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mondo rurale siciliano secolo XIII
mondo rurale siciliano secolo XIII

Confisca e restituzione dei beni ad Agrigento: un documento del 1270

24 Dicembre 2024 //  by Elio Di Bella

Un documento del 1270 rivela la confisca e la restituzione di beni della Chiesa di Agrigento da parte di Carlo I d’Angiò. Scopri il contesto storico e i dettagli di questa vicenda.

Il documento originale in latino

«Ex parte venerabilis patris episcopi agrigentini fuit nobis humiliter supplicatum, ut cum nonnulli proditores nostri plra de bonis agrigentinae ecclesiae, ad annuum censum locata tenuerint, quae ob proditionem ipsorum, cum aliis bonis eorumdem proditorum sunt ad opus nostrae curiae devoluta, restitui sibi illa de benignitate regia mandaremus.

— Ideo fidelitati tuae etc., quatenus ejusmodi bona quae tibi eos constiterit ab ecclesia agrigentina ad annuum censum tenuisse memorato episcopo restituas; ita tamen quod bona ipsa, postquam illa restitneris. infra mensem fidelibus nostris licet.

— Quod si in eodem constituto bona supraedicta non locaverit illa te volumus ad opus nostra curiae revocari. Datura Panormi 4 augusti XIII indict., regni nostri anno sesto.
« In exsecutionem harum literaram* per testes dignos fidei juratos probatum est ecclesiae agrigentinae haec bona fuisse.

— Vinea, quam tenebat Antinorus, in contrata Flumariae Gigantum, vinea Rogerii De Culla in contrata Gigantum, vinea Guidonis De Bonaparte, in contrata De Burgillimonis, vineale Tibaldi De Rhodo, in contrata Flumariae Gigantum, vinea Ugolini senensis in eadem contrata vinea Amati Degerlando, in contrata Harrubiae, vineae duae Mercatantis militis in contrata Flumariae, Gigantum, vinea Gualterii De Panormo, in contrata Harrubiae, vinea Brahami Amuri judaei in contrata sancti Blasii, vinea Beatricis mulieris, in civitate veteri, vineale notarii Matthaei De Lando in civitate veteri, vinea Fargionis De Camerata, judaei, in Flumaria Gigantum, vineale Raynerii De Angivina, in civitate veteri, vineale quondam Orlandi Marlettae, in Flumaria Gigantum vinea Deitisalvi, senensis, in contrata supra viridarium Amagiarum terra vacua quae fuit viridarium Nicolai de Aspello , tenimentum domorum, quod tenebat Fridericus Malecta, apotheca quae fuit quondam Matthaei Musso, et tenimentum domorum Barchisani Tussi, domus Orlandi de Angivina casale de Garancifuni, quod tenebat Raynerius De-Plumbino, in contrata fluminis Nari, forus Aynnamili, vinea Tallarini senensis, in contrata Burgillimonis, vinea quae fuit Guidonis De Bonaparte in eadem contrata, vinea Orlandi De Angivina, in eadem contrata, quae fuerunt de bonis ecclesiae agrigentinae, ab eadem locata ad annuum censum, et deinde ad curiam devoluta a proditoribus, et virtute mandati regii, agrigentino episcopo restituta. — Anno 1270, 22 augusti XIII indict.»

“Carlo, per grazia di Dio re di Sicilia ecc. – Segreto di Sicilia.

Da parte del venerabile padre vescovo di Agrigento ci è stato umilmente supplicato, poiché alcuni nostri traditori tenevano diversi beni della chiesa agrigentina, dati in affitto con canone annuo, i quali a causa del loro tradimento, insieme ad altri beni degli stessi traditori, sono stati devoluti alla nostra curia, di ordinare la restituzione di essi al vescovo per benignità regia.

– Pertanto, alla tua fedeltà ecc., affinché tu restituisca tali beni, che tu hai accertato essere stati tenuti dalla chiesa agrigentina con canone annuo, al suddetto vescovo; tuttavia, a condizione che gli stessi beni, dopo che li avrai restituiti, entro un mese siano messi all’asta per i nostri fedeli.

