• Menu
  • Skip to right header navigation
  • Passa al contenuto principale
  • Passa al piè di pagina

Before Header

Agrigento Ieri e Oggi

Una Storia che continua a parlare.

Header Right

  • Home
  • Video
  • In 5 Minuti
  • Agrigento Racconta
  • Attualità
  • Carosello
  • Storia Agrigento
  • Storia Comuni
  • Storia Sicilia
  • Storia Italiana
  • Storia Agrigento
  • Storia Comuni
  • Storia Sicilia
  • Storia Italiana

Header Right

  • Home
  • Video
  • In 5 Minuti
  • Agrigento Racconta
  • Attualità
  • Carosello

Il monumento dei caduti ed il parco della rimembranza di Agrigento

27 Maggio 2018 //  by Elio Di Bella

Il monumento dei caduti ed il parco della rimembranza di Agrigento

di  Gero Difrancesco

Avrebbe potuto mai immaginare il giornalista, avvocato, Mario Bonfiglio, che il piccolo parco della Rimembranza, ricavato in uno slargo della vecchia via Cavour di Girgenti, sarebbe stato un giorno, in un futuro molto lontano, intitolato con il suo nome? Lo avrebbe potuto  anche solo supporre, in quel giorno di inizio estate  del 1923, quando si era inaugurato l’obelisco con in cima la bronzea  vittoria alata e alla base quel tristo basso rilievo dello scultore Mario Rutelli?

Penso proprio che avrebbe trovato notevole difficoltà, anche con la più fervida  fantasia, ad associare sé stesso a quel luogo, se non per la sola partecipazione all’evento celebrativo di quel fatidico 24 giugno, tanto osannato nella cronologia della Grande Guerra, per la resistenza dell’esercito italiano sul fiume Piave, per il rovesciamento del fronte e la ripresa vittoriosa del conflitto.

Anche se, forse, egli avesse voluto solo stigmatizzare nell’articolo dettagliato, realizzato per il  Giornale di Sicilia, più che la sua presenza in quel posto, in quella data,  quella del fratello Giulio, come rappresentante della stampa e della federazione provinciale dei combattenti,   mentre il fiduciario del partito fascista Narciso Dima,  il ministro Giovanni Gentile, il prosindaco, sacerdote, Michele Sclafani, l’onorevole, nisseno, Ernesto Vassallo  pronunciavano  i loro reboanti discorsi,  intrisi d’amor  patria e di fervore nazionalista; mentre monsignor Bartolomeo Lagumina, vescovo della diocesi benediceva il monumento ai caduti e la grande folla degli astanti esultava commossa.

Erano presenti, davanti la nuova fontana con al centro  l’obelisco, tutte  le autorità civili, militari e religiose della provincia, in pompa magna, su un palchetto costruito per l’occasione,  con le rispettive signore  ad attorniare Sua Altezza Reale il duca di Pistoia, che il Sovrano aveva inviato a Girgenti per rinsaldare il vincolo tra la corona e la Sicilia,  non solo per le memorie d’arme nazionali, ma anche per  la tragedia che stava vivendo, in quel momento, l’isola.

Da qualche giorno, infatti,  l’Etna eruttava  lava sui paesi della sua cintura pedemontana, ravvivando il grido di disperazione, che aveva attraversato la storia di quei territori negli ultimi secoli. Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini, i ministri  Carnazza e Di Cesarò,  i deputati della SiciliaOrientale,  si erano precipitati sul luogo della catastrofe, in immediate quanto veloci perlustrazioni, a portare le loro parole, ma solo parole, di conforto, mentre la lava seppelliva inesorabilmente la stazione ferroviaria di Castiglione e si approssimava al paese di Linguaglossa.

