L’uomo nella riflessione filosofica degli ultimi due secoli

filosofia1

E’ sempre stato arduo per qualsiasi filosofo affrontare il tema dell’uomo perchè l’intelligenza umana che indaga sull’essere, sui suoi caratteri, sui suoi valori è incapace di circoscrivere tutto l’essere di cui si occupa e la persona si erge su un piano che accede la capacità di cui la nostra ragione è fornita.

. Non potendo esaurire in sè l’uomo; darne una definizione esauriente, essa formula delle ipotesi, per cui ogni pensatore, affrontando la tematica dell’uomo, offre una propria descrizione in base alla concezione sintetica che ha o non ha dell’essere.

Un concetto matematico è espresso sempre allo stesso modo; non così accade quando, la filosofia affronta l’essere, perchè non siamo più nel piano della quantità ma della qualità.

  1. KANT

Appartiene all’area della cultura illuminista ma non solo. Infatti superando la ragione pura teoretica, allorché si incammina lungo l’itinerario della ragione pratica , giudica l’arroganza della ragione illuminista che avrebbe la pretesa di conoscere l’essere, mentre la ragione teoretica non può andare oltre il livello del fenomeno.

La conoscenza non giunge all’oggetto della metafisica, che è l’essere, perciò bisogna percorrere un’altra strada, quella della ragione pratica, la strada della morale. E’ qui che la persona emerge nel momento in cui afferma il proprio valore nella scelta. L’uomo è tale non perchè capace di attività conoscitiva, ma perchè è dotato di libera scelta (*). La coscienza morale nasce dal senso del dovere che si specifica nella famosa massima “tu devi”. Quando dobbiamo scegliere, il primo valore da seguire è l’uomo (“Ricordati che l’uomo sarà sempre fine e mai strumento nelle tue scelte”), poiché tra le realtà è quella più grande.

E’ questo uomo, in quanto soggetto che sa scegliere, che scopre la propria immortalità e resistenza di Dio.

  1. L’IDEALISMO. HEGEL

Dopo aver criticato la filosofia Kantiana accusandola di contraddizione nella distinzione tra soggetto conoscente e soggetto volitivo, l’idealismo sostiene che la molteplicità degli esseri va condotta ad un’unica fonte (la natura di Ficthe, l’arte di Schelling o la ragione di Hegel).

, Nell’idealismo l’uomo singolo perde se stesso; per Hegel esso è una mera astrazione e non ha un valore singolare distinto dal valore di tutta la collettività e della realtà. L’unica vera realtà è la ragione, onnicomprensiva, nella quale si stempera ogni individualità.

L’io penso di Cartesio, che voleva essere ancora una singolarità precisa, è diventato la ragione assoluta di Hegel (panlogismo). Se possiedo un valore non è in quanto singolo, ma come tappa del cammino della ragione. Considerare l’uomo in questo modo è come estinguerlo; che importanza ha se vengono meno quell’uomo, quella città, quel popolo? Il singolo è una semplice e provvisoria occasione di cui la ragione si serve per i suoi fini

Marx

Marx capovolge l’idealismo spiritualista e razionalista di Hegel sostenendo che tutto è materia, non spirito (si passa da un monismo all’altro).

L’uomo stesso non sfugge a questa regola. Marx si interessa a ciò che l’uomo è in sè e di come l’uomo si sviluppa per diventare ciò che deve essere. L’uomo avverte istintivamente dei bisogni (il cibo, il vestito, la casa…); per procurarsi una risposta ad essi l’uomo lavora e proprio grazie ad esso l’uomo prende coscienza di sè e dell’altro da sè, non solo l’altro uomo, ma anche la natura, le cose. Grazie a questa coscienza che va crescendo in chi si impegna nella realtà per trasformarla, l’uomo si accorge di essere sfruttato, di vendere se stesso al suo datore di lavoro.

