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Gli Scavi nel santuario delle divinità ctonie ad Agrigento

23 Ottobre 2016 //  by Elio Di Bella

Recenti scavi nell’area del santuario

delle divinità ctonie in Agrigento

di Ernesto De Miro

Uno scavo condotto negli anni 1965 – 66 nell’area del san­tuario delle divinità ctonie – riprendendo una precedente ricerca effettuata negli anni 1953 – 55 – ha riportato alla scoperta com­pleta di un nuovo tempietto, a ridosso delle fortificazioni greche di Porta V: tempietto interessante non solo per le sue fasi strut-tive ma ancora per quello che di riflesso apporta alla cronologia dell’intero santuario.

Infatti lo scavo ha mirato non solo a mettere in luce il tempietto, ma a precisare la stratigrafia archeologica in relazio­ne al tempietto medesimo e all’area immediatamente circostan­te, dove, in effetti, appariva chiara la consistenza di un riempi­mento favorevole ad una tale ricerca.

L’importanza del problema apparirà evidente se conside­riamo la situazione delle nostre conoscenze del santuario agri­gentino, a buon diritto definito il più ricco di storia.

Come è noto, tutta la parte occidentale del santuario – di grande rilievo dal punto di vista monumentale – fu scavata da Pirro Marconi negli anni 1927 – 1932. Fu allora messo in luce un complesso di strutture di cronologia varia, ma facenti parte di un unico complesso, di cui si riconobbe il limite occidentale in un tratto di muro di « temenos ». Rimase ancora da scavare la par­te orientale del santuario.

Il Marconi – che nello scavo arrivò uniformemente al pia­no di roccia – (sicchè oggi nessun controllo si può effettuare in quel settore) – diede una rico­struzione della storia del san­tuario, dall’età preistorica sino alla fine del V sec. a. C. . sicilia-arcaica1Indicò le premesse del santuario negli avanzi di un focolare preisto­rico, della tarda età del bronzo, al di sotto del muro di « temenos, » a contatto con il cappel­laccio – La vita greca sarebbe i­niziata già alla fine del VII sec. a. C., e continuata sempre più intensa nel VI sec. a. C.: sareb­bero prima sorti i due « temène », (i due recinti con altari all’interno e ripartizione dello spazio a guisa dei sacelli) ; quindi i due sacelli « a megaron » 1 e 2 e la cella del sacel­lo 3, oltre agli altari rotondi e quadrati disseminati nell’area; insomma già nella prima metà del VI sec. sarebbe esistito tut­to il nucleo settentrionale del santuario. Verso la metà del VI sec. si sarebbe iniziata la fonda­zione di un tempio vero e pro­prio, tentativo che non avreb­be avuto seguito – Alla fine del ‘VI sec., si sarebbe ingrandito, con l’aggiunta di un pronao, il sacello 30, interessando la fon­dazione del tempio iniziata e poi abbandonata; e vi sarebbe stato un altro tentativo di co­struzione di tempio, che anche questa volta non sarebbe anda­to al di là della piattaforma di fondazione che si conserva.

Nei primi decenni del V sec. si sarebbe realizzato il grande tempio delle divinità ctonie (quello detto dei Dioscuri) . Infine, nella 2′ metà del V sec., avanti la distruzione cartaginese, sarebbe stato costruito l’al­tro tempio a Sud, con altare monumentale a Est, tempio del quale rimangono – oltre alla platea di impostazione – solo Tronchi di colonne.

Questa era dunque la suc­cessione delle fasi fornite dal Marconi.

Purtroppo una tale soluzio­ne del problema cronologico non muoveva da una imposta­zione articolata alla stratigra­fia dei singoli e vari monumen­ti, bensì da una stratigrafia ri­gida unica accertata in un pun­to e generalizzata all’intero complesso. Ne conseguiva che la storia del santuario nella molteplicità delle sue strutture,

  • se voleva uscire dal dato stra­tigrafico irrigidito e impoverito
  • doveva essere ricostruito su considerazioni prevalentemen­te tipologiche e struttive, e sempre nell’ambito di una cro­nologia relativa.

sicilia-arcaica2

Agrigento – Il Santuario delle divinità ctonie

E’ proprio quello che fece il Marconi.

D’altra parte noi sappiamo come le cronologie cc a posterio­ri » rischiano di far cadere nel­l’astratto e nell’arbitrario.

Pertanto, ricapitolando, do­po lo scavo Marconi due erano i problemi da affrontare in una ripresa dello scavo di quell’area sacra:

  1. A) – definire tutta la parte orientale del santuario non ri­ cercata dal Marconi; ritrovare il punto di « contatto » con il santuario attiguo di Zeus.

E’ quello che si è fatto con lo scavo Griffo degli anni 1953­55, quando è stato messo in lu­ce la restante parte del santua­rio, nella sua configurazione tarda di età ellenistica: un grande portico a L aperto su di una strada N-S, fiancheggiata da botteghe dall’altro lato, strada che sbocca nella Πλατεια più meridionale (della serie che tagliava trasversalmente la valle), nella quale confluiva anche la carreggiata che entra­va dalla Porta V.

  1. B) – Il secondo problema e­ra quello di accertare la strati­grafia e la cronologia di questo restante settore del santuario, e cogliere gli elementi che di riflesso avrebbero potuto even­tualmente costituire controllo della cronologia del Marconi (su cui già il Dunbabin espres­se le sue ragionate riserve). E quanto abbiamo preso a fare con uno scavo che – come dicemmo all’inizio – ha interessa­to un edificio affiorante su di un terrazzo a ridosso di Por­ta V.