Mussolini, che aveva già dettagliato gli appuntamenti di  una visita politica  in Sicilia e che sarebbe  dovuto passare per  Girgenti e Caltanissetta il 28 dello stesso mese,  aveva diramato una nota ufficiale di rinvio, sine data, del suo viaggio. Qualcuno al comune di Girgenti aveva pensato di spostare l’inaugurazione del monumento  e i festeggiamenti dell’anniversario più in là nel tempo,  ma il Re in persona li aveva voluti inalterati,  dirimendo con la sua autorità ogni ragionevole dubbio in proposito. Per questo motivo  aveva designato a rappresentarlo il giovane cugino Filiberto del ramo Savoia-Genova, distintosi durante le fasi della guerra per la sua audacia  ed apprezzato non solo dai  militari ma dall’intero senato di cui, di diritto, faceva parte.

La manifestazione era stata imponente, curata nei dettagli,  per molti aspetti mondana. Mario Bonfiglio ne aveva descritto i particolari nominando uno per uno i partecipanti: dall’umile  sindaco di Cammarata al generale Basso,  comandante del Corpo d’armata di Palermo, dagli altri  due  generali Cicconetti e Gatti al colonnello Figliolini del presidio militare di Girgenti, dal presidente della commissione reale che aveva sostituito il disciolto consiglio provinciale al prefetto e al questore  della città.

Aveva evidenziato tra i presenti anche l’autore della scultura con la sua consorte, non lesinando critiche a quella scena truce rappresentata alla base dell’obelisco. Era opinione di molti che lo scultore  Mario Rutelli avesse esagerato in efferatezza scolpendo, nella dinamica circolare del bassorilievo, tra la scena richiamante la guerra e quella che ridisegnava la pace,  un fante italiano, che con la sua baionetta infilzava un Unno già agonizzante ed implorante pietà.

“ sull’obelisco che sorge nel centro di una vasca circolare nella quale dovrebbe scorrere acqua perenne – la giovinezza che sempre si rinnova  – è raffigurata la guerra e la pace: la prima nel fante italiano che atterra l’Unno, la seconda nel combattente che lasciate le armi, ritorna a vangare la terra. Nella raffigurazione del fante e del suo avversario, lotta che si chiude col sopravvento del nostro soldato nell’atto di trucidare, con la baionetta innestata nel fucile, l’Unno più forte e più vigoroso di lui che è riuscito ad atterrare, l’artista non è stato assistito da fortuna  soverchia.

Chi guarda nell’Unno  quelle braccia che vinte hanno allentato la presa, quella testa penzoloni  di un corpo esanime, non può giustificare il gesto di violenza del soldato italiano contro un vinto già ridotto all’impotenza, ed anziché essere pervaso, come dovrebbe, da un sentimento di ammirazione per il valore del nostro che vince una resistenza superiore,   è  portato quasi a pietà per il vinto che impotente subisce un atto che appare di crudeltà”. (1)

La giornata era iniziata con l’approdo a Porto Empedocle del cacciatorpediniere Giuseppe Carini, che trasportava Filiberto di Savoia,  con  l’accoglienza riservatagli dalle autorità cittadine  e dal ministro Gentile, con le vetture  in colonna rientranti in città dalla porta Cannone dove due ali di popolazione attendevano il passaggio del corteo automobilistico.

Mario Bonfiglio, che era stato sindaco della città per un breve periodo di tempo, tra la fine del 1920 e la prima metà del 1921,   aveva militato nel partito del deputato Giovanni Guarino Amella, seguendolo tra i radicali  e  nel Blocco Democratico prima e  nella Democrazia Sociale successivamente. La sua militanza politica lo aveva fortemente contrapposto ai popolari di don Michele Sclafani che avevano pressato  sulla maggioranza consiliare  di Girgenti per creargli ostruzionismo e delegittimazione.

Anche nel momento dell’inaugurazione del monumento i rapporti non erano migliorati, specialmente per l’ambiguità di don Michele Sclafani,  eletto prosindaco della città, manifestata dopo il congresso del Partito Popolare di Torino. Da un lato egli dichiarava la sua vicinanza alle posizioni dell’amico don Sturzo, che avevano determinato l’estromissione dal governo guidato da Mussolini  dei ministri e sottosegretari popolari,  dall’altro alimentava quella componente clericale  che, anche in Sicilia,  andava prendendo posizione a favore del fascismo,  trovando  la sua più convinta espressione nel ex sottosegretario di stato agli esteri   Ernesto Vassallo.