L’uomo è un soggetto di produzione. Per Marx dire questo non è avvilire 1’ uomo, perchè ciò che conta è soddisfare le esigenze primarie. Purtroppo questa capacità di lavoro è venduta dall’uomo.

Il lavoratore è alienato sia perchè vende il proprio lavoro sia perchè vorrebbe sostituirsi al suo datore di lavoro.

E’ alienato esternamente ma anche internamente perchè ha la mentalità borghese secondo la quale ciò che conta è il profitto, l’accumulo di ricchezza.

Il fine della storia è la società comunista dove non ci. saranno più nè proletari nè capitalisti alienati. L’uomo non pretenderà nulla di più del necessario.

Ma prima di arrivare a questo l’uomo ha bisogno di acquisire la coscienza di appartenere alla classe proletaria che è Tanti tesi del capitalismo; per liberarsi dalla tesi deve opporsi con tutta la forza a chi lo sfrutta.

Anche in Marx l’uomo vale non tanto come singolo,ma in quanto partecipe di una collettività (il partito, lo stato, la società comunista).

  1. SCHOPENHAUER

Contro questo materialismo di cui Marx è l’erede più qualificato si ergono due pensatori: Schopenhauer e Kierkegaard.

Schopenhauer è estremamente critico nei confronti di Hegel e degli idealisti perchè essi hanno ridotto tutto a razionalità concludendo la loro analisi filosofica in un atteggiamento ottimista nei confronti di una realtà che è, in ultima analisi, la ragione.

Schopenhauer è irrazionalista, volontarista; al vertice di tutto non sta la ragione, ma la volontà, irrazionale, che è soggetto di brama, di desiderio che non sono mai appagati pienamente. La volontà cade nella logica del miraggio. Dato che esiste solo la volontà e questa è protesa verso: l’appagamento che potrebbe ottenere grazie ad una risposta dal di fuori, la quale però non esiste, crea gli oggetti del proprio desiderio, ma illusori amente. Di qui il dolore, la noia, la nausea. La volontà si accorge di non ottenere la soddisfazione che brama, di ripetere sempre le stesse operazioni per ottenere sempre gli stessi risuj^ tati che sono i fenomeni ed anche l’uomo è un fenomeno illusorio: “Il mondo è una mia rappresentazione, il mondo è nato quando il primo insetto ha aperto un occhio”.

L’uomo fenomeno di Schopenhauer non ha dignità. Scrive: “Ogni giorno leggo sul giornale che in Germania muoiono quotidianamente sessanta nobili, sessanta fenomeni in meno” (fenomeno = mera apparenza).

Questa concezione dell’essere come volontà, del mondo come fenomeno, dell’uomo che non ha valore, giunge al massimo del pessimismo.

                Ma Schopenauer va oltre e supera il fenomeno e il pessimismo conseguente lungo la via dell’ascesi, dell’etica, dell’estetica, della grazia della soteriologia.

Egli sostiene che la volontà genera non solo dei fenomeni ma delle idee platoniche, che sono una realtà degna della contemplazione da parte dell’uomo. Finché egli è mero fenomeno, brama di possedere ed ha tre tentacoli enormi: con l’uno, la volontà di vivere, cerca di possedere il successo, con l’altro le cose, e con il terzo, il piacere del sesso.

Finché l’uomo vivrà secondo questa dinamica del possedere, sarà infelice. Quando, invece, riuscirà a contemplare l’idea del bene, della bellezza, della verità, avverrà dentro di lui una trasformazione radicale, quindi si identificherà con l’oggetto contemplato diventando buono, vero, bello. La logica del possesso distrugge, quella della contemplazione edifica, però sono rari e brevi i momenti di contemplazione. Il dolore è la condizione normale in cui vive l’uo- mo; la felicità ‘è solo una sosta dal dolore; di fronte ad esso, che è la legge universale la quale domina il mondo intero, l’uomo singolo non può non essere afferrato dal sentimento di una compassione cosmica e non avrà più il coraggio di far del male.

