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fra felice da sambuca

Frate Felice: Il suo Genio Pittorico ad Agrigento e altrove, ancora da scoprire

10 Marzo 2024 //  by Elio Di Bella

Scopri la vita e le opere di Fra Felice, frate pittore dimenticato della provincia Agrigento. Esplora capolavori nascosti e la storia dell’arte siciliana

Nella nostra Sicilia nasceva nel 1734 Gioacchino Viscosi, più tardi (1754) Frate Felice.

La Trasformazione Artistica di Gioacchino Viscosi in Fra Felice

Abbandonò l’avvenire splendido di ricchezza di onori per chiudersi in una cella da cappuccino e dipingere le condizioni più soavi, le figure più angeliche ,che ridiedero all’Italia il primato nella pittura contemporanea.

A vent’anni, nel pittoresco convento di San Giuliano ad Erice, presso Trapani, Gioacchino Viscosi fu Fra Felice.

Da allora, nelle sue peregrinazioni di convento in convento, poté arricchire la Sicilia di innumerevoli opere, lasciando ovunque tracce della sua dimora: Castelvetrano, Partanna, Menfi, Burgio, Alessandria della Rocca, Palermo.

Quasi tutti i conventi delle province Cappuccine possiedono affreschi e tele insuperabili per vivezza di colori, per la dolcezza delle Madonne, per il realismo delle cose espresse.

L’Eredità Invisibile: Opere Dimenticate nei Conventi di Sicilia

Agrigento arricchì il suo museo e le sue chiese con i quadri del frate pittore; la sola chiesa di San Pietro ne possiede più di 12, dimenticati, impolverati, esposti in cattiva luce e, quel che è peggio, sconosciuti.

Nella parrocchia di San Michele c’era un quadro emulo del celebre capolavoro di Guido Reni, un San Michele che scaccia Lucifero; opera finemente lavorata e che sta tra le più compiute che si conoscano.

San Pietro e San Michele: Tesori Celati di Agrigento

Il seminario ha una tela piena di vita e di fede: i quattro antichi dottori della Chiesa (oggi questa tela è rovinata del tutto, quasi completamente lacerata e collocata in un remoto ripostiglio N. D. R.); talché nella sola città di Agrigento si conoscono 20 opere della mano di Fra Felice.

Tutti i quadri della matrice di Licata sono opera sua e Sambuca possiede del fraticello un centinaio di tele ed una decina di affreschi, oltre un gran numero di quadretti.

La Luce e il Colore: Il Realismo Rivoluzionario di Fra Felice

Quale fosse la forza nei suoi soggetti, la magia del colorito, il realismo, qualche volta un po’ troppo spinto, può facilmente giudicarsi dall’impressione favorevole,

dall’influsso di vita nuova che egli seppe apportare nella vecchia Roma, quando egli fu chiamato per dipingere quadri da esporsi nella basilica in Vaticano per la canonizzazione del beato Bernardo da Corleone e del beato Lorenzo da Brindisi.

Benedetto XIII fu talmente invaghito dall’opera del pittore cappuccino che, non sapendo come meglio mostragli la sua commozione, pose sulla corona, rara di capelli, dell’artista la papalina bianca da pontefice lasciandogliela come ricordo del suo affetto

(fu tanta l’ammirazione degli artisti, quando il Papa riferì il fatto, che ben volentieri lo accettarono come principe dell’Accademia di San Luca).

Tuttora, nella seconda cappella destra del convento Barberini, c’è un quadro meraviglioso del nostro pittore, uno di quei quadri in cui si sente il desiderio di essere artisti e ci sorprende la forza del genio.

Il beato Lorenzo è inginocchiato dinanzi ad una Madonna, dall’aria del volto bellissima, dietro una figura d’angelo che sostiene il beato e si mostra di scorcio.

Dall’Oblio alla Riscoperta: Il Rinascimento di Fra Felice

Uno studio più accurato meriterebbe in quel genere di pittura rimessa in onore, specialmente dopo l’esposizione di Milano: il bianco e nero!

Alcuni specialmente in Italia sono persuasi che più vale la disposizione della luce che non il magistero del colore, nella rappresentazione di un soggetto. Ebbene Fra Felice ha soggetti toccati con questo sistema, che meriterebbero essere esposti nelle gallerie dell’arte moderna.