– Che se entro lo stesso termine stabilito non avrà affittato i suddetti beni, vogliamo che essi siano revocati a beneficio della nostra curia. Dato a Palermo il 4 agosto XIII indizione, anno sesto del nostro regno.
In esecuzione di questa lettera, per mezzo di testimoni degni di fede, giurati, è stato provato che questi beni appartenevano alla chiesa agrigentina: – La vigna, che teneva Antinoro, in contrada Flumariae Gigantum, la vigna di Ruggero De Culla in contrada Gigantum, la vigna di Guido De Bonaparte, in contrada De Burgillimonis, il vigneto di Tibaldo De Rhodo, in contrada Flumariae Gigantum, la vigna di Ugolino senese nella stessa contrada, la vigna di Amato Degerlando, in contrada Harrubiae, due vigne di Mercatante milite in contrada Flumariae Gigantum, la vigna di Gualtiero De Panormo, in contrada Harrubiae, la vigna di Brahami Amuri ebreo in contrada San Blasii, la vigna di Beatrice donna, nella città vecchia, il vigneto del notaio Matteo De Lando nella città vecchia, la vigna di Fargione De Camerata, ebreo, in Flumaria Gigantum, il vigneto di Raniero De Angivina, nella città vecchia, il vigneto già di Orlando Marletta, in Flumaria Gigantum, la vigna di Deitisalvi, senese, in contrada sopra il giardino di Amagiarum, terra vacua che fu giardino di Nicola de Aspello, l’appezzamento di case, che teneva Federico Malecta, il magazzino che fu già di Matteo Musso, e l’appezzamento di case di Barchisano Tussi, la casa di Orlando de Angivina, il casale di Garancifuni, che teneva Raniero De-Plumbino, in contrada del fiume Naro, il foro Aynnamili, la vigna di Tallarini senese, in contrada Burgillimonis, la vigna che fu di Guido De Bonaparte nella stessa contrada, la vigna di Orlando De Angivina, nella stessa contrada, che furono dei beni della chiesa agrigentina, da essa dati in affitto con canone annuo, e poi devoluti alla curia dai traditori, e in virtù del mandato regio, restituiti al vescovo di Agrigento. – Anno 1270, 22 agosto XIII indizione.”

Carlo d’Angiò: Il documento è emanato da Carlo I d’Angiò, re di Sicilia dal 1266 al 1282. Dopo la battaglia di Benevento (1266), Carlo sconfisse gli Svevi e si impadronì del Regno di Sicilia.
Traditori: Il documento menziona dei “traditori”. Probabilmente si tratta di seguaci di Corradino che si erano ribellati al dominio angioino.
Beni confiscati: I beni confiscati ai traditori e restituiti alla Chiesa di Agrigento erano principalmente vigneti e terreni agricoli, ma anche case e magazzini. Questo ci dà un’idea dell’importanza della Chiesa come proprietaria terriera nel Medioevo.
XIII indizione: L’indizione era un ciclo di 15 anni utilizzato per la datazione dei documenti. La XIII indizione corrisponde all’anno 1270.
Toponimi: I toponimi menzionati nel documento (Flumariae Gigantum, Harrubiae, Burgillimonis, ecc.) ci forniscono informazioni sulla geografia storica della zona di Agrigento nel XIII secolo.

OSSERVAZIONI dello storico Giuseppe Picone

Questo documento, oltre i nomi dei seguaci di Corradino i quali subirono in Girgenti supplizi e confische ci rivela che il censimento dei beni ecclesiastici era legge fondamentale del regno.
Che il diploma di Carlo di Angiò non era, che la esecuzione delle precedenti leggi, chiamate in vigore da Federico II, colla sua costituzione Praedecessorum, per la quale venia sancito che ove i beni immobili della chiesa non si fossero censiti infra un anno un mese ed un giorno dal dì dello acquisto, si sarebbero devoluti al fisco.
Niccolò de Aspello è quello che, insieme a sua moglie Serena, restituiva alla chiesa agrigentina i tre casali di Chinese, Aymiramile e Fonterrosso, che egli aveva occupato ai tempi di re Manfredo, e le cedeva altresì una vigna in s. Leone, in isconto dei frutti percepiti.

Un breve racconto ispirato alla vicenda storica

La vigna di Antinoro

Agrigento, 1270. Il sole siciliano picchiava implacabile sulle terre arse, ma nelle vigne di Flumariae Gigantum l’aria era più fresca, rinfrescata dalle fronde rigogliose. Antinoro, con il sudore che gli imperlava la fronte, curava con amore i suoi filari, ignaro del destino che incombeva su di lui. Era un uomo semplice, legato alla sua terra, ma le sue scelte politiche lo avrebbero portato alla rovina.

Antinoro, infatti, aveva appoggiato la fazione sbagliata. In quei tempi turbolenti, dopo l’arrivo degli Angioini, la Sicilia era un calderone ribollente di fazioni e tradimenti. E quando la rivolta contro il re Carlo fallì, la vendetta fu spietata.

I beni di Antinoro, tra cui la sua amata vigna, furono confiscati e assegnati alla Curia. Un colpo durissimo per l’uomo, che si vide privato del frutto del suo lavoro, del suo sostentamento, della sua stessa identità.

Ma la Chiesa agrigentina, guidata dal vescovo, non era insensibile al dramma di Antinoro e degli altri contadini colpiti dalla confisca. Con umiltà, il vescovo si rivolse al re, chiedendo la restituzione di quelle terre che da sempre appartenevano alla comunità ecclesiastica.

Carlo I d’Angiò, forse mosso a compassione o forse per ragioni politiche, accolse la richiesta del vescovo. I beni furono restituiti alla Chiesa, a patto che fossero poi affittati ai fedeli.

Antinoro, insieme agli altri contadini, poté così tornare alla sua vigna, non più come proprietario, ma come affittuario. Un piccolo sollievo in un momento difficile, una nuova partenza sotto l’ala protettrice della Chiesa.

La storia di Antinoro e della sua vigna ci ricorda come le vicende politiche possano sconvolgere la vita delle persone comuni, privandole di tutto ciò che hanno di più caro. Ma ci mostra anche la forza della comunità, la solidarietà della Chiesa e la possibilità di una nuova speranza anche nei momenti più bui.

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