Esplora il legame unico tra Dante e la Sicilia attraverso la Divina Commedia. Scopri come la cultura e la storia siciliana hanno ispirato il grande poeta.
Luoghi, eventi, figure e personaggi legati alla vicenda storica della Sicilia possiamo leggerli anche nei veri di Dante nella Divina Commedia.
La Sicilia è la bella Trinacria descritta in questa terzina dantesca:
che caliga tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo (Par. V ili,
67 sgg.)
ed è anche la fiammeggiante
isola del foco,
l’isola dove Anchise finì la lunga etate (Par. XIX 131 + 132) e dove, in Mongibello, arde
la fucina negra di Vulcano (Inf. XIV, 56).
La Cicilia è la terra alla quale
Dionisio ferofè aver dolorosi anni (Inf. XII 107-08),
E’ la terra dove il popolo si ribellò agli Angioini con i celebri Vespri siciliani non sopportando la mala signoria, che esplose con violenza a Palermo portando il popolo a gridare
Mora, M ora! (Par VIII 67 segg.).
E Carlo Martello nello stesso canto sottolinea che quella rivolta provocato dal malgoverno francese, la Sicilia
attesi avrebbe li
suoi regi ancora, giacchè i regni di Francia erano nati grazie a lui
La Cicilia la troviamo nelle parole di Manfredi, compie l’estremo tentativo di risollevare le sorti del partito ghibellino sostenendo di essere nepote di Costanza imperatrice e si raccomanda a Dante affinchè in terra non si dimentichino di lui poiché ha necessita dei suffragi dai vivi poiché si trova in purgatorio, pur essendo egli morto in contumacia di Santa Chiesa:
…ti priego che quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d ’Aragona,
e dichi il vero a lei, s ’altro si dice. (Purg: III, 114-117).
Il tiranno Falaride Falaride viene nel canto XXVII dell’Inferno per il suo famigerato toro
bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui e ciò fu dritto,
che l’aveva temperato con sua lima (Inf. XXVII, 7-9)
Non solo Falaride però, ma anche il grande filosofo di Akragas Empedocle, abbiamo nella Divina Commedia e precisamente a lui allude ponendolo nel Limbo assieme ad Aristotele, Platone, Democrito e Zenone.
Leggiamo nel Canto XII dell’Inferno:
da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’io pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda
più volte il mondo in caos converso (Inf. XII 40-43)
E poi nel quarto cerchio dell’Inferno la vista degli avari e prodighi, che si scontrano di continuo, lo conducono a pensare alle mareggiate nello stretto di Messina:
Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s ’intoppa,
così convien che qui la gente riddi (Inf. VII 22-24).
Nel Paradiso, nel cielo di Giove, abbiamo il trionfo della giustizia («diligite iustitiam qui iudicatis terram»), e la Sicilia è la terra che
«plora» (rimpiange) il re Guglielmo II il Buono morto, mentre «piagne», si lamenta, del sovrano «vivo» (Federico II d ’Aragona).
La «mala signoria» è disprezzata e viene esaltata la buona, che non «accora» i popoli soggetti, che rimpiangono sempre di chi ha saputo ben governare.
Nel canto XXIV del Purgatorio ricorda il Notaro Giacomo da Lentini come colui dal quale lui stesso “fore trasse le nuove rime”. E il nome del Notaro è inscindibile da quello di Federico II (Jacobus de Leontino domini imperatoris notarius) presso la cui corte palermitana si sviluppò la Scuola poetica siciliana, come punto di partenza per quella che sarebbe stata, come lo è, la grandezza della poesia italiana a cominciare dalla seconda parte del 1.200.
Il rapporto tra Dante Alighieri e la Sicilia, nonché l’influenza della Scuola Poetica Siciliana sul Dolce Stil Novo, è un tema ricco e sfaccettato, che abbraccia aspetti culturali, linguistici e letterari. Dante riconosceva l’importanza della Scuola Siciliana, considerata una delle prime manifestazioni della poesia volgare italiana e rilevante per l’evoluzione della letteratura italiana.
La Scuola Siciliana fiorì sotto Federico II e contribuì notevolmente alla poesia italiana con una lingua raffinata, che Dante stesso studiò e apprezzò. Questa scuola primeggiava per l’uso di un “volgare” nobile e per la produzione di una poesia che avrebbe influenzato la letteratura successiva, inclusa quella del Dolce Stil Novo.
Dante, nel suo “De vulgari eloquentia”, lodava la lingua siciliana per la sua eleganza e per essere stata utilizzata da molti poeti illustri della sua epoca. Questa influenza è evidente nel Dolce Stil Novo, che si distingue per il suo stile raffinato e per l’elevazione della figura femminile a simbolo di virtù e di grazia quasi divina, riflettendo un amore ideale e platonico, in contrasto con la più terrena poesia cortese precedente.
Un elemento distintivo portato dalla Sicilia alla poesia italiana, e successivamente incorporato da Dante e altri poeti del Dolce Stil Novo, è il sonetto, una forma poetica che Jacopo da Lentini, membro della Scuola Siciliana, è tradizionalmente accreditato per aver inventato. Il sonetto, con la sua struttura rigorosa di 14 versi, divenne una delle forme poetiche più amate e utilizzate durante il Rinascimento .
Dante non solo assorbì questi elementi stilistici e tematici, ma li trasformò, dando al Dolce Stil Novo una nuova profondità filosofica e espressiva. Nei suoi scritti, il legame tra le due scuole poetiche è evidente e viene enfatizzato come un fondamento del suo percorso letterario.
In conclusione, il rapporto tra Dante e la Sicilia attraverso la Scuola Poetica Siciliana è fondamentale per comprendere l’evoluzione della poesia italiana e il ruolo di Dante in questo processo di rinnovamento culturale e linguistico.


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