Nel refettorio dei padri cappuccini in Sambuca, vi sono tre quadri: una refezione durante la fuga in Egitto, soggetto piuttosto vasto e con sfondo di paesaggio;

due altri quadri più piccoli, un Gesù, una Vergine a mezza figura d’una delicatezza sorprendente.

In questi quadri non c’è che il bianco e nero, ma il genio dell’artista vi si rivela lo stesso.

Una gloria della Sicilia

La calma regna deliziosa in questi tre quadri.

Quanta poesia in quella fuga in Egitto. Quanta semplicità in quel volto inchinato di San Giuseppe intento a spezzare il pane sulla mensa preparata all’ombra di una palma, sopra un ruvido sasso, e la Vergine madre culla il piccolo Gesù dalla testina reclinata nel sonno divino.

Ci fossero resi facili i mezzi di riproduzione, fosse possibile educare il popolo al gusto dell’arte, all’ammirazione dei nostri tesori,

mentre invece si vedono le nostre chiese, anche nelle città più popolate della diocesi, piene zeppe di oleografie ridicole, di quadri insignificanti, quando non si deturpano gli oggetti d’arte coprendoli di fronzoli.

Forse la mancanza delle riproduzioni e della reclame, fatta attorno ad un nome tanto meritevole hanno fatto dimenticare una gloria sì bella della nostra Sicilia!

Il tempo in cui visse Fra Felice non fu adatto farlo conoscere.

Un artista ancora tutto da scoprire

La mancanza assoluta di viabilità, di esposizione artistiche, le turbolenze apportate dalla rivoluzione francese delle guerre napoleoniche,

i grandi cataclismi dell’epoca e più ancora la profonda umiltà dell’artista dovettero concorrere a tarpare le ali della fama.

Solo la tradizione tenuto vivo il ricordo d’una Gloria dell’Ordine, giacché nell’iscrizione che si trova sotto il ritratto ad olio nei Cappuccini di Palermo, non c’è un accenno delle qualità artistiche del frate.

A destra dell’altare maggiore del convento sorgente nella Conca d’Oro, una piccola lapide bianca copre il sepolcro del frate.

Il 29 marzo 1817, monsignor Gravina, vescovo di Catania ed il canonico Don Giuseppe Amorelli, più tardi arcivescovo di Siracusa, fecero porre l’iscrizione, ora un po’ logora dal continuo sfregamento dei sandali:

Memoriae dulcissimae Fratis Felicis Sambucensis Cappiccini vita functi die 14 mensis decembris 1805 cuius ossa venerabilia communi voto hic traslata fuere pietate. Exc…mi ac Rev.mi Do.mi Don Gabriellis Gravina, Episcopi Catanansis die 29 mensis natii anno 1817. Ill-mus Archipresbiter Don Joseph Amorelli nomine Patriae obsequentissime posi curavit”.

Anche questa iscrizione non un cenno dell’arte di Fra Felice. Sarà stato forse un desiderio del frate innamorato di pace di oblio?

Se l’azione di questo frate si fosse svolta a Roma, in condizioni più adatte, invece che nelle piccole città della Sicilia, forse la “guida Bianchi” indicherebbe le opere del frate, sparse nelle pinacoteche romane.

Ed un secolo è trascorso!

Centoquattro anni dalla morte del frate.

I conventi della nostra Sicilia hanno perduto le notizie di chi li trasformava in pinacoteche. Nei tramonti opalini, sotto gli olmi sussurranti, frate felice aveva le visioni di cielo.

Nelle albe precoci della primavera lontana, la Madonna degli angeli venivano sorridenti e popolavano la sua solitaria cella e lui dipingeva, vecchio mago del colore l’apoteosi del poverello di Assisi e le sacre famiglie.

Sono trascorsi 104 anni senza che la sua patria avesse innalzato la sua memoria anche un piccolo ricordo marmoreo, senza che la società inneggiante le famose nullità del momento,

avesse considerato quale fosse stata l’azione di Fra Felice nella pittura italiana.

Peppino Cacioppo, 15 marzo 1909

Categoria: Cultura, In 5 Minuti, Storia ComuniTag: agrigento, fa felice da sambuca

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