La scelta di quest’ultimo quale oratore ufficiale dell’evento celebrativo aveva indignato non poco i demosociali girgentani che avevano visto in questa manovra una transizione dei clericali verso i fascisti. Vassallo era ormai fuori dal partito popolare di Sturzo e premeva per la sua disgregazione, non condividendone più la strategia politica,  compreso l’opposizione  al  disegno di legge elettorale  maggioritario preparato dal Gran Consiglio fascista (legge Acerbo) e pronto per l’approvazione alla camera dei deputati.

I fratelli Bonfiglio, Mario, Giulio e Corrado, avevano dovuto confliggere anche con i fascisti del fiduciario Dima, che nel mese di gennaio avevano ordito una clamorosa provocazione nei confronti del loro giornale “Il Fuoco“, organo provinciale della Democrazia Sociale  diretto da Giovanni Guarino Amella. In quella occasione una squadra fascista si era impossessata con violenza di un pacco di giornali, che i fratelli Bonfiglio stavano spedendo, tramite un fattorino del loro circolo, nei comuni della provincia e lo avevano bruciato in piazza Gallo. Avrebbero voluto bastonare gli ostinati fratelli, specialmente Mario e Giulio,  che avevano ristampato il giornale, su disposizione  di Guarino Amella,  e lo avevano spedito agli abbonati  tramite la posta.

” La sera del 9 (gennaio) infatti i fascisti fecero due irruzioni nella sede del circolo in questa piazza Municipio  per impadronirsi dei giornali; vennero respinti dai soci presenti, i quali per disposizione dei fratelli Bonfiglio accorsi subito sul posto, chiusero i locali pur rimanendo  a stazionare all’esterno per proteggere la sede. I fascisti fattisi sempre più numerosi tentarono dapprima l’aggiramento dei locali da parte del cortile Sclafani e poscia a colpi di bastone distrussero la porta esterna del circolo mentre quella interna resistette anche per il pronto accorrere degli agenti e funzionari della P.S. Dopo di che  i fascisti andarono a caccia  dei fratelli Bonfiglio mentre il comm. Mario circondato da un gruppo di amici veniva messo al sicuro in una casa vicina, il fratello avv. Giulio, riusciva col fratello Corrado  a guadagnare il portone del Municipio ponendosi al sicuro “ (2)

Della vicenda si era occupato anche il ministro  Giovanni Colonna Antonio Di Cesarò, leader del partito demosociale,  che più volte aveva lamentato la violenza fascista contro gli uomini del suo partito,  pur essendo egli stesso ministro del governo presieduto da Mussolini  e pur rientrando in  quei rapporti “di buon vicinato” cui Mussolini stesso, con ipocrisia studiata, accennava nei discorsi ufficiali.Quel giorno di giugno, quindi, tra i ricevimenti in Municipio ed in Prefettura, la visita di Filiberto ai templi ed alla caserma Crispi, tra le ovazioni  dei presenti e la  commozione generale, un velo pietoso di bon ton era stato steso sugli asti e sulle acredini dei rappresentanti istituzionali, che manifestando una pace armata avevano rinviato  ad altro momento la resa dei conti personale e politica.

Mario Bonfiglio seguì la Democrazia Sociale  e Giovanni Guarino Amella anche nelle elezioni politiche  del 1924 scontrandosi con il deputato saccense Angelo Abisso per il cui tradimento (dalla  democrazia sociale al  fascismo), era stato inserito nel Listone governativo. Il delitto Matteotti con la crisi quartarellista lo vide ancora, idealmente, sull’Aventino assieme al suo deputato di riferimento, fino alle leggi fascistissime e al silenzio politico totale per il resto del ventennio dopo lo  scioglimento dei partiti di opposizione.

