‘U ‘ncagliacani di Favara

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‘U ‘ncagliacani (l’accalappia cani)

Lo chiamavamo ‘u Zi’ Turiddru ‘ncagliacani (sig. Salvatore Russello). Era un uomo sui trentacinque/quarant’anni, enorme, ma con le spalle e la testa troppo piccoli rispetto al resto del corpo. I suoi occhi erano grandi dai riflessi verdi, acquosi e allungati. Le sue mani perennemente piene di pustema (infezione).
il suo mestiere era accalappiare i cani randagi in giro per Favara dietro incarico del Municipio. Lavoro che svolgeva con professionalità, determinazione, e senza mai maltrattare i cani. Ovviamente, per pura necessità, per campare la famiglia che di quei tempi erano numerose.

Era dotato di un carretto trainato da una mula, trasformato in cellulare per cani, ovvero munito di 4 gabbie in ferro costruite ad hoc dal fabbro. La sua arma era una sorta di canna da pesca lunga due metri terminante con un filo di canapa ‘nsivatu (ingrassato con midollo) a mò di ghiaccu (cappio) regolabile. Era un vero maestro.

Appena avvistava un povero randagio, parcheggiava il suo orribile carro e iniziava il lugubre rituale che consisteva nel costringere la preda contro la parete di una casa, e poi, piano piano, avvicinava la sua infallibile arma, accompagnata da versi dolci: “veni cca beddru miu, un t’arriminari ca t’incagliu” (vieni qua bello mio, non ti muovere che t’acchiappo).
Otto volte su dieci riusciva nel suo intento. A volte si beccava qualche morso. Di fatti molti sospettavano e vociferavano che fosse proprio lui il malaluna (licantropo) del quartiere. Non riesco a scordarmi ‘sti poveri animaletti che se la facevano addosso dalla paura. Intuivano la loro sorte da li a qualche giorno.
Molti cani ormai scannaliati (scandalizzati), appena avvistavano il carretto, e ancor prima, appena sentivano il sinistro cigolio delle ruote salire dal conzu (piazza della Libertà), se la davano a gambe. Ma sarebbero vissuti nel terrore. Non avevano speranze contro ‘U Zi Turiddru ‘ncaglia cani.

Noi ragazzini assistevamo a queste scene chi divertito, chi scettico, chi triste e impotente. In cuor mio li avrei salvati tutti.
Talvolta capitava che qualche cane che non era randagio finisse nel mucchio, come il nostro Cirneco, un giorno. Allora bisognava che con papà si andasse dietro al macello, dove li depositavano prima di sopprimerli, e recuperarlo con tanto di supplica o raccomandazione se non addirittura pagando un servizio reso e liquidato da parte dell’amministrazione.
Non c’erano allora i canili comunali e se c’erano, fungevano da porto di transito prima della soppressione fisica.

Non mi ero mai posto la domanda su come venissero abbattuti, ma non riesco a immaginare niente di diverso da un veleno o, peggio, da una bastonata in testa.
Una crudeltà che già allora negli anni ‘50 abborrivo, mentre i cittadini favaresi erano ben felici di essere stati liberati di quei cagnacci rognosi e rabbiosi.
Dal  libro inedito “Odori, Sapori & Mestieri degli anni ‘50” .

Elio Di Bella

Docente in Storia e Filosofia, giornalista e blogger. Studioso di storia locale.

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