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necropoli giambertoni tomba
necropoli giambertoni tomba

Girgenti sotterranea: cosa raccontano le antiche sepolture?

17 Febbraio 2025 //  by Elio Di Bella

Nel febbraio 1901, A. Salinas descrisse gli scavi della necropoli Giambertone, situata a circa 200 metri dal tempio della Concordia di Agrigento. Gli scavi, condotti tra febbraio e marzo 1899, portarono alla luce un’area di 30×30 metri contenente diverse tipologie di sepolture, dai semplici sarcofagi a strutture più complesse.

Le tombe, esternamente intonacate di bianco con fasce rosse, presentavano varie caratteristiche architettoniche: alcune con stele e colonnine, altre con lastroni di diversa disposizione. Particolarmente notevoli erano le tombe 9 e 10, rivestite internamente di marmo grigio, e un piccolo sarcofago decorato con Nereidi e grifoni.

Nonostante la robustezza delle strutture, il contenuto delle tombe si rivelò deludente: la maggior parte conteneva solo ossa disordinate, terra sconvolta o era vuota. Furono trovati alcuni reperti significativi: monete di bronzo, lucerne in terracotta e frammenti di iscrizioni romane.

L’analisi dei reperti ha permesso di datare la necropoli all’epoca romana, con successivi interventi cristiani nel IV-V secolo d.C. La scoperta ha contribuito a determinare con certezza l’ubicazione della necropoli romana di Agrigento, risolvendo precedenti incertezze topografiche e cronologiche.

