruzione d’Imera dai Cartaginesi),

al mar Tirreno, e per volgersi poi, prendendo a sinistra,

verso Palermo, lungo la costa. La vista che si offre al

viaggiatore nell’ interno della Sicilia cambia secondo la

stagione. Nell’estate tu vi trovi il più tristo deserto,

bruciato dal sole, e senza un filo d’ acqua ; nell’ inverno

e nella primavera vi sorridono campi lussureggianti e

ricchi di messi ; vi mormorano ruscelletti nelle fresche

vallate ; tutto vi fiorisce e verdeggia, ed i balsamici

odori del timo impregnano l’ aria dalle cime dei monti,

che colle loro forme distinte sporgono sull’ampia ed alta

pianura. Come una torre massiccia, s’inalza quasi verticalmente davanti a noi il Cammarata colle sue mura

di pietra, il quale aveva richiamato i nostri sguardi fin

da quando eravamo vicini a Grotte, nel centro della

zolfatara, e le cui forme regolari si distinguono da

quelle degli altri monti, come se fosse un’ enorme pietra

di confine, separante i due terreni e le formazioni diverse dei monti, che si dividono l’isola. Presto entriamo

in una contrada, dove le alture mostrano contorni di-

versi da quelli che abbiamo veduti fin ora. Invece degli

scogli scheggiati, che salgono e scendono fantastica-

mente dai monti Pelori nello stretto di Messina, ve-

diamo linee delicate, nobili e tranquille. Su una larga

base riposa maestosamente l’edifizio roccioso di questi

monti occidentali, il cui vero tipo è rappresentato dal

Monte Pellegrino presso Palermo. Una quiete insolita

si spande sulla terra, e noi sentiamo di passare dal

terreno del romanticismo capriccioso in quello di una

classicità pura e plasticamente perfetta. Eravamo al

principio della primavera, quando traversai la prima

volta queste campagne. Come un giardino si spiegavano

all’intorno le colline e le valli lievemente inclinate; da

per tutto ci salutavano i fiori, e dolcemente sonava ai

nostri orecchi il mormorio dei ruscelli e il gorgogliare

delle fontane in mezzo al rigoglioso verde degli alberi fioriti.

Acquaviva è il nome della piccola città, dove il treno

si ferma a una stazione nascosta da fitti arbusti. Noi,

che abbiamo sospirato per tanti anni in quest’isola bruciata dal sole le nostre sorgenti nordiche, i nostri ruscelli e le cascate spumeggianti, al suono di tal nome

sentiamo il soffio di una freschezza refrigerante. Acqua-

viva abbia il nostro saluto, come un augurio che ci

porterà fortuna nell’entrare in questo paradiso della

parte occidentale dell’ isola

Categoria: Storia Agrigento

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