A questo punto Schopenauer equivoca terribilmente perchè ritiene che la compassione sia la carità del cristianesimo. Al contrario il sentimento della compassione è sterile; al massimo impedisce di fare del male ma non induce a compiere il bene, ad amare il prossimo.

Finalmente interviene la grazia. Schopenauer non sa dire bene cosa sia perchè ha un radicato pregiudizio irreligioso; si compiace di sottolineare che un

altro grande dell’antichità ha parlato prima di lui della grazia (S. Agostino; lo cita in una nota della seconda edizione della sua opera principale).

La grazia è posseduta da ciascuno in proprio. Quando essa esplode dentro l’uomo, lo libera e lo redime per sempre in quanto lo libera dalla volontà, dalla brama di soddisfazione. La grazia è il fondamento della libertà, è l’occasione vera perchè l’uomo divenga realmente libero (Questo è un concetto cristiano, seppur “impazzito”. La grazia non solo non impedisce la libertà, ma la rende possibile, secondo S. Paolo e S. Agostino).

Schopenhauer scrive:”La figura veramente graziata che ha distrutto in sè la volontà ed è entrata nella noluntas è Cristo confitto sulla croce”. La persona singola emerge dalle nebbie del fenomeno grazie ad un’ascesi che è la condizione primaria e sufficiente perchè l’uomo riacquisti la propria dignità.

L’impotenza di Cristo sulla croce è l’immagine classica dell ‘ annullamento della volontà e quindi dell’insorgenza della persona. La persona singola emerge dalle nebbie del fenomeno grazie ad una ascesi che passa attraverso la contemplazione estetica, la compassione etica, la forza della grazia; tale ascesi è la condizione primaria e sufficiente perchè l’uomo celebri finalmente la propria dignità nella libertà. Torna un concetto Kantiano e cristiano: l’uomo è se stesso in quanto è libero e responsabile e non si lascia dominare da pulsioni irrazionali.

  1. KIERKEGAARD

E’ il filosofo della singolarità contro il monismo che distrugge la singolarità sia negli idealisti che nei materialismi. La categoria principale del pensiero di Kierkegaard è il singolo, l’uomo in quanto risulta da due componenti: l’eternità e la temporalità, la perennità e la caducità.

Questo singolo si trova costantemente nella condizione di operare delle scelte. Anche Kierkegaard insiste su questo tema della libertà, dell’opzione, della responsabilità.

  • Se l’uomo sceglie nell’ambito della temporalità dimentico di essere anche eternità, si trova nella condizione dell’esteta che non è ancora pienamente uomo poiché ritiene di essere pienamente libero nelle sue scelte, ma non lo è perchè sceglie non in base a motivazioni che salvaguardino la sua libertà, la sua dignità, la sua responsabilità, ma in base all’esigenza mai domata in lui di gratificarsi: 1’esteta va in cerca della sua soddisfazione. Kierkegaard sottolinea che incontrerà tristezza, nausea, noia, per la sazietà che andrà sperimentando, per la ripetitività che non gli darà più nulla. E allora subentrerà il dolore, la categoria grazie alla quale 1’esteta si accorge di essere disperato, di non avere speranza nelle scelte che va via via facendo, liberandosi così dal proprio errore, dalle scelte sbagliate ed entrando nello stadio dell’etica, nel quale si affida a dei valori assoluti, a norme che abbiano un valore perenne. Egli si sposerà, avrà figli, cercherà di essere un buon marito ed un buon padre, un buon cittadino e un buon cristiano, attenendosi alle norme dello Stato e della Chiesa, però correrà un grosso richio, quello di smarrirsi nell’ipocrisia, pago di essere un buon cittadino, un buon cristiano… Pago di tutto ciò, non cercherà più altro e si sentirà in qualche modo pago di se stesso. A questo punto l’uomo etico avrà bisogno di incontrare Dio, di mettersi davanti a Lui e di capire la sproporzione enorme che esiste tra l’eterno e il temporaneo, tra l’assoluto e l’effimero, tra la ricchezza del divino e la povertà dell’umano, tra la santità ed il peccato.