Riportiamo di seguito il testo di Salinas

A. SALINAS.
Roma 17 febbraio 1901.
GIRGENTI — Necropoli Giambertone e s. Gregorio.

Delle vastissime necropoli agrigentine, donde tanta ricchezza di splendidi vasi dipinti venne già fuori, nessuna parte notevole è visibile nel suo stato primitivo; e però dobbiamo stimarci fortunati se ora siamo in grado di esporre, scavato metodicamente, un tratto di necropoli antica, in posto facilmente accessibile, a duecento metri circa dal tempio della Concordia. Immediatamente sotto al ciglione su cui sorgono i tempî, alcuni contadini, nel gennaio del 1899, misero alla luce due grandi sepolcri, i quali per grandezza e per tipo, nuovo fin qui, mi parvero degni di studio particolare; e poiché gli scovritori avevano manomessa una parte di quegli avanzi, credetti necessario di ricercare se lì presso avessi potuto avere la fortuna di scoprire — qualche sepolcro ancora intatto.
Alla gentile condiscendenza del proprietario, cav. Pietro Giambertone, (cui mi è grato e doveroso il rendere pubbliche grazie) potei subito por mano ai lavori di scavo, i quali durarono dal 20 febbraio al 17 marzo 1899, con l’assistenza del cav. Guido Scifoni e dell’architetto sig. Ettore Petri, il quale rilevò le piante annesse alla presente relazione; e in quel periodo, in uno spazio di trenta metri per trenta metri, è venuta fuori una vera e propria necropoli, singolare per la diversità dei tipi, dal semplice sarcofago alla camera ed alle costruzioni architettoniche. Il posto della necropoli risulta dalla cartina inserita nella Tavola I, dove si vede non solo il tempio della Concordia, ma bensì l’ingresso della catacomba cristiana, conosciuta col nome di Grotta di Fragapane.
L’esterno di questi sepolcri era intonacato per intero di stucco bianco, contornato da fascie rosse, siccome appare da qualche piccolo avanzo.
Il n. 3 ha pure la stele col colonnino in cima, ma la tomba non è costituita da pezzi, essendo di un sarcofago di tufo, ricoperto da lastroni traversali; mentre il sarcofago del n. 4 ha i lastroni nel senso longitudinale, con un pezzo sovrapposto all’estremità.
E sarcofagi sono le tombe di n. 4 e 5 coperti da un solo lastrone (n. 5) o da 2 (n. 4). Una fossa scavata nella terra è il sepolcro di n. 7, che è coperto da lastre traversali,
l’estrema delle quali, quella ad occidente, ha un accenno del solito colonnino,
La tomba n. 8, dello stesso tipo di quelle di n. 1 e 2, sebbene senza stele, le supera per la sua dimensione, che raggiunge nove metri quadrati. Due tombe gemelle, per dir così, del tipo dei nn. 1, 2, sono quelle di n. 9 e 10, ma quest ultima ha la stele ed il lastrone unico, mentre l’altra è senza stele, con soli lastroni traversali. Una singolarità hanno queste due tombe, di essere rivestite all’interno da
grandi e sottili lastre di un marmo grigio, simile al bardiglio, o, piuttosto, all’ Imetto, trattenute a mezzo di malta e di tiranti di bronzo. Queste lastre, che non raggiungono,
come si vede dalla sezione (fig. 5), tutta l’altezza del vano, hanno pure notevoli dimensioni: quella di fondo m. 1,67 per m. 0,70 di larghezza, e però, non essendone lo spessore più di due centimetri, non è meraviglia se taluna di queste lastre così grandi e sottili, si trova rotta. Il sarcofago n. 11 è scavato in un sol pezzo di calcare compatto, simile alla pietra di Caldare. Il coperchio, di cui si trovarono alcuni pezzi infranti, era della stessa pietra, e a due pioventi. I nn. 12-15, 17, 20, sono, in generale, del tipo dei nn. 1 e 2, con la sola particolarità che nel n. 12 la rientranza interna nel filare superiore, non è nei fianchi, ma sibbene nell’ estremità orientale, e che nel n. 17, sotto dei lastroni di fondo, sono collocati in taglio e per lungo, dei pezzi da servire di sostegno a quelli. Semplici sarcofagi di tufo e senza coperchio, sono quelli di n. 16, 15, 19.
Ricorderò in ultimo un piccolo sarcofago di marmo (lungh. m. 1,04, largh. m. 0,37, alt. m. 0,32; alt. del coperchio m. 0,08) sulla cui fronte sono scolpite due Nereidi reggenti una targa senza scritto. Sulla parte di corpo a forma di pesce, siedono due figure nude. Nei due lati minori sono scolpiti due grifoni, uno per parte, e sull’orlo del coperchio, alquanti delfini. I molti pezzi onde si è ricomposto questo sarcofago si trovarono sparsi in prossimità delle tombe 11, 12, 15, insieme ad un pezzo di altra urnetta di marmo.
L’orientazione delle tombe è in generale da levante a ponente, con una inclinazione, più o meno sensibile a nord: tre, invece, (9, 10, 20) sono rivolte da mezzogiorno a tramontana.
Un muro fatto a grossi conci e bene squadrati (A) chiudeva il sepolcreto dal lato di oriente. Non tengo conto del grosso muro B ad opera incerta e di rozza fattura, del quale non saprei determinare l’ufficio; invece è evidente che il muro rinserrava un numero notevole di tombe (appartenenti forse ad un’unica famiglia) e che i
numerosi pezzi di trabeazione e di cunei sono avanzi di archi voltati sui pilastri e dell’ingresso del recinto, rivolto a mezzogiorno e decorato con un frontone sorretto da colonne. Infatti all’angolo sud-est, si è trovata a posto una base attica, sullo stesso fare delle modanature del frontone, e tracce della base seguente sono ancora visibili.
A proposito di queste colonne non posso tacere che il diametro dell’imoscapo loro è maggiore, di alcuni centimetri, della larghezza del pilastro corrispondente.
Descritta la disposizione e l’esteriore, per dir così della necropoli, vengo ora a dire del contenuto delle tombe, argomento purtroppo di amara delusione, poiché robustezza singolare di fabbriche e grandezza di sepolcri davano cagione a sperare il rinvenimento di ricca ed inviolata suppellettile. Ma pur troppo non fu così delle prime due tombe i contadini avevano asserito di non aver nulla trovato, fuori di ossa scomposte; ma alle asserzioni di quelli non pareva che fosse da aggiustar fede, quando l’esito dei nostri scavi ce ne dava la dolorosa conferma, avendo noi avuti i
seguenti risultati :

Tomba III — In uno strato di sabbia, ossa disordinate.
Tomba IV. — Ossame di tre scheletri.

