Le diverse interpretazioni storiche sulla caduta dell’Impero Romano: dalle teorie di Polibio alle riflessioni di Sant’Ambrogio fino all’analisi di Montesquieu.
“La meditazione sulle «cause» della caduta dell’impero romano ha origini molto lontane. Già lo storico greco Polibio si era domandato come sarebbe andato in rovina l’impero che stava nascendo proprio allora: «Due sono i modi in cui ogni tipo di stato suole perire: un modo è la rovina che viene dall’esterno; l’altro, viceversa, è la crisi interna. Difficile a prevedere il primo, determinato dall’interno il secondo». Cinque secoli dopo, verso il 386/388 dC, in un momento di crisi per l’impero, il vescovo di Milano Ambrogio riprendeva la distinzione, ma a modo suo. Gli hostes estranei, i «nemici esterni», erano ormai usciti dall’anonimato; i loro nomi correvano, accompagnati da spavento, sulle bocche di tutti: Unni, Alani, Goti ecc. Agli hostes domestici, ai «nemici interni», il nome lo dava egli stesso: erano le passioni colpevoli, soprattutto la cupidigia del possesso e del potere. Non occorre dire che, per un cristiano come Ambrogio, questi nemici erano molto più insidiosi degli altri. Più vicine per abito mentale allo «scienziato» Polibio, le generazioni di storici che si sono succedute dall’inizio dell’età moderna in poi sono state però discordi nel valutare il peso rispettivo delle cause esterne e delle cause interne. Dalla storiografia umanistica l’impero, nel suo insieme, è stato considerato come un periodo durante il quale i valori politici e civili della tradizione repubblicana si andarono a poco a poco dissolvendo. Fino al secolo XVIII incluso, la maggioranza degli storici si propendeva per le cause interne. Nel 1734, Montesquieu (nelle Considerazioni sulla grandezza e la decadenza dei Romani) incolpò lo strapotere dell’esercito, il lusso eccessivo, e l’estensione stessa dell’impero” (Girolamo Arnaldi, Guido Clemente, L’Autunno del mondo antico, Storia e Dossier, Giunti, 1986, pag.5)
Analizziamo approfonditamente questo interessante testo sulla caduta dell’Impero Romano, esaminando le diverse prospettive storiche presentate.
La visione di Polibio (II secolo aC):
Fornisce una prima analisi teorica sulla possibile caduta dell’impero nascente
Identifica due modalità di declino degli stati:
Cause esterne (difficili da prevedere)
Crisi interne (più determinabili e controllabili)
La sua è un’analisi razionale e “scientifica” del fenomeno
La prospettiva di Ambrogio (386/388 dC):
Reinterpreta la separazione di Polibio in chiave cristiana
Identifica chiaramente i nemici esterni: Unni, Alani, Goti
Definisce i nemici interni in termini morali e spirituali:
La cupidigia del possesso
La brama di potere
Per lui, da vescovo cristiano, i nemici interni (le passioni) sono più pericolosi di quelli esterni
L’evoluzione del dibattito in età moderna:
Gli storici si riavvicinano all’approccio analitico di Polibio
La storiografia umanistica evidenzia:
Un graduale deterioramento dei valori repubblicani durante l’impero
Un processo di decadenza morale e politica
La prospettiva del XVIII secolo:
Predomina l’attenzione alle cause interne
Montesquieu (1734) identifica tre cause principali:
L’eccessivo potere dell’esercito
Il lusso smodatamente
L’eccessiva estensione territoriale dell’impero
Questo dibattito storico evidenzia come l’interpretazione della caduta dell’Impero Romano sia evoluta nel tempo, riflettendo spesso le preoccupazioni ei valori delle diverse epoche. È interessante notare come si passi da un’analisi “laica” (Polibio) a una religiosa (Ambrogio), per poi tornare a interpretazioni più secolari nell’età moderna.
La questione delle cause interne vs. esterne rimane un tema centrale nel dibattito, con diversa enfasi a seconda del periodo storico e dell’orientamento culturale degli studiosi. Questa evoluzione interpretativa ci mostra anche come la comprensione degli eventi storici sia influenzata dal contesto culturale in cui gli storici si sviluppano.


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