Il tempietto, messo intera­mente in luce,è interessante sia per le forme architettoniche e la particolare sistemazione che ebbe nel V sec. a. C., sia per la molteplicità di fasi struttive che ci è possibile seguire in re­lazione con i dati stratigrafici.

Si sono distinte 4 fasi:

  1. Una fase di impianto: il tempietto lungo m. 14.50 X m. 4.80 con la triplice ripartizione in pronao, cella e adyton; qual­che traccia di stele all’esterno. L’impianto si data nel 30 quar­to del VI sec. a. C. (due statuet­te ioniche di derivazione rodia: tipo della figura femminile as-sisa e velata, e ceramica T C. II sono state raccolte sulla super­ficie di uno strato residuo di terra bruna a contatto di roc­cia, strato che appare tagliato dall’impianto del tempietto) .
  2. Nella II fase al tempietto viene aggiunto un vano qua­drangolare di m. 5.15 X m. 4.15 comunicante con il pronao per mezzo di soglia, aperta nel mu­ro del pronao medesimo, della quale rimane parte della lastra. Non possiamo precisare per la­cuna della conservazione se tale vano costituisse un nuo­vo vestibolo di accesso al tempietto da Est; o fosse chiu­so verso l’esterno e ad esso si accedesse solo dall’interno del pronao originario. L’impianto del muro orientale del vano ha tagliato un piccolo edificio con­temporaneo al tempietto.sicilia-arcaica3
  1. c) In una III fase al tempietto viene aggiunto a Nord una sorta di « προπιλον » pilastrato (si conservano le basi) che av­volge il pronao originario del tempietto su tre lati. La 2′ e la 3″ fase si possono datare nel corso del V sec. a. C.

Il tempio originario ad an­te è venuto così assumendo for­me complesse, e in un certo senso singolari: con tre corpi sporgenti che ci riconducono all’illustre esempio di tempio

a tre facce », come fu detto l’Eretteo – Nello stesso periodo, all’esterno, il terrazzo antistan­te al tempio e a ridosso a Porta V risulta sistemato con una massiccia pavimentazione a grossi conci: un piazzale pavi­mentato di m. 21.50 x m. 25 limi tato sui lati Ovest e Nord da un muro che, allo stato attuale della ricerca, non saprei defini­re se di « temenos » delimitan­te l’area sacra del tempietto con il piazzale antistante (ma non è stato ritrovato il lato Est di tale peribolo) ovvero muro di un portico prospettante sul piazzale dal lato opposto al tempietto (come sarà più tardi in età ellenistica) .

sicilia-arcaica4

Agrigento – Santuario delle divinità ctonie – Settore a ridosso di Porta V: tempietto – Propylon con altare

Al terrazzo si doveva anche accedere dalla strada che en­trava da porta V (o per via di una rampa a Nord – Ovest del piazzale o da Nord), nel punto ín cui la strada raggiungeva il livello del piazzale.

  1. d) In una IV fase assi­stiamo alla sopraelevazione del livello interno del tempietto e della pavimentazione del piaz­zale; all’interno del « προπιλον »  è sistemato un recinto con alta­re quadrato.

Considerazioni di scavo pongono tale fase nella 2′ me­tà del IV sec. a. C., comunque in età ellenistica.

  1. e) L’ultima fase, romana, de­ve aver visto l’abbandono del tempietto: alcuni poveri am­bienti rimasero addossati, a li­vello ben sopraelevato rispetto a quello originario.

Una tale cronologia è basa­ta su un saggio stratigrafico e­seguito a Est, a contatto del tempietto, in un punto di consistente riempimento. La strati­grafia ci ha dato infatti una successione di strati: uno stra­to arcaico quasi a contatto di roccia, uno strato di V sec. a C. e strati ellenistico – romano.

sicilia-arcaica5Altro saggio stratigrafico (per adesso molto limitato per le difficoltà presentate dalla massiccia pavimentazione) nel­l’area del piazzale ha dato un risultato notevole, facendoci intravedere le grandi possibili­tà che la zona potrà offrire alla continuazione degli scavi ai fini degli accertamenti strati­grafici e cronologici.

La lastronatura di superfi­cie di età ellenistica non posa direttamente a contatto con la pavimentazione più antica, ma su di un interro di cm. 25 c. con materiale del V sec. a. C.; la pavimentazione più antica posa su di uno spesso e sodo battuto arenario sterile, al di sotto del quale è uno strato di terra ne­ra (di cm. 50) con avanzi prei­storici a contatto di roccia.

Questo strato preistorico a contatto di roccia risponde a quanto riscontrò il Marconi ­con spessore pressocchè identico – nel settore occidentale del santuario; il battuto arenario che suggella lo strato preisto­rico è da mettere in relazione con il momento arcaico del san­tuario, del nostro tempietto in particolare (2″ metà VI sec. a. C.) . La grossa pavimentazione in conci è in relazione con le fa­si del tempietto, nel V sec. a. C.; l’interro di tale pavimenta­zione, con l’uso e l’abbandono nella prima metà del IV; il la­stricato di superficie, sovrappo­sto, con la ripresa di vita nella 2″ metà del IV sec. (ripresa di vita che, al di là del nostro ca­so particolare, è documentato dalla quantità di terrecotte e vasi timoleontei ritrovati già nell’area dello scavo Marconi.) .

Concludendo è la prima vol­ta che nell’area di un santua­rio della collina dei tempi si in­dividua e riconosce una strati­grafia archeologica: l’importan–za del fatto trascende i limiti del monumento scoperto e sarà ancor più evidente negli svilup­pi a venire della ricerca.

ERNESTO DE MIRO

Categoria: Storia AgrigentoTag: agrigento, akragas, ernesto de miro

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