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danza dei diavoli a prizzi
danza dei diavoli a prizzi

Balletti di Santi e Danze di Diavoli: Riti che Uniscono Religione, Superstizione e Tradizione

17 Maggio 2025 //  by Elio Di Bella

Le celebrazioni religiose in Sicilia non si limitano a semplici atti devozionali, ma si trasformano in vere e proprie coreografie sacre, dove il trasporto dei fercoli (o vare) diventa un linguaggio corporeo strutturato.

Queste performances, radicate in stratificazioni culturali che uniscono tradizioni pre-cristiane, medievali e moderne, rivelano un codice cinetico preciso.

I simulacri dei santi non vengono semplicemente portati in processione: sono fatti oscillare, ruotare e correre secondo ritmi che ricordano danze ancestrali.

La musica, elemento chiave, accompagna tali movimenti con tarantelle, marce funebri o polke, creando un dialogo tra sacro e profano.

Antichi rituali pagani

Autori come Antonino Buttitta e Giovanni Di Mariano hanno evidenziato come queste pratiche affondino le radici in rituali pagani legati alla fertilità e al ciclo delle stagioni, successivamente rielaborati in chiave cristiana.

 Il risultato è una sintesi unica, dove il movimento diventa preghiera, e la processione si trasforma in un “balletto sacro” collettivo, capace di coinvolgere intere comunità in una coreografia di fede e identità.

Nei paesi siciliani

Tra le manifestazioni più emblematiche spicca il Ballo dei Diavoli a Prizzi (PA), un dramma rituale che si svolge durante la Domenica di Pasqua.

Qui, figure mascherate di Diavoli (in rosso) e della Morte (in giallo) inscenano una lotta frenetica per impedire l’incontro tra la Madonna e il Cristo Risorto.

La loro danza, interrotta dall’intervento degli Angeli, non è solo una rappresentazione del conflitto tra Bene e Male, ma simboleggia la rigenerazione primaverile, dove il caos iniziale viene domato attraverso inchini rituali che “purificano” lo spazio sacro.

A Caltabellotta (AG), invece, San Michele Arcangelo agisce come messaggero divino durante i riti pasquali.

L’incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna evoca nozze divine (ierogamia), un tema che rimanda a culti precristiani di divinità femminili legate alla terra, come Demetra. La formula “Viva Ù Gigliu e Viva la Rosa” – dove il giglio simboleggia la purezza mariana e la rosa la passione di Cristo – ribadisce questa unione mistica.

Catania il fercolo di Sant’Agata viene trainato con un’annacata – un’oscillazione laterale – mentre le cannalore (ceri monumentali) avanzano con un’andatura cadenzata (’a ’nnacata), una coreografia che richiede forza fisica e coordinazione, trasformando la processione in un’espressione di resistenza comunitaria contro le avversità storiche, come le eruzioni dell’Etna.

Il trasporto dei fercoli obbedisce a regole non scritte ma rigorose.

A Sferracavallo, durante la festa dei Santi Cosma e Damiano, i portatori fanno roteare il fercolo su sé stesso, creando un vortice che simbolicamente “apre” un varco tra il mondo umano e quello divino.

 A Mistretta, invece, i devoti di San Sebastiano corrono scalzi, trasformando la sofferenza fisica in un’offerta penitenziale. La musica gioca un ruolo altrettanto cruciale: ogni santo ha una “divisa sonora” specifica, come la sammichilata per San Michele, una melodia marziale che scandisce i passi dei portatori.

A Caltagirone, durante la Settimana Santa, i canti liturgici si alternano a ritmi vivaci, modulando l’intensità delle corse. Secondo Sergio Bonanzinga, etnomusicologo, questi suoni non sono mere colonne sonore, ma strumenti di mediazione tra il sacro e il profano, dove la banda musicale diventa un’estensione rituale del corpo collettivo.

Le danze sacre siciliane sono cariche di stratificazioni simboliche. Non manca, tuttavia, una dimensione “agonistica”: nelle Rigattiate (es. Calamonaci, Burgio), le confraternite si sfidano in corse sfrenate con le vare, trasformando il rito in una prova di prestigio sociale. Questo agonismo, spesso legato a rivalità di quartiere, riflette una dialettica tra fede e competizione terrena, dove l’abilità fisica dei portatori diventa metafora di grazia divina.

Gli studi dei ricercatori

Gli studi di Antonino Buttitta e F. Giallombardo hanno messo in luce come queste pratiche derivino da antiche forme di possessione rituale, dove il movimento del fercolo simula l’”agitazione” del santo che prende vita. Giovanni Di Mariano, invece, collega le rotazioni delle vare alle processioni ellenistiche di Iside, sottolineando una continuità mediterranea.

Oggi, nonostante la modernizzazione, molte comunità preservano queste tradizioni, ma non mancano criticità. A Randazzo, l’uso di bambini come figuranti sulle vare ha sollevato interrogativi etici, mentre in alcuni casi l’agonismo eccessivo rischia di ridurre il rito a spettacolo.

Tuttavia, come nota Bonanzinga, la resilienza di queste pratiche dimostra la loro funzione identitaria: non sono solo atti religiosi, ma “archivi viventi” di memoria collettiva, dove gesti antichi diventano strumenti di resistenza culturale.

Le danze sacre dei santi in Sicilia rappresentano un crocevia unico tra spiritualità, arte e antropologia. Ogni oscillazione del fercolo, ogni grido rituale, ogni marcia incalzante è un capitolo di una narrazione collettiva che parla di fede, identità e sopravvivenza culturale. Queste performance, oltre a essere un ponte tra passato e presente, meritano di essere tutelate.

Elio Di Bella

Categoria: Storia SiciliaTag: religione, superstizione

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