Anche la fontana con il suo obelisco non aveva avuto  una vita facile dopo l’inaugurazione e, nello spazio di poco tempo, era stata  mutilata, prima dei delfini che coreograficamente nuotavano nell’acqua perenne della gioventù e poi dell’acqua stessa, non risparmiando il fante  con la baionetta, che venne sacrificato e scalpellato non tanto per l’orrore verso la guerra ma per il  rispetto dell’alleato nazista dopo il patto d’acciaio Roma Berlino.

L’avvocato Bonfiglio ebbe la sua rivincita politica, se tale si può chiamare il giusto riconoscimento alla competenza e alla coerenza,  con  la liberazione di Agrigento e la  nomina a Sindaco da parte dell’AMGOT. La sua fedeltà a Giovanni Guarino Amella ed al nuovo partito della Democrazia del lavoro sorto dalle ceneri della Democrazia Sociale, lo riportò in consiglio comunale dopo le libere elezioni amministrative del 1946, come minoranza di un amministrazione comunale  dominata dalla Democrazia Cristiana. Molti altri riconoscimenti professionali e politici  arrivarono  nel proseguo della sua vita (che si interruppe a 77 anni nel 1970) ed anche dopo, con l’intitolazione del piccolo parco delle rimembranze. La coincidenza tra la sua presenza durante l’inaugurazione dell’obelisco e l’intitolazione con il suo nome dello stesso parco è stata solo un’ occasione per riesumare un pezzo della storia di Agrigento.

E’ stato un modo curioso per stabilire un parallelismo tra la vita di Mario Bonfiglio e quella del monumento ai caduti della Grande Guerra, della cui fine  quest’anno si celebra il centenario. Non sembra neanche opportuno che si parli ancora di Vittoria dopo gli sconvolgimenti della guerra successiva, che lutti e macerie non lesinò all’Italia  fisica e a quella delle coscienze.

Così come, al contrario, non penso si  debba calare mai il sipario sulle nefandezze del regime fascista e della monarchia sabauda. Lo stato d’abbandono del parco e del suo obelisco, con una vasca dove non scorre più l’acqua perenne della gioventù, piena di sporcizie,  impone però una riflessione sull’identità della nuova Agrigento e sul ricordo  dei suoi caduti e dello stesso Bonfiglio. Dulce et decorum est pro patria mori verrebbe da dire ironizzando sulle Odi di Orazio, tanto intrise di attaccamento alla patria quanto indecorosamente vilipese ed oltraggiate da chi non alimenta e rispetta neanche  la memoria delle vittime di tutte le guerre e dei loro monumenti.

Ma credo che  ci abbia  già  pensato il combattente inglese Wilfred Owen (*) con la sua poesia a ricordare la mendacità e l’insulto di quelle parole latine e la vergogna di quell’inutile strage: “se tu potessi sentire, ad ogni sobbalzo, il sangue che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi dal gas, ripugnante come un cancro, amaro come il bolo di spregevoli, incurabili piaghe su lingue innocenti, amica mia, tu non diresti con tale profondo entusiasmo ai figli desiderosi di qualche disperata gloria la vecchia bugia: dulce et decorum est pro patria mori “-

Gero Difrancesco

( Redattore della Rivista “Studi Storici Siciliani”)

(1) Giornale di Sicilia 28 giugno 1923

(2)  Giornale di Sicilia 10-11 gennaio 1923

Categoria: Storia AgrigentoTag: agrigento, girgenti

Post precedente: « Agrigento nella Seconda Guerra Mondiale: l’impresa della Settima Armata
Post successivo: Comuni della Provincia di Agrigento: Santa Elisabetta e le sue montagne »

Footer

Copyright

I contenuti presenti sul sito agrigentoierieoggi.it, dei quali il Prof. Elio di Bella è autore, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all’autore stesso. È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall’autore.

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001.

Privacy

Questo blog rispetta la normativa vigente in fatto di Privacy e Cookie . Tutta la docvumentazione e i modi di raccolta e sicurezza possono essere visionati nella nostra Privacy Policy

Privacy Policy     Cookie Policy

Copyright © 2026 Agrigento Ieri e Oggi · Creato da Webbando.net