La categoria del ‘davanti a Dio’ immette nella coscienza del peccato la quale richiede una salvezza che può venire solo da Dio. L’etico si salva solo diventando l’uomo della fede. Kierkegaard porta ad esempio di uomini di fede A-bramo, Giobbe, i quali, per seguire in tutto Dio, l’Eterno (di cui anche l’uomo è composto e a cui deve ritornare se vuole essere veramente se stesso), hanno negato tutte le esigenze della temporalità, anzitutto la razionalità. Quando A- bramo si è incamminato col figlioletto verso il monte per sacrificarlo a Dio, ha negato a se stesso ogni esigenza di razionalità; infatti tra la promessa di Dio – una grande posterità – e il suo comando – sacrificare il figlio – c’era un’insanabile contraddizione. Non doveva rilevarlo Abramo? L’avrà rilevato, ma non se n’è lamentato: ha obbedito. Ecco la fede: fidarsi di Dio fino in fondo! Solo questa è la strada attraverso la quale l’uomo ritrova se stesso nella sua più vera dimensione che è quella dell’eternità. L’uomo è eterno e divino. E’ vero che egli si è staccato dall’eterno, dal divino, peccando, perchè voleva affermare la sua singolarità, ma in questa pretesa ha smarrito se stesso; staccandosi da Dio ha acquistato una falsa libertà.

L’uomo autentico è divino e mondano, eterno e temporale ed è insidiato continua- mente dall’angoscia, che è, paradossalmente, la paura di essere trascinati laddove si vorrebbe andare. La mondanità affascina (*) e l’uomo la vorrebbe, ma, in quanto persona di fede, ne ha paura perchè non vuole peccare. L’uomo è eternità cui è toccato di vivere nel tempo. In quanto è eternità e vuole mantenere tale dimensione, teme la mondanità, ma in quanto è nel mondo rischia di smarrire la propria origine, la propria consistenza, la propria verità. L’uomo vive in tale ambiguità che è anche la misura della sua grandezza. Già Pascal nel secolo XVII aveva detto che l’uomo è angelo e bestia; non sarà mai totalmente angelo, perchè la sua condizione è di vivere nel mondo; non sarà mai totalmente bestia, perchè non potrà mai smarrire completamente la sua dimensione di angelo(*).

  1. ROSMINI

Rosmini parla moltissimo della persona che non è nè l’individuo nè il soggetto universale, ragione assoluta degli idealisti. Il concetto di persona deve aprire l’uomo ad una duplice dimensione, quella verticale, che non ha limiti, e quella orizzontale, che deve abbracciare tutta l’umanità. L’individuo degli illuministi cerca unicamente il proprio successo nella sfera della mondanità e della temporalità; infatti l’uomo del secolo dei lumi è colui che sa affermarsi in tre direzioni; la politica (la conduzione del mondo); la cultura (la conoscenza del mondo) e l’economia (lo sfruttamento del mondo ai fini di un proprio profitto).

Questo individuo proclama di essere aperto alla collettività, ma di fatto non

serve, ma si serve della società (*).

Per Rosmini l’uomo è persona in quanto è soggetto libero capace di operare scelte in funzione del bene comune seguendo come criterio delle proprie scelte la gerarchia dei valori di cui ha coscienza grazie all’idea dell’Essere da cui ogni

 uomo è illuminato: Dio, l’uomo, l’animale. Ogni scelta deve essere compiuta in base al criterio di questa gerarchia. La libertà non coincide col libero arbitrio, ma è la capacità di autodeterminarsi in base al bene; il male è sovvertire

 l’ordine dell’Essere. Prima del diritto di fare ciò che ci aggrada di più, c’è il dovere di corrispondere alle esigenze dell’Essere che sta davanti a noi e infoca il nostro contributo, una nostra presenza efficace.