Tomba V. — Niente.
Tomba VI. — Scheletro intiero.
Tomba VII. — Ossa miste a sabbia e a terriccio.
Tomba VIII. — Pietrame, ossa, frammenti di stoviglie ordinarie, testa di
un cane, frammento di lastra di terracotta iscritta.
Tomba IX. — Due scheletri sotto uno strato di terriccio e calce, con le teste dal lato sud.
Tomba X. — Terra sconvolta.
Tomba XI. — Pietre frammiste ad ossa.
Tomba XII. — Resti d’uno scheletro e due piccole monete.
Tomba XIII. — Nulla.
Tomba XIV. — Idem.
Tomba XV. — Idem.
Tomba XVI. — Sarcofago già scoperchiato.
Tomba XVII. — Terra sconvolta.
Tomba XVIII. — Sarcofagi già scoperchiati.
Tomba XIX. — Idem.
Tomba XX. — Molta quantità di ossa umane frammiste alla terra, una moneta e un frammento cilindrico di vetro.
Enumero ora quanto si è rinvenuto fuori delle tombe.

Piccolo frammento di marmo bianco con iscrizione romana (cent. 12 X 10) di buone lettere

Sette pezzi d’iscrizione romana, scolpita su di un marmo con macchie come di breccia africana. I pezzi, molto deteriorati, non legano insieme e son pochi. I righi dello scritto eran segnati con lineette di guida. In alcune lettere, tracce di rosso (presso alla tomba n. 17)
Sei pezzi di lastra di alabastro, semicircolare nella parte inferiore. Lettere poco bene incise, con tracce di rosso (presso il muro C, dalla parte occidentale).
Si noti che hanno la curva della pancia, aperta.
Sedici monete di bronzo.
Quattro lucerne di creta cotta (presso alla tomba n. 17) (fig. tomba n. 8. Questo frammento appartiene a quella serie di egulae mancipum furis agrigentinae, come le chiamò il Mommsen (C. I. Z. vol. X, pag. 857
servite, siccome credo di aver dimostrato, come forme per dare allo zolfo ci colava dentro, il nome del produttore. Belli esemplari ne ha acquistato il Museo di Palermo da Racalmuto (Notizie 1900, p. 659 seg.) che servirono alla costruzione di un sepolcro, come anche in muratura fu adoperato questo frammento, che ha le lettere, al solito, rilevate e rovesciate e che non è privo di pregio, sebbene incompleto, in quanto il suo scritto (Fortunati?) è diverso da quelli a me noti fin qui (fig. 7).
Dai fatti raccolti parmi si possa dedurre questo: che la necropoli fosse di tempo romano e che poi, verso il quarto o quinto secolo, i cristiani la manomettessero.
Vero è che il tipo dei sepolcri I, II, degno per la disposizione interna e per la robustezza della struttura di stare a paro coi migliori sepolcri selinuntini, potrebbe dirsi greco, ma è pur da notare che lo stesso tipo troviamo adoperato nel gruppo di sepolcri chiuso in un recinto (CCCC) di tempi indubbiamente romani, come gli archi e il modo in cui son modanati i pezzi del frontone chiaramente dimostrano.
Siamo in terra ellenica, dove la rappresentanza ufficiale della città, battendo le sue monete con l’immagine di Augusto, si credette in obbligo di scriverne in latino le epigrafi, ma dove le Sabine mettevano nella lingua di Empedocle i loro titoli sepolcrali (Kaibel, /. Gr. n. 264). Ai tempi romani ci richiamano pure il sarcofago di marmo con la scultura delle Nereidi, nonché le epigrafi, latine e greche, rinvenute a pezzi fra le tombe alle quali altra volta furono attaccate; mentre è da credere che le tombe ricoperte di stucco e decorate con colori, avessero sull’intonaco dipinti i loro titoli, perduti poi col cadere dello stucco.
In mezzo a queste tombe ebbero dimora cristiani, che vi lasciarono le lucerne sopra ricordate, le due monetine imperiali sciupate del IV o del V secolo rinvenute nella tomba XII, non che le sedici trovate sparse. Fra queste sono riconoscibili otto d’imperatori del IV o del V secolo, una di Tetrico e una di Costantino il Grande (306-337) descritte dal Cohen, /mp., vol. VI, pag. 165, n. 517.