  1. CENNI SUL POSITIVISMO: MILL, LOMBROSO

Darò pochi cenni sul positivismo, già ampiamente analizzato dal prof. Morra. Stuart MILL sostiene che l’uomo è un soggetto che gode di una libertà incondizionata e quindi ha il diritto di fare tutto ciò che vuole in ogni campo. Siamo abbastanza vicini a Stirner, anche se quest’ultimo ha esasperato tale concetto. L’italiano Cesare LOMBROSO sostiene, invece, che l’uomo non possiede alcuna libertà. Da criminologo qual era, afferma che se sulla base di una legge positiva si criminalizza qualcuno non è perchè l’assassino o il ladro siano responsabili e quindi colpevoli, del delitto commesso. Se la società li allontana, lo fa solo per difendersi in quanto pericolosi.

Si noti come nell’area del positivismo convivano pensatori molto diversi.

  1. HEIDEGGER

Per Heidegger l’uomo è un essere-per-la-morte. Perchè egli giunge a questa definizione? Heidegger è sostanzialmente agnostico in campo religioso e quindi non può appellarsi al padre dell’esistenzialismo, Kierkegaard, per riprendere da lui la componente di eternità di cui l’uomo sarebbe fornito. In lui il destino dell* uomo oltre la tomba scompare; l’orizzonte entro il quale riesce ad esplorare più che l’Essere Tesserci (la cosa in quanto relativa ad un tempo e ad uno spazio – esserci, qui ed ora -) non ha sbocco nella metastoria. Pertanto l’uomo, che è relativo ad un piccolo spazio e ad un tempo che fluisce inesorabile, deve accettare la sua condizione esistenziale cosi definita: essere relativo a questo preciso luogo e tempo, e concludere questa sua relatività nell’estinzione, nel ritorno al nulla, nella morte, anche perchè l’uomo è assai più quello che non è di quello che è. L’uomo singolo è una possibilità che si è realizzata tra le infinite altre possibilità che in lui non si sono realizzate. La morte è la sottrazione di questo esserci pressoché inconsistente, poiché ogni uomo è il nulla meno quella possibilità che in lui si è realizzata e quando muore resta nulla. L’uomo forte, realista, accetta questa prigione entro la quale è inesorabilmente gettato. “L’esistenza, scrive Jaspers, è il naufragio nella vita”: siamo precipitati nella vita, nostro malgrado.

  1. MARCEL

Gabriel Marcel scriverà che dalla prigione heideggeriana dell’essere-per-la-morte l’uomo può uscire solo incontrando il Tu, perchè finché l’uomo incontra sempre e sol.o degli io, non incontra degli amici, ma dei nemici, in quanto ognuno di essi, come dice Sartre, cercherà di affermare se stesso in tutto, di recuperare per sè tutta quell’area che gli è ancora negata. “Tu sei il mio inferno” perchè realizzi in te stesso quella possibilità di essere che non sono io e io, al contrario, vorrei essere tutto. Già un grande filosofo, Severino Boezio, aveva affermato che la persona è irripetibile, cioè occupa nell’Essere uno spazio che nessuno ha mai occupato nè potrà in seguito occupare. Questa irripetibilità dell’esserci impedisce un rapporto di cordialità fra gli uomini perchè ciascuno vorrebbe essere quello che è l’altro e viceversa.

Per Marcel l’altro non è nemico perchè entrambi partecipano all’Essere. Affermare l’Essere non è affermare noi stessi’, ma un principio superiore, di cui partecipiamo: noi siamo testimonianze dell’Essere. Nel rinunziare a noi per Dio, ci apriamo all’azione dell’amore, con cui ci rendiamo permeabili all’Essere e agli altri.

Elio Di Bella

Docente in Storia e Filosofia, giornalista e blogger. Studioso di storia locale.

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