Molte tracce di fuoco si notano pure fra le tombe XII e XV ed io non credo di far troppo torto a quei buoni cristiani attribuendo ad essi la deliberata o causale devastazione delle tombe pagane. Certo è che i Cristiani i quali convertirono al nuovo culto il tempio della Concordia, scavarono lì presso, in tutta la zona pittoresca che forma il ciglione della terrazza, tombe a loculi nel suolo e tombe con arcosolj nei tagli verticali della roccia; vi scavarono pure catacombe con sale circolari, come è appunto la così detta Grotta Fragapane, il cui ingresso meridionale, con pilastri, non dista diagonalmente dall’ angolo nord-ovest della nostra necropoli più di 12 metri, come si vede dalla pianta topografica inserita nella Tavola I. E appunto in uno dei loculi della detta grotta, scavatosi ad istanza del sig. dott. Fùhrer, benemerito ricercatore delle nostre antichità cristiane, fu rinvenuta una monetina di bronzo dell’imperatore Costante I, col titolo di augusto, e però del 337-350. Siamo, pertanto, nello stesso periodo delle monete rinvenute negli scavi della necropoli Giambertone, le quali vanno sino al quinto secolo, così come-le lucerne di terra cotta.
La necropoli da me scavata, facilmente accessibile dalla parte del tempio della Concordia e ben conservata per cura dello Stato a decoro delle antichità agrigentine, resterà come un caposaldo a determinare l’ubicazione della necropoli romana di Agrigento; la qual cosa non è senza importanza, ove si tenga conto delle incertezze che regnano intorno alle necropoli di quella nobilissima città. Perchè lo Schubring nella sua Historische Topographie von Akragas in Sticilien (Leipzig 1870, pag. 65 seg. e cap. III) rinunzia, quasi di proposito, ad una classificazione cronologica delle necropoli, mettendo fuori una dichiarazione, che ha bisogno di molte attenuanti per essere perdonata al mio vecchio amico, tanto benemerito della Sicilia; egli dice per tanto che dei diesen Denkmdlern nicht mbglich ist, die Perioden cu scheiden! E si noti che il Cavallari, che meglio del giovane tedesco, avrebbe avuto per le sue conoscenze e per la sua carica, la possibilità di ben determinare queste necropoli, accrebbe maggiormente la confusione, giungendo fino a negar non solo l’origine cristiana degli arcosolj scavati presso il tempio della Concordia, ma a crederli anteriori all’epoca romana (Cavallari, Sulla topografia di talune città greche in Sicilia e dei loro Monumenti, Palermo 1882, pag. 11 e segg., 18, 32).
Dei risultati da me ottenuti nell’esame delle varie necropoli agrigentine, darò conto in seguito: per ora basti che rimanga accertata per documenti sicuri l’esistenza della necropoli romana, a sud della città antica, immediatamente sotto del tempio della Concordia, mentre il Politi pare che non ammettesse neanche la possibilità di sepolcri nella regione meridionale (Il viaggiatore in Girgenti, 2 ediz. Palermo, 1842, pag. 27 seg.). È probabile che quella si estendesse in giù verso il fiume e che, dalla parte di ponente, si legasse alla così detta tomba di Terone, dove il Picone (Novella guida per Girgenti, Girgenti, 1883, pag. 39 e seg.), opportunamente riconobbe un gruppo di tombe romane, poi che si emancipò da certi falsi presupposti paleografici, che gli avevano fatto attribuire ad età arcaica ellenica iscrizioni del tempo romano. Da quest’ultimo posto il Museo di Girgenti, in seguito a scavi che vi fece praticare, ebbe l’iscrizione greca di Theano (Kaibel, l. cit.) e quella latina di Cal/bertius (C. I. L. X, n. 7198) e avrebbe anche dovuto avere un singolare ricordo: un cranio con due lunghi chiodi, a larga testa, conficcati, uno per parte, alle tempie.
Mi auguro che la scoperta della necropoli Giambertone voglia segnare l’inizio di uno studio sistematico delle necropoli agrigentine e voglia, sopratutto, giovare a rivolgere la cura del Governo e delle autorità locali alla conservazione religiosa di quella falda di colle che forma, direi così, lo zoccolo agli avanzi meravigliosi dei tempî agrigentini: falda che il rispetto alla storia e l’amore a bellezze uniche della natura e dell’arte vorrebbero fosse religiosamente protetta dalla sovrapposizione di deturpanti fabbriche moderne.

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia Agrigento

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